Drillability
-C’è un momento particolare, la sera. Non è notte, ma il sole è tramontato da troppo. La luce è, come dire, inquietante, se capisci che intendo. Tu guidi, cammini, e c’è quella luminosità che sembra inglobare i tuoi passi, ci affondi. Ci sarà un nome scientifico per indicare quella luce, giusto? Crepuscolo, o che so io.
-Vic…
-Beh, fatto sta che ieri sera, mentre tornavo a casa, c’era quella luminosità lì. Ed era davvero difficile capire dove stavo mettendo i piedi. Aspettavo che si accendessero i lampioni, tutto mi costava fatica, volevo che finisse, ma continuavo a camminare. Capisci?
-Vittoria, ti avevo chiesto cosa diavolo ti stesse succedendo per ora.
-Ho appena finito di dirtelo.
-No, tu mi hai fatto uno dei tuoi discorsi metaforici del cazzo e io sono stanco di non avere mai una conversazione normale con te da undici anni.
-Intendevo solo dire che mi sento confusa, per ora mi sembra. Non vado da nessuna parte. Con te dico. E io — cominciò a lacrimare, senza singhiozzi- io so che sono stanca di farlo, ma aspetto che si accendano i lampioni e allora continuo. Ma non si accende niente e allora…
-Allora cosa? Quante volte abbiamo fatto questo discorso? Se vuoi arrivare ad un punto fallo adesso, ti prego. Ti prego.
Vittoria guardò dritta negli occhi di Mattia. Continuavano ad essere i più buoni che avesse mai visto, eppure avevano quel potere che lei considerava a tratti malefico di trattenerla a lui, sempre.
-Io non — quegli occhi — niente, non volevo intendere niente.
-Va bene Vic, non è niente.
Mattia si portò le mani alla testa, poi le disse che aveva bisogno di dormire. Poteva guardare la tv se non aveva sonno, ma lui stava davvero crollando. Si voltò dandole la schiena. Lei gli accarezzò i capelli per un po’, poi accese la televisione su di un canale che stava trasmettendo un reality sulle dipendenze. Si addormentò.
Era lì, fissa a guardarsi davanti lo specchio. Era perfetta. Suonarono al citofono
-Sì?
-Ci siamo tutti, quanto ci metti a scendere?
-Arrivo.
Scese in strada, un ragazzo le andò incontro e la baciò.
-La lasci andare un po’ ogni tanto?
Chiese una ragazza bionda del gruppo. Il ragazzo obbedì. La guardò fissa negli occhi e le disse che era tardi, dovevano andare. In un battito di ciglia arrivarono in un locale anni ’20. Lei si guardò intorno, lasciandosi stupire dal velluto, i cristalli, i visi.
-Cassandra!
La ragazza si voltò in direzione della voce. Una giovane donna bruna la raggiunse. Teneva un bicchiere da Martini in mano, era perfettamente a suo agio nel vestito blu che sembrava avere l’unico scopo di renderla una dea, quella sera. Poi si ricordò che anche lei, in quel momento, poteva essere così. Sorrise e cercò di parlarle, ma quella ragazza la spinse verso una piccola stanza in fondo alla sala.
-Grenoble ti aspetta. Hai tutto ciò che gli serve?
-Sì. Tutto.
Si addentrarono in una saletta buia, nascosta. Grenoble si illuminò appena la vide entrare.
-Cassandra! Sei splendida.
-Grazie, io…
-Hai tutto?
-Cassandra è appena arrivata, Grenoble — disse la ragazza mora — lasciala riprendere un po’.
-Certo, ma…
-Vic
-Vic?
-Vittoria, cazzo, sei ancora con quel coso addosso?
Vittoria si tolse il visore. Mattia la guardava dall’altro, il volto deluso e arrabbiato. Serrava nervosamente le mani, tremante. Si stava trattenendo a stento.
-Da quanto tempo sei lì dentro?
-…
-Chi eri stavolta, Cassandra, Daisy, chi?
-Lascia perdere.
Ma lui non voleva più lasciar perdere, e glielo disse, per la prima volta, in quel momento. Lei era una, due, tre persone diverse, e viveva in quei mondi che stava cominciando a considerare veri. Lui la sentiva, parlare al telefono spacciando quello che le capitava in VR con la vita reale. Lei era stata la sua roccia, sempre. Ed ora lei si era sgretolata in cocci di mille maschere. Perché viveva in quei mondi quando poteva vivere in quello, insieme a lui?
-Perché questo mondo mi fa schifo, Mattia, schifo.
-Dimmi cosa c’è qui che non va?
-Niente. Non c’è proprio niente e basta.
Quella sera stessa Vittoria fece le valigie e lasciò l’appartamento. Aveva il suo visore in borsa. Sembrava quasi una fuga romantica. Sorrise malinconicamente, pensando a tutte quelle persone a cui non bastano decine di scatole per trasportare il loro mondo. A lei bastava una borsa per trasportare i suoi mille universi.
Nel suo vecchio appartamento Vittoria si sentiva sola, ma stava bene, se non altro si sentiva libera di entrare nei suoi veri mondi. Lei era parte della generazione-drillability, come ormai la chiamavano in molti. Si parlava di dipendenza, di distacco progressivo dalla realtà, di allucinazioni visive. Lei riteneva che ci fosse, come spesso accade, molto rumore intorno a qualcosa di decisamente poco rilevante. In fin dei conti la sua vita era cambiata in meglio, no? Indossava il visore, dimenticava per un po’ come fosse fatto il suo corpo, il mestiere che faceva, l’uomo con il quale stava, e diventava tutto perfetto, emozionante, vivo. Magari ogni tanto si dimenticava di chiamare i suoi, a volte aveva saltato qualche pasto, ma nient’altro. Aveva continuato ad andare a lavoro, a vedere i suoi amici, ad uscire per andare a fare la spesa. Ogni volta che indossava il visore entrava in un mondo diverso, faceva un viaggio. Tornare alla realtà era sempre un po’ disturbante, ecco tutto.
Quella sera però, aveva particolarmente bisogno di sentirsi chiamare Marianne. Voleva un po’ di serenità, di normalità, quindi cercò di dimenticarsi della stanchezza, indossò un abito verde, inforcò il visore.
-Sono Marianne
Immediatamente si ritrovò su di una terrazza illuminata da piccoli lampioncini. Il giorno prima l’avevano invitata a quella festa, e lei non aveva dato conferma per paura che Mattia la costringesse a non raggiungerli. Ma adesso era libera, e anche se ancora Vittoria non sapeva bene cosa farsene, di quella libertà, Marianne era leggera, finalmente, e pronta a godersi quella serata. Si guardò intorno, sorseggiando il suo Manhattan. Finché non vide Victor che le andava incontro.
-Marianne! Allora, ti stai godendo la festa?
-Sono appena arrivata.
-Beh, giusto il tempo di farti fare un Manhattan, a quanto pare.
-Indovini sempre.
-Mi sembri giù, che succede?
Vittoria non sembrò far caso al fatto che quella era la prima volta che qualcuno le chiedeva cosa provasse. Marianne rispose senza pensarci troppo su
-Ho avuto un po’ di problemi. Giornata storta.
-Dai, dimentica tutto e vieni a ballare con me. Susan non vede l’ora di vederti, è dentro.
-Arrivo tra un attimo.
-Va bene. Ah, sei splendida, il verde ti sta benissimo.
Marianne rimase ancora un po’ sulla terrazza, godendosi il vento leggero sul suo viso. Poi si decise ad entrare quando vide Mattia davanti a sé. Mattia, con i suoi occhi buoni ma arrabbiati che la fissavano come se volessero inchiodarla su quel balcone.
-Mattia, che ci fai qui?
-Secondo te
-Ma non è possibile. Tu non c’entri niente con questo posto.
-Torna indietro con me, torna con me Vi…
-Non dire quel nome, non qui, ti prego. Ti prego. Marianne. Sono Marianne.
Mattia sgranò gli occhi.
-Non ti stai rendendo conto di dove ti trovi?
-Sei tu che non lo sai, Mattia. Devo raggiungere gli altri.
-Non ti rendi conto. È impazzita. Vittoria…
-Sono Marianne!
Marianne entrò nella sala da ballo. Non era come la ricordava. Sembrava più spoglia, c’erano mobili al centro, sedie, lampade. Chiamò Susan. L’amica la raggiunse.
-Che succede qui?
-Niente, è tutto come al solito. Marianne stai bene? Sei pallida.
-Vittoria
Mattia le aveva raggiunte.
-Non lo vedi? Quell’uomo, lo vedi?
-Non vedo nessuno. Siediti un attimo, ti prego
Marianne cominciò a respirare sempre più velocemente. Corse via dalla sala e tornò in balcone. Le lanterne erano sparite. Cos’era quello, un bug? Cosa? Si sporse un po’ per guardare il giardino. Trovò soltanto pochi alberi rispetto a quelli che ricordava. Il suo respiro si fece sempre più veloce, il suo battito cardiaco accelerò. Provò a togliersi il visore, ma non ci riuscì.
-Vittoria, allontanati da lì.
-Marianne, cosa stai facendo?
Mattia, e Victor la fissavano. Le porsero la mano, le dissero all’unisono di allontanarsi da quel balcone, respirare, di non sporgersi così tanto. Le girava la testa, voleva togliersi il visore.
Si sedette sul muretto del balcone, il respiro sempre più affannato, il cuore sempre che batteva sempre più forte, la testa sempre più leggera. Finalmente ci riuscì. Tolse i suoi occhiali e non vide nessuno davanti a lei. Era sola, nel balcone del suo appartamento con il visore spento. Cosa aveva visto? Ad un tratto si sentì vuota, sempre più vuota. Svenne, e sentì il vuoto sotto di lei. E quella, che realtà era?
