Delle palme e altri miti

Quando misi piede a Milano per la prima volta, da studente che aveva appena finito l’università e carico di aspettative, oltre al tragitto che mi parve infinito tra l’aeroporto di Malpensa fino in Stazione Centrale, costellato da grandi capannoni e distese di cui ero solo abituato a sentirne l’eco di questa leggendaria “industria” che al sud soffia solo come un vento leggerissimo e ti invoglia a partire, ricordo le strade larghe e affollate infradiciate da una pioggia battente.

Il colore che prepotentemente si fissava nei miei occhi era il grigio, in tutte le sue più diverse gradazioni. Grigio era il cielo incazzato di pioggia, grigio l’asfalto che correva veloce, le facciate dei palazzi che ammiravo per la prima volta con assoluta bramosia. Ricordo, che entrato in città, la cosa che più mi saltò all’occhio furono proprio loro, i palazzi.

Il colore che prepotentemente si fissava nei miei occhi era il grigio, in tutte le sue più diverse gradazioni.

Queste facciate austere e bellissime, scarne nella loro semplicità che non riuscivo a concepire, abituato com’ero a quell’abbondanza celestiale di cui Catania è ricca, che se non c’è un ghirigoro quasi non vale nulla. I balconi che lasciavano intravedere gli interni delle case, quasi facendosi beffa di quella bellissima semplicità, sbrodolavano soffitti alti e pomposi tendaggi.

La mia mente iniziò in quelle prima ore ad immagazzinare diapositive di una città per me ancora estranea, che per quanto imparai poi nel tempo ad apprezzare, mi si presentava aliena, per questa monocroma sensazione di asettica perfezione. Arrivato in centro però iniziai a conoscere il giallo che lambiva i lati delle strade sui tram che lenti correvano in questi fili d’oro che creano una ragnatela invisibile. Poetica quasi. Con i binari che l’accompagnano e che rimangono li come a segnare ancora mille di quei ferrosi movimenti.

Ma il verde? Dov’era il verde?

Ma il verde? Dov’era il verde? Un Giardino Bellini del nord, una villa, un parco di sicula memoria, un salottino della natura, come quelli di Catania appunto, dove ci passavo le ore, dove piangevo e studiavo, dove vedevo gli amici e mangiavo arancini, sbrodolandomi davanti i piccioni e i vecchi che insieme, si, rendono magici posti come questi.

Ero quasi arrivato in Stazione e lo sentivo e lo vedevo, la gente iniziava a scalpitare anche se io meno di loro, tutto troppo nuovo per me, non avevo ancora nulla che mi mettesse fretta e mi godevo quindi quel semaforo troppo lento e quel traffico forse troppo prepotente.
Ancora niente verde, se non qualche aiuola sparuta, qualche alberello che cercava di toccare il cielo. Forse per scappare, questo non l’ho mai saputo. Era questa la cosa che mi colpì di più . Mi mancava l’aria che ero abituato a respirare a casa mia e quell’aria, appunto, era tinta di verde.

Mi ci vollero settimane per apprezzare i parchi, per incontrare il verde nascosto nelle vie più remote che nonostante l’apparenza claustrofobica, questa città riesce a regalare. E mi viene da sorridere, ripensando alle palme che in questi giorni sono arrivate davanti il Duomo. Credo rida pure la Madonnina, che forse le palme le ha sempre amate.

Credo rida pure la Madonnina,
che forse le palme le ha sempre amate

E sorrido delle polemiche che avrebbero voluto dei pini, delle pure piante lombarde a dispetto di queste che sembrano fare di Milano la “milanodelsud”, o delle aiuole all’inglese, basse e candide con quell’aria borghese. Io non lo so se queste palme rimarranno, non so e non voglio dire se è stata la scelta migliore per la città, per il Duomo e per i milanesi tutti. Di certo è arrivato del verde e l’idea che un’altro ragazzo come me, possa un giorno incontrarle e respirare come non ho potuto invece fare io, fosse lui siciliano, iraniano o canadese mi farebbe amare ancora di più questa città, che nonostante le infinite incongruenze, oltre che vivere, vuole far respirare tutti.


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