L’attentato di Sarajevo è sempre dietro l’angolo

Quello che probabilmente è bene ricordare della scintilla che fece scoppiare la Prima Guerra Mondiale.

Oggi, 24 novembre 2015, la Turchia ha abbattuto un jet russo.
Dopo aver letto la notizia su svariati siti dei quotidiani, mi son ricordato -incredibile ma vero- di aver letto, qualche tempo fa, un articolo che parlava della prima guerra mondiale.
Non è difficile fare un collegamento tra le due cose, non ci voleva un genio e infatti non lo sono. È solo un collegamento e ci si augura che non succedano le stesse cose.
Ma cosa successe 101 anni fa?
Ho trovato l’articolo di Panorama e forse vale la pena riportarlo.

Terrorismo serbo
Qualsiasi cosa pensiate dell’impero asburgico, l’attentato di Sarajevo fu un atto di terrorismo ispirato dal nazionalismo pan-serbo.
I giovani nazionalisti serbo-bosniaci che erano lungo le strade di Sarajevo per uccidere Francesco Ferdinando erano convinti di punire l’Austria, “colpevole” di impedire alla Serbia di compiere la propria missione: unire in una Grande Serbia tutti i “fratelli”, indipendentemente da dove si trovassero e senza curarsi del prezzo che chi stava fuori dal cerchio avrebbe pagato. Come alcune azioni di “pulizia etnica” dell’esercito serbo e delle milizie irregolari, durante e subito dopo le guerre balcaniche, avevano ampiamente dimostrato nei territori conquistati da Belgrado.
Insomma, un po’ la stessa idea tribale che spinse 80 anni dopo, negli anni ’90 del ‘900, i serbi ad aggredire i musulmani colpevoli di abitare zone della Bosnia Herzegovina che andavano “ripulite”.
La Mano nera, Apis
D’altra parte, qualsiasi cosa pensiate dell’ultimatum del governo di Vienna alla Serbia, è innegabile che dietro l’attentato del 28 giugno ci fosse una rete terroristica semiclandestina ma ispirata, finanziata, organizzata e favorita da una parte dell’esecutivo serbo e soprattutto guidata da alcuni circoli dell’esercito.
La “Mano nera”, l’organizzazione degli assassini di Sarajevo, e molti dei suoi progetti per uccidere politici austriaci ma anche esponenti non estremisti serbi, erano conosciuti da anni, dal governo di Belgrado e alla stampa (oltre che dai servizi segreti austriaci). In realtà, già nel 1912 la Mano nera era una organizzazione “quasi ufficiale”, al punto che, come ricorda Cristopher Clark ne “I sonnambuli” , era risaputo che il ministro della Guerra serbo ne fosse un protettore. Anche Nikola Pašić, il primo ministro serbo, un moderato, era certamente informato del piano per uccidere l’Arciduca.
L’architetto dell’attentato di Sarajevo fu Dragutin Dimitrijević, detto Apis, capo dell’intelligence militare serbo, vera guida della Mano Nera e fra gli ufficiali più estremisti dell’esercito (nel 1903 fu uno degli assassini del re Alessandro Obrenović e della regina Draga).
Due colpi di pistola, Gavrilo Princip
Il fatto che fosse Gavrilo Princip a uccidere Francesco Ferdinando e Sofia fu il risultato di una combinazione di eventi casuali che consegnarono proprio lui alla storia invece che i suoi compagni di complotto. Erano in sette i terroristi, la mattina del 28 giugno 1914, disposti lungo la Appel Quay (oggi Obana Kulina bana), la via che costeggiava il fiume Milijacka, parte principale del percorso del corteo di auto dell’Arciduca.
Il primo che avrebbe potuto agire fu Muhamed Mehmedbašić: aveva una bomba a mano pronta da lanciare ma la paura lo paralizzò.
Poi fu il turno di Nedeljko Čabrinović: lui ci andò vicino; sbagliò il tempo del lancio della bomba a mano che esplose sotto un’altra auto del corteo imperiale ferendo un militare, il colonnello Erik von Merizzi.
Francesco Ferdinando a questo punto decise di continuare la visita nonostante l’attentato fallito, con una leggera modifica del percorso, per poter visitare von Merizzi e sincerarsi delle sue condizioni.
Gli altri attentatori rientrarono in gioco. Vaso Čubrilović però non sparò: pare che a fermare la sua mano fosse stata la vista della Duchessa Sofia accanto a Francesco Ferdinando. Cvijetko Popović non lanciò la sua bomba per la paura.
Ed ecco Gavrilo Princip. Dopo la bomba lanciata da Čabrinović corse verso l’assembramento, convinto che l’attentato fosse stato portato a termine con successo. Qui si rese invece conto del fallimento e vide il compagno arrestato — pare che avesse anche pensato di sparargli per evitare che parlasse, dato che il veleno che l’attentatore aveva ingerito per suicidarsi non aveva causato altro che forti dolori.

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