Bell’idea.

Un controverso quartiere di Urbino, La Piantata, raccontato in una intervista a Carlo Giovannini, che è stato direttore dell’ufficio tecnico del comune per una vita.


A Urbino gli Urbinati non vivono in centro. La lucrosa abitudine di affittare —e conseguentemente abbandonare— le proprietà nella corte rinascimentale ai nemici studenti, li ha esiliati in frazioni da brividi e in qualche quartiere, retaggi di utopistiche architetture partecipative.
Gli Urbinati vivono in Piantata, un quartiere a nord della città, adagiato su colline ed un pericoloso terreno carsico.
Inutile dirlo, il silenzio regna sovrano.


D: Cosa c’era prima della Piantata, in quel luogo? Perché si è scelto di costruire lì? La costruzione è stata programmata attraverso un PEEP?
C’è un podere, nel mezzo, è preesistente? È stato quello a dare il nome al quartiere?
Benevolo ha scelto la zona in cui progettare, o gli è stato indicato dal comune?

R: Il podere si chiamava la Piantata, e quella che tu indichi è la casa del podere della Piantata.
Intanto bisogna pensare a quale era la logica con cui Benevolo affrontava il problema dell’espansione delle città. Siamo negli anni ‘80, la logica era che i piani regolatori non potevano essere uno strumento che arricchiva alcuni e puniva altri. Per intenderci: in base ad un piano regolatore ci sono dei fortunati che, come se vincessero un terno al lotto, si trovano un’area edificabile, ci sono altri che invece si trovano una strada sulla propria proprietà: la logica di Benevolo era che l’espansione delle città dovesse avvenire per forza su aree pubbliche, in modo che tutti i cittadini fossero uguali di fronte al piano regolatore.

Un buon presupposto.

Era un criterio di eguaglianza con cui le amministrazioni avrebbero dovuto trattare tutti i cittadini. E quindi Benevolo impostò una variante urbanistica che sostanzialmente prevedeva che tutte le aree d’espansione di Urbino fossero su aree pubbliche. Oggi le cose sono cambiate radicalmente, cioè i piani per l’edilizia economica popolare, piano piano, a partire dagli anni ‘90, sono stati depotenziati e oggi non se ne fanno più, sostanzialmente, non se ne parla più. Benevolo è andato in cerca di aree che intanto fossero facili da urbanizzare, e quindi fossero vicine alla città esistente, e che possibilmente si ponessero in rapporto con la città ed il centro storico in modo tale che ancora fosse consentito di arrivare nella piazza, che allora era Piazza della Repubblica, a piedi.

Dal centro al quartiere ci si arriva in mezz’ora a piedi, se si è nelle piene capacità motorie, altrimenti meglio lasciar perdere. Lungo la strada molte zone sono senza marciapiedi, oppure sono piccoli, scomodi e pericolosi. Bisogna attraversare la strada svariate volte anche nei rettilinei. Una delle poche strisce pedonali è in piena curva

Ci sono delle tavole del progetto originale in cui c’è il centro storico all’interno di alcuni cerchi concentrici: si voleva mostrare come la distanza del punto di socializzazione è contenuta nell’ambito di 1 km, entro questa distanza la gente si muove ancora bene a piedi. L’area andava bene perché questa distanza poteva essere coperta su un tragitto prevalentemente in piano.
L’area è nata in base a questo, dopo ci sono altri ragionamenti che sono stati fatti: quegli anni non erano anni di crisi, l’amministrazione voleva ottenere delle zone di espansione in cui fosse possibile, o in cui i piani particolareggiati consentissero di realizzare delle abitazioni che possedessero un alto grado di autonomia. Insomma, ridurre l’effetto “condominio”, e quindi quando cominciammo il piano della piantata, perché il piano della piantata poi è stato fatto direttamente negli uffici del comune, questo qui era l’obiettivo: vedere quali tipi di edilizia potessero sostituirsi al condominio. Non in tutti casi perché, hai visto, le tipologie sono abbastanza diversificate, ci sono a gradoni, ci sono dei veri e propri condomini, ecco, si cominciò a studiare quali tipologie edilizie potevano riscuotere questo risultato, ed è venuto fuori quel eh… quel progetto lì. Diciamo anche dopo vari tentativi, perché… ci sono in comune delle tavole che testimoniano questi tentativi.

Visionando le tavole che lei menziona, c’è una grande trasformazione tra i bozzetti iniziali di Benevolo e quella che poi sarà l’ultima planimetria.
I primi schizzi mostrano infatti una area generale molto più estesa, che ricorda la forma a “croissant” di Urbino
Il progetto finale, invece, si sviluppa intorno ad una unica strada principale ed interessa un’area molto più ristretta, compatta, a quanto pare per motivi geologici.
Questo ha portato a dover avere un numero di appartamenti prestabiliti inizialmente, in uno spazio minore?

Sì, il progetto iniziale si è dovuto evolvere per potersi adattare alle richieste del piano e alle problematiche rilevate successivamente

Cosa c’entra Mazzaferro con la Piantata? Sono stati progetti paralleli?

Mazzaferro è un progetto precedente.

Fa comunque parte della “Variante Benevolo?”

No, Mazzaferro fa parte del primo piano regolatore di Urbino, di Giancarlo De Carlo, del ‘64.

Più o meno era nato con gli stessi presupposti della Piantata, o era stato concepito già come “quartiere dormitorio” (neologismo terribile ma efficace)?

Quello (l’evitare un altro quartiere dormitorio, ndr) era proprio l’obbiettivo che avevamo in mente di raggiungere con la Piantata.

Questo si percepisce, ma lo scopo non è stato raggiunto.

Bisogna storicizzare anche le questioni. Allora, Mazzaferro, e anche il PEEP di Piansevero, con tutti gli steccati che costeggiano il percorso, verso la piscina “Fratelli Cervi” e il bocciodromo, quello è il primo PEEP fatto in Urbino.
All’inizio quei piani erano molto rigidi: prevedevano residenza e nient’altro. Poi ci si è resi conto che questa ripartizione così rigida non funzionava bene, anche se le distanze non erano eccessive —perché effettivamente sulla strada di crinale c’erano i negozi, la scuola— tutto sommato vedere questo insieme di residenze, case, garage… non produceva un buon effetto. La cosa era ancora più allarmante se questi quartieri erano isolati dal resto della città, come Mazzaferro. Mazzaferro fa parte del primo piano regolatore di Urbino nel 1964, è uno dei quartieri “satellite” che De Carlo prevedeva intorno alla città. Cioè, De Carlo prevedeva un potenziamento della città “nuova” ma anche dei veri e propri quartieri “satellite”; ce n’era uno a Mazzaferro e uno a San Donato, proprio qui di fronte (da una finestra si vede la collina del Mausoleo dei Duchi, ndr).


Non volevamo fare un’altra piazza, […] la piazza doveva rimanere Piazza della Repubblica

Dall’intervista con Londei ho scoperto che se non si fosse costruito nella zona attuale, quegli appartamenti erano previsti proprio nell’area di San Donato

Esatto, di fronte il centro storico. Tanto è vero che, con la variante, Benevolo ha cancellato quell’area di espansione. La scelta fu: “cancelliamo tutte le aree di espansione di questo tipo, concentriamo l’espansione ad un’unica zona addossata alla città o comunque ad una distanza umana rispetto al centro storico”.
Progettiamo un quartiere…

Autonomo?

Non diciamo autonomo, ma che offra le stesse possibilità di insediare anche altre attività (intende oltre le unità puramente abitative, ndr) che ha il centro storico.

Uno dei pochissimi esercizi presenti nel quartiere

La nostra curiosità è partita proprio da questo, dal fatto che ci fosse un quartiere con molti spazi pensati per l’attività “commerciale”.
Un’altra frase che mi ha colpito dell’intervista con Londei è stata “Costruiamo lì perché c’è già il cemento”. Immagino si riferisse alla struttura della scuola del libro e ai condomìni “la Pineta”, entrambi progetti di De Carlo. Sono effettivamente pre esistenti?

Sì, esistevano già. L’espansione a nord direi che è stata una scelta felice già del primo piano regolatore, quello di De Carlo, nel senso che tutto sommato piuttosto che andare ad occupare le colline intorno a tutto il centro storico, ci siamo trovati in una zona abbastanza defilata rispetto ai principali scenari panoramici, e tutto sommato andava bene.

La vista dall’anfiteatro del quartiere, nascosto tra le case e “invisibile” dal piano strada

Dal punto di vista commerciale credo esista una similitudine con ciò che succede nel centro di Urbino. Molto dei locali dedicati al commercio sono vuoti, sfitti, oppure sono occupati da esercizi commerciali terribili, a volte fuori luogo. Ciò nonostante non credo che in Urbino si possa parlare di crisi, dato il volume di denaro che viene messo in circolo dalla “città campus”, a cui comunque si rivolgono attività commerciali della peggiore lega possibile. Non parlo solo della bassisima qualità complessiva, della “provincialità” e dell’ottusità dei commercianti, ma anche dell’atmosfera generale.

Non dimentichiamoci che in questo momento la crisi economica è forte, non chiudono solo i negozi, ma anche le imprese.
L’economia di Urbino, di fatto, è legata alla presenza degli studenti, tanto più nel centro storico, dove è evidente. La stessa università parla di “Città campus”. Accettare questo, e lo dico in termini problematici, significa accettarne le conseguenze. Significa che, se si dà per scontato che l’università possa “occupare” il centro storico, si dà per scontato che tutte le attività collaterali abbiano come target di riferimento o l’università o i suoi fruitori, che sono gli studenti. Cosa sono le attività che possono attirare questo tipo di persone? Sono il kebab, la pizzeria, un “mordi e fuggi”, qualcosa che è fortemente influenzato da questo tipo di economia. Ma il problema è: è giusto che sia così? Si può pensare di integrare questa economia monodirezionale con altre cose?

Secondo me ci sono anche altri elementi, uno importante è questo: per anni il tessuto commerciale di Urbino, in particolare del centro storico, è stato un tessuto commerciale protetto. Mi spiego meglio; gli strumenti di pianificazione delle attività commerciali hanno teso a proteggere chi già era insediato nel centro storico. Queste sono scelte che sono state fatte. Questo ha prodotto una difficoltà incredibile da chi viene da fuori, quando ancora non c’era la crisi, ad insediare nuove attività. Non solo nel centro storico, ma anche nelle vicinanze. Questo cosa ha prodotto? Un tessuto commerciale che si è invecchiato, che ha vissuto di rendita sulla pelle degli studenti e degli urbinati che non si potevano spostare, e che ha perso clientela a favore di centri commerciali che invece si sono evoluti molto rapidamente, qui vicino, da San Marino, a Pesaro, a Fossombrone, a Urbania… È incredibile, ma la gente va a fare la spesa fuori.
Mettendo insieme queste cose vien fuori che adesso il centro storico di Urbino è molto impoverito, e i negozi chiudono, la stessa cosa —più per motivi contingenti alla crisi— si verifica alla Piantata. Adesso è poca la gente che investe per aprire una attività.
Bisogna pensare a modificare queste condizioni. Bisogna pensare se è giusto che l’università occupi in modo così pesante il centro storico, bisogna pensare che quel clima di protezione che c’è stato per tanti anni nei confronti del tessuto commerciale urbinate è quello che ha rovinato la “piazza commerciale”. Questo significa che la gente si abitua ad andare a fare la spesa da un’altra parte. Prima di invertire questo fatto passano anni.

Ad Urbino, inoltre, non esiste la concorrenza, la Piantata potrebbe essere un polo della concorrenza, potrebbe fondare la propria fortuna mostrando una “alternativa”, ma per adesso di concorrenziale c’è solo una Onoranze Funebri.

I vecchi commercianti di Urbino sono invecchiati nei loro negozietti.

Come Amicucci.

Benissimo, sono invecchiati lì senza problemi di concorrenza, facendo i prezzi che volevano, senza il bisogno di dover fidelizzare nessuno. Senza invogliare. Qui si ha l’impressione di fare quasi un dispetto, a chiedere altro.

Questo progetto (si torna a parlare della Piantata) è stato portato avanti negli uffici tecnici, il problema geologico ha portato a diverse modifiche…

Ha fatto riprogettare tutto, guarda…

Benevolo ha continuato a seguire?

Leonardo Benevolo ad un certo punto ha rotto col comune di Urbino. Proprio sulla questione di principio. Nel senso che la coerenza di questa scelta che ti dicevo prima, cioè che tutte le aree di espansione fossero su aree pubbliche, per lui era fondamentale. Tu sai che le varianti vengono pubblicate e i cittadini fanno le osservazioni, dopodiché si tratta di discutere sulle osservazioni fatte. In base a questo principio, le osservazioni tendevano a creare altre aree di espansioni su aree private, Benevolo le voleva rigettare. Tutte, in blocco. Qui si è creata una rottura, per cui Benevolo dopo aver impostato sia la variante urbanistica, ma anche il PEEP della Piantata, ha lasciato il progetto.

Anche della Tortorina

Un campo di calcetto abbandonato, ai piedi della Tortorina

Sì, la Piantata era su entrambi i versanti. Dopo aver impostato queste cose Benevolo se ne è andato. Nel momenti in cui si è passato all’attuazione e sono venuti fuori questi problemi di carattere geologico… in pratica nell’ufficio di pianificazione del comune era restato il “braccio destro” di Benevolo, l’architetto Lombardi, che in base alla convenzione che si era fatta, doveva essere presente ad Urbino una volta a settimana, mentre Benevolo impegnava la sua presenza una volta al mese.
Il piano particolareggiato della Piantata è stato portato avanti con la consulenza dell’architetto Lombardi, ma di fatto è stato progettato negli uffici del comune.
La situazione geologica, e anche qui oggi non si farebbe più una cosa di questo tipo, ma allora era abbastanza usuale, è stata sottovalutata. Ci si è accorti ad un certo punto che una buona parte di questi terreni non poteva andare bene per questo tessuto edilizio molto “basso”; quindi il progetto è stato completamente rivisto in base a delle considerazioni che venivano tramite le indagini geologiche. Avremmo dovuto costruire in punti precisi degli edifici che, per dimensioni, consentivano di ammortizzare i costi di fondazione. Occorreva fare fondazioni su pali, e quindi ci volevano degli edifici come dei condomini. E questo ha portato a compattare e a costruire, in alcune aree molto precise, delle case più pesanti, mentre in altre zone è stato possibile costruire villette singole.

Nella Piantata si soffre molto la mancanza di uno spazio di aggregazione pubblica, e via battista sforza appare come un “boulevard” sfortunato, fastidiosamente inondato dal sole in estate, senza la protezione di alberi sufficientemente grandi, e male illuminata la sera.
E poi non ci sono negozi, questo l’ho già detto?

Una piccola piazza è stata progettata, ed è quella che c’è proprio all’inizio di via Gonzaga (in realtà un tristissimo parcheggio, ndr). Non volevamo fare un’altra piazza, secondo quello che abbiamo detto all’inizio la piazza doveva rimanere Piazza della Repubblica, poi più vicino, a Piansevero, di fronte l’ospedale e tra i due alberghi, quello doveva essere un ulteriore “centro” (un’altra zona triste e grigia, con una strada a quattro corsie in mezzo ed impossibile da attraversare, ndr). Quello che vedi oggi è una parte dell’idea iniziale, perché l’altra parte, quella sul versante di Villa Maria, quella che guarda Carpegna, il Sasso Simone e Simoncello, sarebbe dovuta essere collegata attraverso dei trafori sotterranei.

Il parco gioco per i bambini, paludoso

A parte il presupposto, credo che l’evoluzione del progetto abbia creato un quartiere ibrido e difficile da accettare, che è attualmente invaso da una atmosfera di irreale silenzio e tristezza, e penso anche che evitare di creare una “agorà”, presupponendo che piazza della Repubblica, a mezz’ora di distanza a piedi come minimo, sarebbe bastata ad aggregare gli abitanti, sia stata una scelta progettuale ottusa e controproducente, questo me lo lasci dire, dato che ci abito. Se io ho voglia di prendere un caffè e sedermi su una panchina, potrei volerlo fare senza mancare un’ora e mezza da casa. La ringrazio molto per il tempo che mi ha dedicato.

Purtroppo non è un quartiere completamente riuscito. Grazie a te.


Colophon:

Questa intervista è stata estrapolata dal progetto
Bene, dicono i rami. Ma tace il tronco.
una ricerca fotografica sul quartiere la Piantata di Urbino
a cura di: Antonio di Summa, Leonardo De Marchi, Merih Akman, Massimiliano Marrazzo e Dario Terraglia.
Il progetto è stato svolto durante il corso di Fotografia tenuto dai docenti Marcelo Javier Cabrera e Matteo Dini, presso l’ISIA di Urbino.