Nonmusica

L’Italia ha un nuovo genere musicale: nato dalla rabbia nei social network, inaccettabile per il solo motivo di esistere

Nemici pubblici
La musica anticipa i cambiamenti della società”. Non ricordo esattamente dove ho letto questa frase ma mi è sempre sembrato che contenesse una buona dose di verità. Una conferma, per esempio, mi è venuta da Napster, quando ha inaugurato la libera circolazione dei contenuti MP3 e ha dato il via alla rivoluzione della sharing economy. Se non riesce ad anticipare le discussioni e le contraddizioni che politica, informazione e tecnologia stanno affrontando su altri versanti la musica può accontentarsi di accompagnarle, restituendone una versione per così dire sonora. Ad esempio in questi ultimi tempi in Italia si è parlato tanto delle possibili conseguenze della filter bubble, del gentismo e della violenza nei social network. Ebbene, ad un certo punto ho avuto la sensazione che anche la musica del nostro paese stesse affrontando gli stessi temi, come testimoniano gli ascolti e le reazioni pubbliche e private di amici e conoscenti a quegli stessi ascolti.

Gli obiettivi principali di questo genere di polemiche musicali sono personaggi come Fabio Rovazzi, Bello Figo o la Dark Polo Gang. Migliaia di commenti, approfondimenti e invettive ripetono all'infinito “quella che fanno questi non è musica” arrivando in qualche caso addirittura a suggerire che parte della colpa del tracollo nazionale è anche di chi li appoggia e li lascia fare. Ma lo spettro del disprezzo si allarga e stringe con estrema facilità: anche nomi più tradizionali come Calcutta, provocatori come Pop X, artisti trap/rap di ultima generazione quali Sfera Ebbasta, Izi o progetti ironici come Il Pagante e Miss Keta ricevono nei commenti online il medesimo trattamento, il medesimo rifiuto: “Questa non è musica”. Ma non basta: è sufficiente leggere un po’ delle reazioni dei lettori agli articoli postati dai principali siti musicali italiani per contare a centinaia i commenti che esprimono sdegno simile o superiore in ogni ambito: “Questo non è rap”, “Questo non è rock” e via di seguito. Se è vero che obiezioni del genere sono un discorso antico quanto la musica stessa il loro numero e violenza è recentemente aumentato a dismisura per la semplice possibilità di poterle condividere immediatamente e alimentarle reciprocamente. Per la pancia degli appassionati di musica sembra che ogni genere che sia mai stato classificato abbia oggi tradito la propria natura.

L’odio che tanti hanno per la casta politica sembra aver trovato una sua traduzione musicale nei confronti di un’ampia serie di artisti. Colpevoli di mettere in discussione i canoni dei vari generi, regole su cui gli stessi critici con tutta probabilità difficilmente troverebbero un territorio comune. Ancora una volta la rete si dimostra luogo di suprema contraddizione: mentre con una mano mescola suoni e tendenze, con l’altra sembra sollecitare l’intolleranza di chi questa musica l’ascolta, fino spesso a trasformare l’intolleranza in rabbia e la rabbia, alcune volte, in violenza verbale. La censura di una parte del pubblico verso determinati artisti è tale che secondo molti andrebbe proibito di prenderli in considerazione o, addirittura, di esibirsi dal vivo. L’odio razziale e le minacce che hanno colpito Bello Figo e gli hanno impedito di tenere alcuni dei suoi concerti è cosa diversa ma è difficile negare che puristi, liberi pensatori e xenofobi si sono trovati in questo caso a condividere la stessa barricata.

Spesso non basta neanche questo: secondo molti musica come quella di Rovazzi e Dark Polo Gang non andrebbe neppure analizzata né commentata perché si rischierebbe così di fornire patenti di esistenza a ciò che, musicalmente, inesiste. Eppure iniziare ad ignorare la cultura del LOL, dei meme o di quella che è semplice autoironia significherebbe cancellare buona parte di ciò che viene pubblicato online, matrice di linguaggi e argomenti che sempre più spesso diventano di dominio pubblico. Difficile non ammettere come le assurdità verbali e visive di quello che fino a poco tempo fa era bollato come LOL Rap hanno ormai contaminato il mercato discografico mainstream. Questo ben prima di vedere Bello Figo negli studi di Belpietro e Santoro. Tutto questo senza ricordare che il lavoro di chiunque vuole comprendere il presente è proprio quello di concentrarsi sulle sue alterazioni e contraddizioni — per quanto fastidiose o superficiali — piuttosto che ripetere all'infinito il copione di ciò che si conosce già.

Ecco allora che senza accorgercene stiamo assistendo alla nascita di un nuovo genere musicale, che vorrei chiamare “nonmusica”. Ne fanno automaticamente parte tutti quegli artisti che secondo il trasversale pubblico dei commentatori e degli opinionisti on e offline “non dovrebbero esistere” e di cui “non bisognerebbe parlare”, un genere che riesce ad essere scomodo senza praticamente veicolare nessun messaggio politico o sociale e che è inaccettabile per il solo motivo di esistere.

Cos’è la nonmusica
La definizione è venuta quasi per caso, sfogliando un vecchio testo universitario mentre ero a casa per le vacanze. “Nonluoghi” di Marc Augé è un classico degli studi sociologici sull'importanza che spazi come centri commerciali, aeroporti e autostrade hanno assunto nella cultura moderna. Un libro del 1992 utile ancora adesso a capire perché abbiamo iniziato a rifiutare parte della produzione musicale odierna arrivando addirittura a desiderarne l’estinzione. Rileggendolo sono rimasto stupefatto dai punti di contatto tra quel libro i discorsi che incrociavo in rete e quelli che mi ruotavano in testa. Del testo di Augé, mi interessano particolarmente due concetti: la definizione dell’autore di “surmodernità” e, naturalmente, quello di “nonluogo”.

Secondo Augé la surmodernità definisce la difficoltà di comprendere il tempo presente. Tale difficoltà è generata dalla sovrabbondanza di avvenimenti in cui siamo perennemente coinvolti. Viene da sorridere pensando che il problema è stato sollevato una decina di anni prima del lancio dei social network e delle loro incasinatissime timeline. Il nonluogo è invece “uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico”. E dunque le già citate asettiche corsie di supermarket, le piazzole autostradali o gli immensi hub degli aeroporti .

Ecco dunque lo spericolato parallelo: così come secondo Augé lo stress della surmodernità ha prodotto i nonluoghi (aberrazione di quelli che definiamo luoghi tradizionali) allo stesso modo l’accelerazione di questa condizione di sovrabbondanza d’informazioni ci ha regalato oggi anche la nonmusica. Un contro-genere musicale che imita quelli tradizionali diventandone caricatura. Il trait d’union tra artisti come la Dark Polo Gang (parodia di rapper), Rovazzi (parodia di popstar) o Bello Figo (la parodia per eccellenza) è lo stare fuori dall'ambiente musicale tradizionale, preferendo una posizione laterale che permetta loro di commentare e sclerotizzarne i tic e le idiosincrasie. Gli stessi confini musicali della nonmusica sono confusi: oltre l’elemento dell’autoironia infatti il genere viene definito dalla reazione di chi l’ascolta più che dalle scelte musicali e dagli atteggiamenti degli stessi artisti. Sono i commenti Facebook, le reazioni stizzite e gli editoriali “contro” a tracciare il perimetro della nonmusica più di qualunque manifesto programmatico o identitario che nessuno dei nonmusicisti, ca va sans dire, i vorrà mai stilare.

Proprio perché è tutto ciò che gira attorno alla nonmusica a definirne la natura ecco che analizzarne il portato diventa interessante per ciò che può svelare su di noi che ne siamo gli involontari creatori. Se la sua genesi è dovuta a chi ha iniziato a criticarne i protagonisti e dunque a definirne la natura la massa dei suoi fan di nonascoltatori è invece quella composta dal pubblico anonimo e silenzioso dei social network. I non appassionati che non hanno mai comprato un disco in vita loro e che si divertono a inscenare il “ballo virale” di Rovazzi sulla battigia delle spiagge italiane durante l’estate. Oltre a loro i giovanissimi fan della Dark Polo Gang o de Il Pagante e dei tanti epigoni in arrivo che un disco non l’hanno mai comprato visto che il CD era già tramontato quando hanno ricevuto la loro prima paghetta.

Troppo odio
La nonmusica però è soprattutto un negativo che ci rivela la vera natura di chi decide di rifiutarla. Proviamo a comprenderne le ragioni e le critiche. La prima obiezione è anche la più diffusa: questo tipo di musiche mancherebbe totalmente di contenuti. Un’osservazione che non sembra più possibile tante volte è stata disinnescata nel passato. Mio padre mi raccontava già delle critiche fatte ai cosiddetti urlatori della musica italiana anni 50 (Clem Sacco, Little Tony, Mina) che avrebbero osato distruggere con i loro acuti il bel canto italiano dei classici Claudio Villa e Nilla Pizzi. Qualche anno dopo ovviamente c’è stato anche il punk che volendo spazzare via tutto quello che era esistito in precedenza e che faceva rizzare i capelli ai borghesi e contemporaneamente speculare all'infinito i tanti che si appassionavano alla natura mediatica e spettacolare del fenomeno.

Il risultato che leggiamo nelle bacheche di amici, testate editoriali e degli stessi artisti è lo stesso di quello visto in tanti altri comparti dell’opinione pubblica riguardo le vicende della politica e della società civile: un mare d’indignazione. Uno sdegno che, come sempre, quando è così assoluto fa scomparire ombre e luci, complessità e sguardi realmente critici sui fenomeni di massa. Ebbene questo sdegno ignora strumentalmente di prendere in considerazione il mestiere e il pensiero alla base di prodotti come quelli di cui discutiamo. Liquidandoli con un’imprecazione ci ricordiamo della loro ragione commerciale e popolare solo quando torna comodo fare i conti in tasca ai singoli artisti. Vengono accusati di rubare attenzione e spazio ad altri più meritevoli, proprio loro che sono tra i pochi ad allargare i confini del panorama esistente costruendo percorsi e ambiti del tutto nuovi, a cavallo tra diverse piattaforme e linguaggi. Esattamente quello che anche la musica tradizionale si è ripromessa di fare molto tempo fa senza però riuscirci davvero.

Di chi è la colpa?
Il successo della nonmusica non è solo un fatto numerico. È vero che i suoi protagonisti macinano milioni di visualizzazioni su YouTube e Spotify ma il dato per cui siamo qui a discuterne è soprattutto quello relativo alla rilevanza che sono stati capaci di guadagnare. Un altro paradosso per una serie di artisti continuamente accusati di superficialità e insulsaggine, di “pesare poco”. Essendo la nonmusica un genere che procede per sottrazione, definito dalle azioni di chi ne critica l’esistenza, ad emergere è soprattutto il bisogno di di testimoniare la propria esistenza da parte di chi ribadisce la propria resistenza ad una presunta invasione culturale . Visto che il solo vero segno dei tempi è l’indignazione pubblica cade anche l’ultima obiezione: l’accusa che dietro l’ascolto di determinata musica ci sia un disperato tentativo di sentirsi contemporanei, ironici, cool.

Come coloro che rivendicano nuove forme di socializzazione disprezzano naturalmente i nonluoghi del territorio (i nonluoghi non sono abitati da “persone” ma da “clienti”) allo stesso modo chi crede ancora in una rigorosa divisione in generi musicali o in categorie come quelle della “buona musica” o di una “cultura alta” vs “cultura bassa” non possono fare a meno di odiare la nonmusica. Questa dimostra infatti il fallimento di qualunque possibile categorizzazione, classificazione e ordinamento sostituendo alla “qualità” di un tempo unità di misura più scivolose e multiformi. Come l’odio e la paura che scatenano il populismo sono ispirati dall'invasione (immaginata) dei migranti nello spazio fisico delle nostre città così la nonmusica nasce dalla percezione di un’invasione del nostro immaginario culturale tradizionale. Siamo circondati da maschilisti che si baciano in bocca, razzisti dalle origini meticce, figli di papà che prendono in giro il loro stesso pubblico di arricchiti. E quasi mai riusciamo a dare un senso a tutto questo.

Se la musica pop e rock hanno avuto sempre l’obiettivo di unire tra di loro comunità di persone in spazi fisici la nonmusica oggi ha invece lo scopo di tenere assieme le nostre identità digitali. A rendere possibile ciò è l’empatia generata dalla natura autoironica della nonmusica, un genere che è il corrispettivo sonoro dei meme grafici, la marea di gattini e cagnolini che hanno contribuito a formare le prime enormi community online come Buzzfeed. Se per Augé i nonluoghi per antonomasia sono quelli frequentati dai viaggiatori (spazi di passaggio, sempre temporanei). Allora la nonmusica perfetta è quella in grado di essere meme ancora prima che canzone e che ci permette di fare come tutti gli altri per essere finalmente e realmente noi stessi.

Il tracollo culturale nazionale non è certo colpa dei Rovazzi dei Bello Figo di Sfera Ebbasta o della scena trap ma all'opposto di chi si ostina a costruire steccati e ghetti culturali utilizzando categorie superate. Un comportamento manicheo e semplificatorio che mima in ambito culturale l’atteggiamento ideologico dei movimenti populisti. Forme di pensiero contro cui spesso ci scagliamo ma i cui errori tendiamo involontariamente a replicare quando si tratta di reagire alle contraddizioni di un ambito complesso e a cui siamo emotivamente legati come quello musicale.