Il caso Fabio Chiusi e la balcanizzazione di Twitter

Guru dei new media fino a ieri, diventa (per alcuni) un soggetto da cui tenersi alla larga perché fa da consulente a un deputato 5 stelle su progetti innovativi come Industria 4.0 e digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Se i demoni oscurano lo sguardo

Confesso che nella mia crassa ignoranza non sapevo chi fosse Chiusi Fabio fino a pochi giorni fa. Per gli strani casi dei social network, che mettono in contatto ora con il pigmeo della Nuova Guinea, ora con il teenager di Busto Arsizio, ora con il genio del MIT, ora con un ricercatore con master in Filosofia della scienza alla London School of Economics (l’ultimo è il caso di Chiusi), mi sono imbattuto nel suo account Twitter nel bel mezzo di un filone in cui il super esperto di culture digitali si doleva del trattamento riservatogli da quando ha un incarico nello staff di un parlamentare 5 stelle (Federico d’Incà).

Risalendo a ritroso nelle conversazioni, par di capire che il fattaccio sia scaturito da un’incomprensione tra lo stesso Chiusi e la giornalista Antonella Rampino a proposito di una notizia sui troll russi. Un banale equivoco linguistico, almeno a giudizio di chi scrive, sull’interpretazione delle parole “secondo La Stampa”. Che cosa vuol dire “secondo La Stampa” riferito a una notizia o indiscrezione? che il giornale semplicemente la riporta? o che prende una posizione? Una parola tira l’altra e si è arrivati a una sorta di escalation nucleare, come talvolta accade online. Forse la Rampino ha inteso male, forse il Chiusi avrebbe dovuto provare a chiarire prima di mettersi sulla difensiva, fatto sta che la discussione s’è rapidamente scaldata. A un certo punto a Chiusi è stato rimproverato il suo attuale incarico: “Non sapevo che il guru lavorasse per M5S, avrei evitato di interloquire…”. Al che, il ricercatore è sbottato: “Anni a fare le pulci a ogni notizia in merito, di articoli e studi e saggi accademici e non, ma ora che lavoro per un parlamentare M5S sono un manipolatore piccolo piccolo”.

Ma non è neanche questo il punto, perché uno scambio acceso può capitare nelle migliori famiglie, a torto o ragione. La Rampino, soggettivamente, credeva di aver a che fare con un manipolatore (data la sua interpretazione del tweet iniziale, forse frutto di un qui pro quo ma per lei corretta), per cui una reazione a caldo poteva anche starci, al limite.

Il punto è che, al di là del flame che ho provato malamente a riassumere, in un successivo tweet il Chiusi si è rivolto ai suoi follower in termini più generali: giudicatemi per quel che faccio, per la mia storia professionale, non per il datore di lavoro! Qualcuno gli ha augurato buon lavoro e un una novantina dei suoi 51 mila follower hanno lasciato un like, ma diverse repliche (questa volta a freddo, neanche condizionate dal diverbio in corso) sono state abbastanza dure, se pur espresse civilmente. Ad esempio, citando da vari user:

ho scoperto di questa tua collaborazione e mi ha lasciata di stucco. Ti pensavo una persona libera…

Ti seguivo anch’io, da oggi mi sarà difficile mantenere la stessa fiducia…

come puoi dispensare consigli, se non condividi fini e metodi? … non riuscirei neanche ad aiutare a cambiare l’acqua ai pesci rossi, a qualcuno con certe posizioni

Fino ad arrivare all’accusa più grave: collaborazionismo con il nemico!

questo stesso sfogo, scritto da uno che collabora con il M5S, dice già che l’obiettività se ne è andata…

ti giudico come uno che lavora per i grillini: un sodale dei grillini…

Chiusi, da parte sua, ha ammesso di porsi egli stesso dubbi e di non essere d’accordo con molte cose dei governanti gialloverdi, ma di credere nel lavoro che fa perché riguarda temi d’innovazione tecnologica che condivide, obiettivo anche di precedenti governi.

Ironia della sorte, nel curriculum di Fabio Chiusi ci sono proprio ricerche sulle dinamiche sociali in rete, di cui in qualche modo ora è vittima. Dinamiche che non vanno drammatizzate ma che sono del tutto simili a quelle della vita a modem spento.

Oltre all’odio — ha scritto su Wired— su Internet, c’è tutta la variegata gamma dei sentimenti e delle relazioni umane, e non si capisce — non ho dati lo smentiscano — perché dovrebbe presentarsi in proporzioni diverse al bar, in piazza o sui social media”.

Molte reazioni sui social, in effetti, non sono differenti da quelle che si sentirebbero parlando di persona. Ma, avvenga online o offline, colpisce come un esperto rinomato diventi di punto in bianco un soggetto di cui dubitare dell’onestà intellettuale, sol perché accetta un incarico da un parlamentare del Movimento 5 stelle. Partito criticabilissimo, per carità!, per certe scelte (dell’ultima follia sui vaccini ho scritto anch’io), ma che non andrebbe demonizzato quando tenta di fare qualcosa di buono come, a quanto pare, sulle questioni di cui si occupa Chiusi. E’ in fondo lo stesso Movimento 5 stelle con cui avrebbero voluto stringere un’intesa in streaming Bersani e persino Renzi qualche anno fa, e più recentemente Martina e Franceschini. Era semmai il M5s a dipingere Bersani e compagnia come zombie pericolosi da non avvicinare neanche per un saluto. Ma ora il vade retro ha fatto scuola anche tra gli ex moderati: l’avversario politico diventa nemico, il nemico demonio. Twitter, in questo, non fa eccezione: rispecchia un’Italia lacerata (per ora solo politicamente, per fortuna) come i Balcani dei tempi peggiori, tra fazioni che non si riconoscono reciproca legittimità, mentre chi dissente è visto come un poco di buono, troll, spia, untore, provocatore prezzolato, che sia vero o (di solito) no. Ecco allora che anche una collaborazione tecnico-professionale con qualcuno dell’altra sponda è sufficiente a far cambiare radicalmente il giudizio su una persona: da guru a poveretto. I demoni possono oscurare lo sguardo.