La legge elettorale non va tanto bene. Dunque facciamo una porcata peggiore

Il Rosatellum con cui abbiamo votato il 4 marzo è pieno di difetti. Ma le proposte di modifica più gettonate, premio di maggioranza e ballottaggio, trasformerebbero un cattivo sistema in un sistema pessimo.

Avete presente quando si avverte prurito in una parte del corpo e più ci si gratta e più si accresce il pizzicore? Allo stesso modo l’Italia cerca disperatamente di riformare le proprie regole elettorali, ma tanto più si accanisce a curarle con impiastri e medicamenti di dubbia efficacia tanto più la piaga si imbruttisce. Il discorso è complesso e non pretendiamo di sviscerarlo nelle poche righe di un blog, ma si può notare come la tendenza al fare e disfare leggi elettorali sia una costante della cosiddetta Seconda repubblica e forse lo sarà anche nella Terza. Nel 1994 abbiamo abbandonato il proporzionale per passare a una miscela di tre quarti di seggi scelti nei collegi uninominali e un quarto con il proporzionale: il famoso Mattarellum che ha visto alternanze tra governi di colore politico diverso, fondamentalmente tra i due poli del centrodestra di Berlusconi e del centrosinistra di Prodi e compagnia. La legge Mattarella non era perfetta ma produsse delle maggioranze chiare, e dava l’impressione di rispettare il voto degli elettori. Eppure fu abbandonata nel 2005 per passare alla legge Calderoli, definita una “porcata” dallo stesso proponente. Che necessità c’era della “porcata”? All’epoca fu interpretata come uno stratagemma berlusconiano per scongiurare che la vittoria di Prodi, prevista per le imminenti elezioni del 2006, si traducesse in una maggioranza molto salda come sarebbe successo con il meccanismo uninominale del Mattarellum. Certo il Porcellum conferiva un premio di maggioranza, che alla Camera assicurava la maggioranza al vincitore. Ma al Senato (eletto per Costituzione su base regionale) la somma dei premi calcolati regione per regione non andava in senso univoco e poteva quindi produrre risultati diversi da quelli della Camera. Una sorta di instabilità programmata. In effetti la legislatura iniziata nel 2006 durò solo un paio d’anni e nel 2008 si tornò a votare, ma sempre con la “porcata”, e lo stesso si fece nel 2013. Per liberarci dal Porcellum abbiamo dovuto attendere la Corte Costituzionale che ne ha sancito l’illegittimità per una serie di problemini, tra cui le liste lunghe bloccate, i cosiddetti “nominati”. Fu bocciato anche il premio di maggioranza che regalava il 55% dei seggi a Montecitorio alla coalizione prima classificata perché distorceva eccessivamente la volontà degli elettori violando l’uguaglianza del voto. In altre parole, la soluzione di “governabilità” fornita dal Porcellum non solo era claudicante rispetto al Mattarellum, ma era anche scorretta dal punto di vista della grammatica istituzionale.

A quel punto, e siamo ormai arrivati alla XVII legislatura appena conclusa, i nostri rappresentanti in parlamento avrebbero dovuto elaborare una nuova normativa che evitasse gli errori precedenti. Invece partorirono un’altra legge incostituzionale, l’Italicum, anche questa con un premio di maggioranza, e con spareggio tra le prime due liste, mai applicata perché “segata”, anche questa, dalla Consulta. I difetti riscontrati erano in parte simili a quelli del Porcellum: «Le disposizioni censurate -scrissero i giudici- riproducono così, seppure al turno di ballottaggio, un effetto distorsivo analogo a quello che questa Corte aveva individuato, nella sentenza n.1 del 2014, in relazione alla legislazione elettorale previgente». Nell'occasione si chiarì anche che il ballottaggio per una carica monocratica, l’elezione di una singola persona come il Sindaco di una città, non è paragonabile a quello per l’intero parlamento.

Infine, pochi mesi prima del voto del 4 marzo, è venuta fuori la strana creatura detta Rosatellum, a partire dal cognome dell’allora capogruppo Pd Ettore Rosato, con una scheda unica e un unico segno sulla scheda per votare contemporaneamente con due sistemi diversi, un po’ proporzionale di lista-coalizione e un po’ uninominale, togliendo senso al voto uninominale che dovrebbe scegliere la persona. Un’altra bizzarria, la doppia soglia di sbarramento che regala ai partiti maggiori i voti a favore dei partiti minori loro alleati se questi hanno più dell’1 percento ma meno del 3 percento! Tra tanti difetti, però, il Rosatellum ha avuto il pregio di ristabilire il collegamento sostanziale tra voto degli elettori e seggi attribuiti, collegamento che si era un po’ perso per strada con gli artifici dei premi di maggioranza.

Veniamo ad oggi. In questi giorni assistiamo alle trattative per la formazione di un governo e non sappiamo come andrà a finire, ma di sicuro nessuna delle liste o delle coalizioni potrà fare tutto da sola, vista anche la frammentazione: il sistema non è più bipolare ma ha come minimo tre poli. Probabilmente si dovranno trovare punti di mediazione tra le istanze del Sud povero che ha votato il programma del “reddito di cittadinanza” Cinque stelle e quelle del Nord che vorrebbe pagare meno con la “flat tax” promessa da Salvini. La “quadra” potrebbe auspicabilmente migliorare proposte che in origine sembravano piuttosto sbilanciate e irrealistiche nella versione originale “acchiappavoti”. Un eventuale accordo M5s-Lega, si ipotizza, porterebbe a un sussidio di reinserimento per i disoccupati ma non con “allarme rosso” d’assistenzialismo come il reddito a vita ipotizzato da Grillo e, d’altra parte, a una riduzione delle imposte dirette sì, ma meno squilibrata a favore dei più ricchi come sarebbe un’aliquota Irpef piatta per tutti al 15%. Il fatto che non ci sia un unico vincitore potrebbe quindi tramutarsi in elemento positivo, inducendo i vincitori parziali a non beneficiare solo le categorie che rappresentano e a tener conto anche degli altri, pur senza rinunciare alla carica di novità.

Ebbene, qual è oggi la direzione in cui i partiti vorrebbero modificare ancora una volta la legge elettorale? A quanto si sente, nulla si è imparato dal passato: l’idea è di perseverare sulla strada già battuta dei premi di maggioranza e dei ballottaggi, che non solo sono già caduti sotto la falce dei giudici costituzionali perché trasformano una minoranza in maggioranza con marchingegni artificiosi, non solo hanno rivelato problemi di scoordinamento tra Camera e Senato, ma in questa stagione politica produrrebbero un esito paradossale: in un testa a testa tra Lega e Cinque stelle, per dire, avrebbe la maggioranza assoluta e quindi il controllo del parlamento il solo Nord oppure il solo Sud, mentre il resto del paese verrebbe relegato nei seggi ridotti dell’opposizione. Non pare una genialata ma è proprio contro quel muro che si vorrebbe tornare a sbattere ancora una volta, anziché guardare alle altre democrazie occidentali. Francia, Germania, Gran Bretagna, si può discutere quale sia il modello elettorale da preferire, ma in tutti i grandi paesi occidentali premi di maggioranza e ballottaggi tra liste sono praticamente sconosciuti!