Meno 32. Si voterà, ma sarà come se non si fosse votato

Alleanze impossibili e legge elettorale rompicapo. Countdown verso il #4marzo

Mettetevi nei panni di un italiano che guardi alla data del 4 marzo sul calendario. Dovrebbe essere un giorno di festa perché finalmente il cittadino può dire la sua: mandare a casa chi non gradisce e sostituirlo con qualcun altro, o viceversa premiarlo se quel che è stato fatto risulta gradito. Così funziona in democrazia. I cittadini votano, il voto produce un effetto. Ma la sconfortante impressione che si ricava dall’attuale quadro politico italiano e dalla nuova legge elettorale è che non andrà proprio così. Si voterà, sì, ma sarà come se non si fosse votato. I voti espressi non porteranno conseguenze in un senso o nell’altro, almeno non in modo percepibilmente chiaro per l’elettore. Non solo perché con la scheda senza voto disgiunto voti un candidato che ti piace ma ti trovi a eleggere anche qualcun altro a tua insaputa, ma soprattutto perché dopo il voto nessuna maggioranza politica sarà possibile in parlamento. Non sarà un giorno di festa per nessuno, neanche per chi si proclamerà vincitore delle elezioni avendo ricevuto un voto in più degli altri.

In parte è inevitabile che sia così. Il Paese è spaccato tra tre o quattro fazioni politiche apparentemente impossibili da amalgamare, ciascuna delle quali resterà minoranza, dicono i sondaggi.

I Cinque stelle hanno da sempre campato proprio sullo splendido isolamento che ha permesso di raccogliere voti sia a destra sia a sinistra dai delusi degli altri partiti. Mescolarsi agli altri, sia pure con l’astuzia di chiedere una convergenza programmatica non un’alleanza politica, significherebbe accettare come compagni di strada Salvini e Meloni oppure Grasso e Boldrini. Scelta dolorosa per chi si è sempre detto né di destra né di sinistra. E neppure si vede perché Lega o LeU dovrebbero votare la fiducia a un esecutivo a guida Di Maio senza farne parte, per quanto popolato da tecnici e magistrati più che da grillini di stretta osservanza.

Non solo per i Cinque stelle la convergenza con forze “nemiche” avrebbe un prezzo politico. Anche i due contrapposti schieramenti di centrodestra e centrosinistra hanno costruito la propria identità sul disdegno verso l’avversario. Anche se sono lontani i tempi in cui il centrosinistra si definiva come campo antiberlusconiano più che per un progetto comune, la resurrezione di Berlusconi renderebbe anche oggi imbarazzante una esplicita alleanza parlamentare tra centrosinistra e centrodestra moderato sul modello delle grandi coalizioni tedesche. Temi come lo ius soli, peraltro, sono stati affrontati da entrambi gli eserciti come battaglie ideologiche tra visioni del mondo inconciliabili -massima spinta all’integrazione VS. massima chiusura- più che questioni concrete su cui si possono trovare compromessi di buonsenso, magari copiando quel che succede in altri Paesi europei dove la cittadinanza ai figli dei residenti stranieri non è attribuita istantaneamente alla nascita ma neppure si devono attendere 18 anni!

Per non parlare delle ulteriori linee di faglia all’interno di ciascuno schieramento. L’amore fraterno tra Berlusconi e Salvini sembra solido come quello tra Caino e Abele (il lettore scelga chi vedere nei panni del primo o del secondo), con un “programma condiviso” che dimentica questioni scottanti come l’Euroexit. Nel Partito democratico d’altra parte i non renziani attendono il 5 marzo per fare i conti con chi vorrebbe trasformare il PD in PdR, Partito di Renzi.

Questo paesaggio così frastagliato non verrà semplificato dal meccanismo elettorale, che potrebbe avere anzi effetti pseudorandom. Abbiamo giustamente accantonato leggi incostituzionali come Porcellum e Italicum che, per così dire, “semplificavano troppo”; abbiamo messo da parte anche il proporzionale puro del Consultellum in stile prima repubblica; ma non abbiamo ancora partorito una legge in grado di tradurre voti in seggi trovando la quadra tra i due corni di governabilità e rappresentatività. La parte proporzionale del Rosatellum, i due terzi degli eletti, incoraggia la frammentazione. Il terzo uninominale, che secondo le previsioni dovrebbe consegnare un implicito premio di maggioranza al Centrodestra, non basterà a rendere autosufficiente la coalizione FI-Lega-FdI, ma d’altra parte potrebbe indebolire il Pd (se resterà sotto la “quota Bersani” del 25%) e la prospettiva di un governo nazareno PD-FI. Indecifrabile per l’elettore, poi, la sorte dei partitini minori: sotto l’1% sono voti persi; se però restano sotto il 3% il voto non sarà conteggiato per la lista votata ma per la coalizione, al partito più grosso che supera la soglia. Cioè, voti la lista degli Scapoli ma ti ritrovi a eleggere un loro amico Ammogliato.

La via d’uscita dopo il voto, sostengono alcuni appassionati di alchimie politiche, potrebbe essere un governo del Presidente con obiettivi limitati e ministri tecnici, supportato da PD e FI senza però che questo configuri larghe intese, e non osteggiato da LeU. Nel frattempo il parlamento avrebbe il tempo di riscrivere la legge elettorale. Difficile dire quel che accadrà. All’elettore in ogni caso non sarà facile vedere quel che accadrà dopo il 4 marzo come conseguenza del proprio voto.