Appunti, 13–16 novembre 2015

1.
Ho passato tutta la notte di venerdì scorso sui social per capire e mettere in fila fatti, foto e video come mi dettava l’indole che mi porto dietro. Tanto è lì che si deve stare per avere il maggior numero di informazioni su quello che sta succedendo in quel momento in un preciso angolo del mondo. Poi sta a te rimetterle in fila.

Tra i siti che venerdì notte si sono distinti davvero per l’ottimo lavoro ci sono secondo me il Guardian, Afp, Reportedly, Le Monde e per l’Italia il Post. Non è inutile dirlo, perché è importante riuscire a distinguere chi sa cosa dire e come farlo in un momento in cui tutto il mondo è lì che aspetta di conoscere, e secondo me questi ci sono riusciti.

Delusione invece per i grandi giornali americani/globali, nei quali mi è parso pure di intuire una sorta di difficoltà nel racconto del contesto parigino. Addirittura il NYT ha aspettato diverso tempo prima di buttar giù il paywall, boh.

Dei quotidiani cartacei italiani di sabato 14 è inutile dire qualcosa, tranne che, a parte qualche eccezione, si sono ancora una volta distinti per l’ignoranza e l’assoluta mancanza di coscienza civile nell’affrontare una tragedia di questa portata.

2.
Ancor più tremenda è stata la giornata di sabato 14 novembre. Frotte di esperti di geopolitica, religione, tattiche di guerriglia, unite a file improvvisate di crociati, politologi , moralisti e xenofobi, si sono date appuntamento come sempre sui giornali e sui social network per sfogarsi un po’.

Penso sia l’effetto della paura, anzi proprio del farsela addosso, che colpisce la maggior parte delle persone (un’altra parte lo fa in piena coscienza e quella coscienza mi fa schifo) e che le porta a gridare quello che le sale su dalla pancia e a scontrarsi con chi non la pensa come loro.

È un modello che in Italia conosciamo a menadito perché ci facciamo i conti tutti i lunedì mattina, specie se in vetta alla classifica le cose sono incerte, ma che di fronte a tragedie come quella di Parigi lascia spossati, esterrefatti e depressi. Sono i social network, bellezza. Certo, lo so. E’ la meraviglia di un luogo in cui chiunque può dire come la pensa a chiunque lo stia ad ascoltare (e anche a chi non lo ascolta). La cosa bella è che puoi anche spegnerli e tornare a concentrarti su quello che stavi facendo fino a quel momento: cercare di capirci qualcosa senza questo costante rumore di sottofondo. Per la prima volta in vita mia, tutte queste parole, tutte queste voci e questi toni mi hanno prosciugato. E ho spento tutto.

Forse è perché di cose personali da dire su Parigi non ne ho. Non ho lezioni da impartire a nessuno né analisi o punti di vista che reputo necessario condividere e nemmeno articolazioni sintattiche parecchio elaborate su cui lanciarmi per ribadire le mie discutibili abilità narrative. Mi sento molto piccolo in questo momento e inerme e parecchio vulnerabile di fronte a questa violenza devastante. Ma non sono annichilito. Voglio capire e voglio sapere, perché non ho alcuna intenzione di cedere un centimetro delle mie libertà di fronte a tutta questo sangue.

3.
Ho portato mio figlio a Parigi per il suo secondo compleanno quindici giorni fa. Anche se ancora non può capirlo, abbiamo pensato di dover mettere il prima possibile la sua giovane vita di fronte alle cose belle di questo mondo. E Parigi è una delle cose più belle di questo mondo. Le sue strade e i suoi palazzi, la sua storia e i suoi abitanti, il fermento, i colori e la luce. Tutto, anche i quartieri meno nobili, hanno un alone tale da lasciare esterrefatti gli occhi e il cuore. Abbiamo intenzione di continuare a farlo con tutta l’ingenuità di cui saremo capaci: portare questa giovane vita alla scoperta delle cose più belle di questo mondo. Mi piace ripeterlo.

4.
Sabato sera sono stato a cena a casa di amici. Non succedeva da tempo per tutta una serie di ragioni. A metà serata, mentre fumavo in terrazzo, mi sono reso conto che quella cena era la nostra risposta spontanea al sangue di Parigi. La necessità di confrontarsi, di stare insieme e guardarsi negli occhi, di sentire un po’ di calore, di condividere la paura e le preoccupazioni. Essere umani, insomma.

5.
Ieri, domenica 15 novembre, ho comprato due giornali. Anche questo non succedeva da tempo. La Stampa aveva la prima più bella d’Italia e non solo. In quel giornale stanno cercando di fare un bel lavoro in termini di qualità e di approccio, che mi sembra una cosa poco italiana e parecchio internazionale. Piano piano ce la faranno. Finalmente.

6.
Stamani sono tornato al lavoro e a ritmi forsennati sono arrivato a metà pomeriggio senza pensare a Parigi. Poi mi son trovato davanti la parola guerra e per un attimo il nastro si è riavvolto. Sono tornato a venerdì sera, quando sono stato svegliato e mi è stato spiegato quello che stava succedendo, consegnandomi ad una notte in bianco.

La mia generazione la parola guerra non l’ha sentita o annusata davvero. Non con questa intensità, non con questa empatia dovuta alla vicinanza non solo geografia con la bocca che l’ha pronunciata. Non c’è bisogno d’affannarsi a raccontare le storie dei sopravvissuti, a cercare per le strade le impressioni del giorno dopo. Quelle strade sono le nostre strade, quei bar e quei locali sono i nostri bar e i nostri locali. E i francesi siamo noi, vivi o morti, tutti quanti.

E’ piuttosto sentire la parola guerra come termine ultimo di un ragionamento causa-effetto che mi lascia tramortito nel 2015. Al di là della gravità retorica con cui è stata usata, mi spaventa l’idea che sia la guerra l’unico strumento ordinatore concepito a questo mondo (da sempre) e che a questa guerra contro pochi coincida spesso, specie negli ultimi tempi, una riduzione delle libertà di tutti. E’ una cosa che non capisco. Non riesce a entrarmi nel cervello.

7.
Nelle ultime ore mi sono pentito di non aver scritto nulla su Parigi, dove per scrivere intendo fare il mio lavoro. Ero sveglio, ero lì che leggevo, cercavo di verificare, organizzavo, collegavo. Penso che chiunque faccia questo mestiere possieda anche solo un Lettore per il quale rappresenta un punto di riferimento. Potevo raccontare qualcosa e non l’ho fatto. Quel punto di riferimento sarà stato una bella delusione in questi giorni.

8.
Mi chiedo sempre come sia. Com’è ritrovarsi in una situazione del genere? Com’è scampare alla morte e ritrovarsi al centro di un inferno di fucilate, grida e panico? Come ti comporteresti? Come reagiresti sapendo che sei insieme ai tuoi cari? Saresti in grado di prenderti cura di loro? Fino a che punto di spingeresti per proteggerli e metterli in salvo? Ce la faresti? E se li perdessi?

9.
A mio figlio oggi, che è già martedì 17, non saprei cosa dire di questi tre giorni insonni. Mi viene sempre in mente il pianto di mia madre di fronte all’edizione speciale del tg che annunciava la morte di Falcone. Ero un bambino. Della sera parigina del 13 novembre 2015 proverei a descrivere le cose nel modo più lineare possibile e forse, forse, gli ripeterei una frase banale e definitiva che un pittore (francese) mi disse stringendomi la mano almeno dieci anni fa, proprio come avrebbe fatto ad un bambino. “E’ importante che tu tenga sempre a mente che la Storia, tutta la Storia, è un’immane tragedia che colpisce solo gli inermi”.