A braccio di ferro sono imbattibile

“Cosa resterà di questi anni ’80”, cantava un Raf giovanissimo con fare retorico e nostalgico.

Qui la radio non canta più “won’t you break my heart?”, ma poco cambia; pochissimo. Dei nostri anni ’80 è rimasto:

  • il bracciale rosso;
  • i due rom che fanno un falò con le buste Crai;
  • il giubotto di jeans fuori dal tuo stile;
  • i miei jeans neri;
  • quel vestito a fiori;
  • “Loud places” di Jamie XX;
  • le capsule del caffè Fior fiore Coop.

Ieri pensavo a un amore antico tra il sole e la luna. Me li sono immaginata amanti, in tempi lontanissimi. Affiatati, lussuriosi, vogliosi l’uno dell’altro. Per un periodo, guardando il cielo di giorno, con il sole alto, ogni qual volta che la luna bianchissima svettava, ho pensato fosse lì per il sole, come a dire: “Grazie compà per l’altra notte” o “Brutto stronzo, lo vedi, non m’intimorisci. Io qua sono e ci resto”.

Oltre ad immaginarmi una luna con un lieve influsso siculo e con l’abitudine tutta isolana di mettere i verbi alla fine della frase, mi sono ritrovata a patteggiare con lei. Cos’altro avrebbe potuto fare, cosa avrebbe potuto gridare al sole se lui pensava solo a lavorare, ad avere qualcuno che lo attendesse a casa, dopo il lavoro, sul divano? Qualcuno a cui raccontare come è andata la giornata, a cui dire che il vento di oggi lo ha leggermente offuscato, ma alla fine ha vinto lui: “a braccio di ferro, lo sai cara, sono imbattibile”.

Me li sono immaginata sofferenti quando il loro turno di lavoro finiva e non riuscivano a vedersi, quando il cielo era solo di uno dei due e non d’entrambi, neanche per pochissimo. Me li sono immaginata così, amanti alle spalle di tutti, sorridenti con gli altri, sfuggenti.

- Hai un nuovo amore?
- Ma via, lo sai che il lavoro mi occupa un sacco. Non ho tempo per questo.

E forse, il sole e la luna non avrebbero mai voluto trovare del tempo maggiore se non l’uno per l’altra, non avrebbero voluto che estati e ore di straordinario in cui, alternativamente, essere le cornici più belle. Forse, non avrebbero voluto altro che vedersi un po’ di più.

Nei periodi di crisi me li sono immaginata tristi, dev’essere stato inverno. Entrambi ingrigiti, entrambi poco entusiasti, ma ancora lì, aggrappati a quell’insieme che non è mai un contemporaneamente insieme. Me li sono immaginata a timbrare il cartellino a fine turno e i loro incontri erano maggiori quando non volevano far altro che evitarsi. Me li sono immaginata così e mi è venuta una morsa allo stomaco per la crudeltà degli eventi.

Chissà perché ora non stanno più insieme, lì ad attendersi prima di strisciare i badges, chissà perché si sono arresi così in fretta. Non so cosa resterà loro come ricordo, non so cosa sarà dei loro anni ’80; io so solo che anche le mie capsule del caffè finiranno e allora, ci sarà ancora il resto? Ci sarà il “buona serata ragazzi” degli altri a rimbombarmi ancora un po’ nelle orecchie? Ci sarà tutto questo e molto altro. Ma le capsule del caffè finiranno, finirà questa morsa allo stomaco e noi, proprio come il sole e la luna, non ci aspetteremo più prima di timbrare il nostro badge. Il nostro non sarà che un incredibile tramonto.

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