OLGA ERRE
OLGA ERRE
Jul 10, 2017 · 4 min read

ASPETTO IL MOMENTO IN CUI SMETTERE D’ASPETTARE

Sto studiando delle cose che non so ancora se voglio veramente imparare, non so se voglio ricordarmene e farne tesoro o se preferisco che si dileguino. Di norma, comunque, non impiegano tanto.

Ogni volta mi piace pensare di poter scegliere, come fossi immersa in un’anarchia intellettuale in cui il piacere della scoperta precede il dover sapere. Non lo so quando è accaduto il rovesciamento delle due cose (io non so mai quando accadono le cose, ma non perché, ad esempio, non mi piaccia la storia; è solo che quella cosa del collocare un evento nella linea spazio — tempo mi mette ansia dall’elementari). So solo che questa imposizione del sapere dall’alto — da parte dell’altro — forse non è congeniale per l’incrociarsi del sapere. Che poi io questa cosa della parcellizzazione della conoscenza l’ho imparata studiando le cose che non so se voglio imparare. Magari questa informazione me la tengo e la riuso (riciclare è importante per l’ambiente), il resto aspetto che si dilegui, — di norma, non impiega tanto — .

Di quando ero piccola, una delle cose che ricordo più vividamente e con più angoscia insieme, è che mia madre mi ripeteva sempre: “prima il dovere, poi il piacere, Olga”. Non mi ricordo bene se il mio nome lo metteva alla fine della summa che poi è diventato l’involucro su cui è avvolto il mio bagaglio di conoscenze, o se, più spesso, il mio nome lo pronunciava all’inizio. Ad ogni modo, all’epoca delle scuole elementari il monito si traduceva in: non è che non puoi fare quello che vuoi, però prima i compiti, poi Holly e Benji (campionissimi); prima i compiti poi vai a giocare con Treccia bella (non ho mai conosciuto nessuna a cui l’aggeggio dato in dotazione intrecciasse veramente i capelli della bambola); prima i compiti e poi puoi osservare le lucine delle nuove Lelli Kelly. In quel ‘prima i compiti’ era riassunta tutta la mia esistenza ed essenza. Prima i compiti e poi puoi fare quello che vuoi.

Treccia bella

Ciò significava che, quando la maestra assegnava alla classe una poesia da imparare a memoria, io saltavo i cartoni si Italia 1. La cosa che mi dava una morsa allo stomaco era che, forse, mi sarei persa la puntata in cui Mila riusciva a fare punto nella metà campo avversaria con la schiacciata che aveva battuto almeno due puntate prima.

Ora, il punto è: questa netta divisione tra prima e dopo, dovere e piacere, ha avuto delle ripercussioni sulla mia persona? É difficile stabilirlo. Il sacrificio per imparare “La spigolatrice di Sapri” (di cui ora ricordo solamente Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti) a quale grande puntata del cartone preferito mi ha fatto rinunciare?

Contare le mele rimaste in un cesto in cui inizialmente ce n’erano sette, da cui Giovanni ne ha prese tre, Riccardo una e Maria due; ha avuto delle influenze positive sulla mia persona?

Perché, secondo me, è anche per quello che oggi la matematica non mi piace. La lasciavo sempre alla fine dei compiti e se quel pomeriggio non pigiavo in tempo il tasto del telecomando, non poteva che essere colpa della matematica.

-Quante mele ci sono alla fine nel cesto?

- Boh, contale tu se la questione ti sta a cuore. A me, le mele, neanche mi piacciono.

Questo avrei dovuto dire anziché sbandierare le dita paffutelle e iniziare a contare (cosa che faccio ancora a ogni addizione o sottrazione che la vita mi propone).

C’è da dire però che le avversità che il sistema scolastico allora mi propinava per insegnarmi a cavarmela, erano da me vissute come un momento medio-felice: finito il dovere doveva esserci il piacere. Il piacere a quell’età c’era sempre, a volte flebile, ma costante. Il piacere serviva a ripetere meglio la poesia più tardi, serviva a mettere in evidenza quanto quella cosa difficile potesse essere realizzabile grazie al sacrificio.

Oggi ricordo la regola ferrea di mia madre con angoscia perché non so più se quel piacere che provavo quando arrivava il momento in cui potevo fare quello che volevo, era un piacere vero o era solo dettato dall’attesa. Tu aspetta, prima o poi arrivo, sembrava dirmi il piacere.

E oggi, l’unica cosa per cui aspetto veramente è il bus alla fermata, il treno al binario, l’aereo al gate. Non ho più un prima, e non ho neanche un poi. Quello che aspetto oggi è così diverso da quello che aspettavo ieri… Aspetto ancora di provare il piacere della scoperta, aspetto di smettere di farmi domande, aspetto di smettere di fumare, aspetto di piacere; ma fondamentalmente non so smettere d’aspettare.

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OLGA ERRE

Sono stata una studentessa di “Lettere” e ho una passione per le fughe (non quelle di gas) e per le vacanze, specie quelle al mare, in Sicilia.

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