Prendere la seconda uscita a destra

Una tizia davanti a me in biblioteca ciondola con la testa avanti e indietro sopra un libro scritto in latino. Per comodità la chiameremo Jessicah, con la ‘h’, che fa più fighi. Sembra molto concentrata, ogni tanto balbetta parole latine a voce lievemente alta, come a dire “compare, ricordatelo”, poi le scrive al computer che ha a fianco. Non smette di ciondolare con il busto. Prima mi sembrava muovesse solo la testa, ma no, è tutto il busto a muoversi. Cerco di trattenermi dalla voglia di fissarla come deterrente all’oscillazione. Vorrei chiederle spiegazioni, ma forse risulterei indiscreta. Il testo da cui legge non è neanche ortograficamente normalizzato: le ‘s’ sembrano ‘f’, le terminazioni sono alla latina. Dev’essere terribile, penso, fissando il concetto di razza e quello di cultura dal mio testo di antropologia. Almeno tanto quanto è terribile il fatto che io non sappia riconoscere a colpo d’occhio di quale scrittura si tratti. Imputo la colpa al movimento di Jessicah che mi sta distraendo, torno un attimo in me e, fingendo sicurezza mi convinco che non può che essere una carolina — la scrittura -, me lo sento. Accantonate le mie supposizioni filologiche, chiudo il tutto con un “so ‘na sega io” — espressione toscana, paragonabile al siciliano “ma che minchia ni sacciu iu” usata per indicare ignoranza nel campo; gli inglesi, avrebbero detto semplicemente “I don’t know”, (poracci!) — .

Olga, non perdere la concentrazione. Dicevamo che l’antisemitismo tipico del Novecento s’innesta su una definizione ottocentesca basata sulla programmazione scientifica delle razze. Ecco, lo vedi che è semplice? Questo è il concetto di razzisti progressisti. Suvvia, ripeti insieme a me, razzisti progressisti. Un’ultima volta, per fissare meglio il concetto, razzisti p-r-o-g-r-e-s-s-i-s-t-i.

Però, cara Jessicah, io come potrei mai concentrarmi se tu continui a oscillare? Razzisti p-r-o-g-r-e-s-s-i-s-t-i, vedi e-u-g-e-n-e-t-i-c-a, Francis Galton (in fondo, non ci voleva tanto!). Ma quale tanto e tanto, io così ‘un ce la fo’. Vorrei essere la stanghetta di un sismografo, magari per una mezz’oretta, e registrare Jessicah e il suo metodo di studio alternativo. Riuscirà a controllarsi? No, non ce la fa e io mi sento meno sola: siamo in due a non essere in grado. Non appena abbassa lo sguardo sul libro, inizia il maremoto corporeo. Però, devo ammetterlo, Jessicah, nel suo disagio, sembra concentrata.

Osservare è importante, non stai facendo niente di male, mi dice la mia coscienza. Va da sé che devi osservarla di sottecchi, non fissarla, mai. L’altra parte di me, non bene identificata — ci scusiamo per il disagio -, balbetta “med.aid, med. aid”, più o meno come durante i salvataggi in Baywatch. Noto una cosa che mi provoca stupore: durante la ricerca al computer, Jessicah sospende il moto, finita la ricerca, riprende ad oscillare non appena lo sguardo è sul testo. Sembra un pendolo triste. Chissà come mai ha scelto di studiare queste cose, le piaceranno? Si sarà accorta dell’influenza negativa che hanno i suoi studi sull’incolumità intellettiva e fisica?

Mentre la guardo mi è venuta in mente una cosa, oltre ai moti ondulatori e sussultori della fisica, alla forza centripeta e centrifuga (sì, quella della lavatrice, ovviamente). Ho pensato a cosa avrà lasciato andare via Jessicah per occuparsi ora con tanta dedizione del latino. L’idea del lasciare andare X per avere Y è alla base delle scelte di quelli che sono sempre un po’ confusi, di quelli che non sanno con esattezza cosa vogliono. Sottolineo “con esattezza” perché di solito,

volere e potere, dire e fare si ritrovano alla cassa di un supermercato di periferia con cibi salutari gli uni, con patatine, gelato e cioccolata gli altri.

Quindi, chissà se Jessicah si è posta il problema, chissà chi ha lasciato andare, sembra così immersa e sicura. Eppure ognuno di noi lascia andare qualcosa ogni tanto. Nel senso che ogni scelta è uno scartare altro, come a un bivio. A me, ad esempio, piacciono le rotatorie: tra 100 metri, alla rotonda, prendi la seconda uscita a destra. Se sei come me, se le uscite del navigatore di turbano e confondono insieme, fai un altro giro della rotonda. Quando le cose sono circolari, sbagliare sembra quasi più piacevole, meno asfissiante. I bivi, invece, sono scelte nette, out out, forse sono indice di maggiore carattere, ma vuoi metterli a paragone con l’opportunità di sbagliare e correggere il tiro? Sarà per questo che i semafori sono sempre meno, non c’entra il tempo che si guadagna, non c’entra lo smaltimento del traffico. Le rotatorie stanno soppiantando i semafori perché innegabilmente c’insegnano a dare la precedenza, a fermarci per pochissimo, a fare ordine, a fare un altro giro; come fosse solo un altro — forse l’ultimo — giro di giostra. E noi, solo così, possiamo capire quanti altri gettoni vogliamo usare.

E quando lo capisci: freccia a destra, scala la marcia, fai passare le auto, prendi la seconda uscita. Tutto quello che hai lasciato, se lo hai fatto, non l’hai scartato perché eri ad un bivio, dai pure la colpa alla forza centripeta, da qui in poi, si vedrà.

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