La storia di Rendy

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Quando stai lì per morire il tempo non passa mai. Non c’è ora che conti. Orologio che scandisca le tue emozioni. I minuti tremono, i secondi temono. E’ l’arrivo della morte che fa paura. Sono sola davanti ad un cadavere che sussulta ad ogni respiro. Che trema. Che spera. Spera in un mondo spazioso, arioso, gioioso. Se son troppi i fardelli che ha accumulato è ora di lasciarli. Seppellirli. Chiuderli in un fondo di bottiglia e sperare che il mare li ingurgiti senza mai sputarli. È così quando si muore. Quando sai che quella voce non la sentirai più. Che queste parole altro non sono che ricordi da scordare. Perché la mente non ce la fa. Cede sotto il peso di qualcosa più grande di lei, e solo allora comprende.

Sono nata nel 1951. Mio padre era un artigiano di provincia e mia madre badava a noi. Sono nata con il desiderio di scrivere romanzi, di cambiare il mondo, e invece non ho fatto altro che trovare impiego in una redazione squallida della mia città come segretaria. Rispondo al telefono tutto il giorno. Prendo appunti, porto caffè e ascolto i giornalisti parlare del nulla.

Il quotidiano per cui scrivo è stato messo più volte sotto accusa per falsità dei fatti. È vero, le notizie nascono a tavolino per evitare che il giornale sparisca, e noi con lui. Ci siamo dati a turno il diritto di inventare qualcosa e anch’io ho messo su una scenetta. Partecipa, mi aveva detto il direttore un giorno mentre sfogliava la sua rivista preferita. L’ho fatto.

Ma spesso la fantasia si confonde con la realtà e non sai più se quella storia è finzione o hai attinto ai tuoi ricordi di bambina.

Eccola qui la mia creatura: una donna che per mantenere la sua famiglia cantava nei night. Nulla di che, direte, peccato che quella donna fossi io. Mi chiamano Rendy e per vergogna indosso una maschera di merletto sugli occhi. La parrucca rossa e il rossetto fucsia mi disegnano un contorno niente male.

Bella, affascinante e con una voce roca molto hard. Sono molto richiesta, ma nemmeno il titolare del locale mi ha visto il volto.

Un giorno mi contatta un discografico. Dice che gli piaccio. Che sono brava. Mi vuole. Ha una canzone per me, l’ha scritta lui. Lo guardo sotto la mia maschera e rido mentre col fumo gli sparo in faccia un nuvola tossica. So che è il mio corpo che cerca. Ci gioco un poco, poi lo lascio. Come sempre.

Ho due bambini, un maschio e una femmina. Loro non sanno, non devono sapere. Mia figlia scrive. Le sue poesie parlano di anima e di Dio. Le leggo con piacere perché parole cosi belle non le ho mai ascoltate.

Il giorno in cui trovai impiego nel giornale ero molto agitata. All’epoca scrivevo sciocchezze che leggevo a pochi amici. Qualche chiacchiera, un “ma come ti vengono in mente” e null’altro. Conoscevo la stenografia, parlavo correttamente l’inglese e avevo una voce da urlo. A tutti piace sentirmi parlare.

Mi sono sposata con un uomo senza amarlo. Niente desiderio, poco eros. Non so perché l’ho fatto, ma l’ho fatto. Quando è scappato con la ragazza delle pulizie le ho mandato un mazzo di rose bianche. Il biglietto diceva: Grazie, l’avrei ammazzato se non fossi venuta a salvarmi.

La storia che mi ero inventata aveva avuto molto successo e il direttore mi diede una rubrica, la chiamò La storia di Rendy.

Cosa fa Rendy? Chi è Rendy? Erano le domande a cui mi toccava non rispondere perché non conoscevo l’origine di questa farsa. Inventavo storie su storie. Fatti, personaggi e piccoli sparizioni di cadaveri.

Rendy era la donna che tutte le mogli volevano essere e i mariti volevano scopare.

Io, rispondo al telefono, canto in un locale notturno e questa è la mia storia…

To be continued

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