
Primula
Ciononostante scrisse vita sul suo diario, e mai parola fu più paradossale nel narrare la voce di colei che visse nel buio.
Celeste era una bambina coraggiosa e solare. Rideva e scherzava con tutti. Non capiva chi fosse il suo aguzzino e chi il suo salvatore. Quando vennero quelli della Gestapo li abbracciò sorridendo. Sua madre no, lei piangeva in silenzio. Furono separate e non si videro più fino a quando fu chiamata con urgenza dal notaio. Sua madre era morta. Sola. In manicomio.
Quel diario era la sua eredità. Aveva appuntato la sua prigionia e i suoi amori. Perché anche in un campo di concentramento può capitare d’innamorarti. E l’amore lì non ha sesso né corpo, è un’unione di anime. Si vola in alto, così alto da lasciare che il corpo diventi pelle, un velo di pelle. E quando diventi invisibile, quando non hai più fame e nemmeno pensi al sapore di un piatto caldo, puoi salire su da Dio, perché il cielo lo tocchi, Dio lo tocchi, è a un passo di te.
“Mia cara, quanto ti amo, mi spiace saperti lontana e non poterti rivedere. Oggi ci hanno picchiato di nuovo. E di nuovo ci hanno lasciate nude davanti a loro. Non so cosa abbiano da ridere non siamo che scheletri. Tu che sei già morta, mi sai dire che si prova? Si vocifera che ci libereranno, a me non interessa, mia figlia è lontana e chissà se è viva, tu… dove sei tu. Mi sveglio tutte le mattine pensando alla nostra sorte. Cosa sarà di me? Chi mi amerà ora che non sono che niente. Eppure, mia dolce anima, la vita batte ancora nel mio cuore, vuole vivere”.
Celeste, chiuse il diario, e guardò fuori dalla sua finestra. La primula salutava il vento.