Che cos’è la salvezza: e perché parte sempre da noi

Omar Kamal
Sep 7, 2018 · 3 min read

Diciamo che c’è salvezza e salvezza: una è ultraterrena, l’altra invece è più terra-terra, ed essendo tale, è forse quella che ci riguarda più da vicino. Già, ma andiamo per ordine: cos’è la salvezza? Per comprendere la salvezza basterebbe partire dal suo contrario, che è poi la condanna (terrena) o dannazione (se pensiamo un po’ più in grande). O sei salvo, o sei condannato: il che è diverso dal dire, “o sei salvo, o non lo sei”. Lo so, penserete: “Siamo in Italia, ed esiste la prescrizione” ma no, la nostra mirabolante giustizia, non è il centro di questo discorso.

Il non plus ultra della salvezza — tipo servizio in prima classe su un volo Emirates — è quella del buon Dio, che più che una salvezza, parte con l’essere una vera e propria festa della liberazione. Tra Antico e Nuovo Testamento però, anche il concetto di salvezza cambia. Nell’Antico Testamento, la salvezza avveniva tramite Dio, che spogliava l’uomo dai propri mali, materiali e non. Dio, al centro della salvezza, toglieva all’uomo le catene per liberarlo e — di conseguenza — salvarlo. Ma con il Nuovo Testamento, tutto cambia, perché il principio della salvezza dell’uomo coincide con la fine (se di fine vogliamo parlare) di Gesù. La salvezza, nasce dal perdono.

Ma c’è anche un’altra salvezza, che è poi quella che ci tocca più da vicino: quella terrena, salvezza che dal punto di vista pratico, antecede la salvezza per come la intende in ultima analisi un cristiano. “Sto nei guai, ma come ne esco?”. Vien da pensare a ‘Io speriamo che me la cavo’, ironicamente parlando, benché il concetto chiave della salvezza — pare strano dirlo — sia il desiderio. Il desiderio non legato al significato di lussuria (beh, sporcaccioni, che credevate?) ma semmai compatibile ad un progetto di vita. La salvezza va desiderata: è una cosa a cui dovremmo ambire, avendo cura di noi stessi così come degli altri. Vale per quando siamo ammalati, per quando qualcuno ci fa del male, vale per quando rischiamo di perdere qualcosa a cui teniamo, vale per quando vogliamo salvare la nostra azienda, oppure per quando siamo noi la causa di un problema. Salvarsi (e salvarci) è una doverosa ambizione. Va da sé che nessuno si salva (e nessuno ti salva), se non lo vuoi tu, con tutte le tue forze. La salvezza, non è un obiettivo: ma parte dalle proprie motivazioni. Da un semplice ‘perché’.

Gli amici, conducono alla salvezza? Ovviamente, sì: l’amico è quello che nella staffetta ti lancia il testimone. Arriva fino ad un certo punto, poi lo sprint, l’ultimo scatto (quello decisivo) è nelle tue mani. Questo è il motivo, ad esempio, per il quale alcune persone sono indotte alla solitudine. Un uomo possessivo e geloso, ad esempio, induce la vittime alla solitudine, minando i rapporti con le persone vicine, perché sa perfettamente che le persone care riconoscono il male e lo isolano.

Ma allora si può ambire alla salvezza di qualcuno? Non solo si può, ma si deve. Non capita spesso di accorgersi che una persona a noi cara debba essere salvata, questo perché non capita spesso che una persona a noi cara ci dica di desiderare tale necessità. La salvezza parte da un principio, se vogliamo, basilare: la cura. Mi curo per star bene. Se sto bene, mi salvo. La propria salvezza, diventa allora un atto di amor proprio che vale anche (e soprattutto) per gli altri.

La nostra società a stento riconosce il bene verso gli altri: l’aiuto — in un mondo in cui chiunque è indotto a credere di bastare a se stesso — è un principio base che fatichiamo a mettere in pratica. Ma il vero punto di partenza, quello difficile — o l’impresa se vogliamo — è ammettere che il primo passo, dev’essere il nostro. Nostro: sia che vogliamo salvarci, sia che vogliamo salvare la vita di qualcuno.

Fine del pistolotto.

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    Omar Kamal

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    #SMM a @RDS_official blogger su @HuffPostItalia, cronista metropolitano con tre bimbi! vivo nottate agitate. qui solo opinioni fallibili.

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