Gli opposti estremismi ai giorni nostri

E’ una teoria vecchia 60 anni. E non sapete quant’è attuale.


La teoria degli “opposti estremismi” — tanto in voga negli anni ’70 — non è poi così recente, e nonostante abbia ormai qualche annetto sul groppone, non solo oggi è relativamente giovane, ma ci può essere utile per capire alcune dinamiche relative al #M5S (e che sfuggono ai più). E tanto vale parlarne ora, visto che il movimento fondato da Beppe Grillo è accusato di ricordare un altro movimento politico, sempre italiano e un po’ più datato anche rispetto alla teoria degli opposti estremismi: un movimento che — almeno sulla carta — finì nel lontano (o vicino) 1945.

La teoria delle opposti estremismi (a onor del vero risale al 1953, ergo oggi ha almeno sessant’anni) è una teoria politica — tra l’altro pure applicata — che aveva come scopo quello di raggruppare le forze più vicine al centro in modo tale da emarginare e (possibilmente) marginalizzare i consensi tanto della destra, quanto della sinistra. Se ripensiamo al passato, non possiamo dimenticarci che tutto questo portò alla coesione del centrismo, o — se volete — al monopolio politico che fu dell’allora Democrazia Cristiana, che per quasi cinquant’anni riuscì a trarre giovamento (e consenso elettorale) anche dalla capacità di sapere emarginare, se pur in misure differenti, sia destra che sinistra.

Ora la domanda che sorge spontanea, è: oggi questa teoria è ancora valida? Ebbene, lasciatemi dire che a tal proposito ho giusto due idee, chiaramente fallibili, ma suvvia, guai a non averne.

PRIMA IDEA “FALLIBILE” — Con la nascita dei due partiti unici, quello di centrosinistra prima (il Partito Democratico fu fondato il 14 ottobre 2007) e quello di centrodestra dopo (il defunto Popolo della Libertàvenne fondato il 29 marzo del 2009) è apparso evidente che tanto la sinistra comunista (o post-comunista) quanto l’unica destra che possedeva i numeri (che era poi quella di Alleanza Nazionale) sarebbero state destinate a contare sempre meno, nonostante potessero contare su un elettorato di base quanto meno consolidato. Tuttavia il loro futuro era già scritto: sarebbero venute meno le loro strutture, le loro idee e — dopo un po’ — pure i loro consolidati elettori. PD e PDL nacquero con il chiaro intento di lasciare poco spazio politico sia a sinistra che a destra, in modo tale da non sentirsi più ricattatati (o ricattabili) dai cosiddetti micropartiti interni alla propria coalizione, esponendosi però alla deriva delle componenti. A ben vedere i due principali partiti “tradizionali” acquisirono — proprio come si fa in economia — i partiti più piccoli inserendoli nel proprio asset management. Altro dato: fin dal principio #PDL e #PD non si erano qualificati come due partiti di destra o di sinistra, bensì dicentrodestra e di centrosinistra. Ma sempre con la parola centro in comune. Tutto ciò ha naturalmente relegato ai margini della vita politica chi era espressione della sinistra più movimentista così come della destra — per così dire — più facinorosa.

SECONDA IDEA “FALLIBILE” — In un contesto di questo tipo, in cui destra e sinistra continuano ad esistere se pur in maniera latente — e mi riferisco in modo particolare all’ala movimentista — la domanda nasce spontanea: che fine avranno mai fatto i figli della contrapposizione destra-sinistra? Dissolti? Evaporati? Saranno cresciuti e si saranno messi l’anima in pace, magari dedicandosi a tutt’altro? Alle scorse elezioni — quelle del 2013 — ilMovimento 5 Stelle ha preso la bellezza di 9 milioni di voti: davvero tanti per un movimento che viene dal niente e con un bacino elettorale tutto da costruire e convincere. Una delle teorie più plausibili, è che le due opposte ali politiche che negli ultimi anni si sono sentite prive di una prospettiva, all’improvviso né abbiano trovata una (e pure bella grande). Naturalmente questo concetto vale tanto per gli elettori del movimento quanto per chi lo rappresenta: ed è altrettanto superfluo ribadire che dopo la deriva centrista dei due principali partiti politici d’Italia, era inevitabile che qualcuno prima o poi pensasse di raccoglierne “gli scarti” facendo così il pieno di voti: il tutto poi, alla faccia di quei partiti che nel frattempo (a destra e a sinistra) sono nati, morti, risorti e nuovamente morti nel tentativo (per altro vano) di provare a restaurare temi cari al proprio “vecchio” elettorato, raccogliendo nella migliore delle ipotesi un pugno di voti — onorevoli, questo sì — ma insignificanti per arrivare a governare. Parlare ai vecchi elettori, con temi consolidati ma inattuali e in una società ormai antropologicamente mutata, è stata una scelta che si è rivelata controproducente, ma tant’è… Tant’è che — altro elemento degno di nota — le larghe intese (in un contesto come il nostro) non hanno fatto che peggiorare le cose. Il motivo è anch’esso semplice: i due schieramenti — già di per sé volti verso il centro — si sono dovuti ulteriormente avvicinare (oltretutto facendo finta di non essersi mai conosciuti fino a pochi istanti prima) ottenendo così il seguente risultato: l’appiattimento. Appiattimento che non piace a Renzi e che — per certi versi — fa comodo a Berlusconi, non essendo filogovernativo.

In definitiva, ciò che abbiamo, sono due schieramenti dalla vocazione centrista, successivamente avvicinati verso una ulteriore convergenza che tra l’altro — soltanto poco tempo fa — aveva dato vita al Governo Monti. In un contesto del genere, ovvero privo dei due estremi politici, il #M5S ha raccolto i suoi voti (legittimi) e — vien da pensare — anche alcuni dei suoi uomini. E sia chiaro, non giudico né gli uni né gli altri. Mi limito semmai a dire una cosa: considerare un movimento “quotato” nove milioni di elettori, senza ammettere che in fondo (ma in fondo, in fondo) quello stesso movimento è sorto in quanto logica conseguenza del nostro sistema politico, non serve a un granché. Il M5S è la logica (anzi, inevitabile) conseguenza delle scelte politiche del centrodestra e del centrosinistra. Certo, ammettere tutto questo vorrebbe ammettere che il centrodestra e il centrosinistra non hanno più un’identità chiara e netta. Il che è possibile, dal momento che sarà pur vero che i micropartiti mettono a repentaglio i governi, ma le componenti politiche sono ben più pericolose perché prive di un’identità pur restando centrali nell’assegnazione dei posti di potere.

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