Come sopravvivere alle riunioni aziendali

E alla fine il gran giorno arrivò.

Dopo settimane insonni, mezze frasi bisbigliate in ogni anfratto, rumors incautamente trapelati, estenuanti conference call e incontri organizzati agli orari e nei posti più improbabili, il giorno della RIUNIONE era finalmente giunto.

A mezzogiorno frotte di Avvocati (quelli seri, delle grandi Law Firm di matrice anglosassone che la mattina perdono un’ora solo a fare l’appello), di non meglio identificati Advisors dal passato e dalle competenze volutamente oscuri, di Banche e consulenti vari si sarebbero palesate nella sala abitualmente riservata al Consiglio di Amministrazione per quella che si avviava ad essere, dopo il Conclave del giorno prima, il meeting più importante del Paese nell’ultima settimana.

Oggetto di discussione sarebbe stata l’operazione straordinaria di cui da settimane parlavano i giornali e gli operatori di Borsa nonostante le pile di accordi di riservatezza fatti sottoscrivere a chiunque avesse varcato la soglia della Società in quelle giornate convulse.

Dall’Amministratore Delegato all’ultimo dei fattorini, tutti erano stati costretti, pena la fustigazione corporale, a firmare il “Confidentiality Agreement”, rigorosamente in lingua inglese, nonostante l’idioma più diffuso tra i lavavetri e gli inservienti fosse il polacco, che avrebbe tutelato la Società dal rischio che qualcuno di loro commettesse il reato di insider trading o market manipulation (provate a immaginarvi la faccia del fattorino).

Il culmine della psicosi collettiva fu raggiunto quando una solerte segretaria, perfettamente istruita e fidelizzata, consegnò il confidentiality agreement (che, solo a nominarlo, incuteva ormai un terrore pari solo a quello suscitato dalla parola licenziamento) al ragazzo venuto a recapitare le pizze in una delle interminabili serate pre-Riunione.

Il soggetto in questione, un napoletano scafato, subodorata la fregatura, si produsse in un numero di altissimo contorsionismo e, ancora in sella al motorino, dopo aver dribblato agilmente il placcaggio della segrataria (chiaramente svantaggiata dal tacco 12) , lanciò i cartoni delle pizze direttamente nell’atrio del palazzo, per poi schizzare via sgommando.

Più tardi, nel riferire l’episodio al collega egiziano che lo fissava basito pensando allo stato delle pizze dopo il lancio di 20 metri, avrebbe detto “tanto so’ milanesi, mica notano la differenza”.

Alle 8:05 il palazzo era già in fermento. Risate argentine riecheggiavano negli uffici chiusi nel tentativo disperato di placare la tensione ormai al diapason, il viavai dalla saletta del caffè era frenetico, come il ticchettio dei plateu di almeno 12 cm sul pavimento dei bagni, i telefoni impazziti suonavano senza posa e riportavano notizie contrastanti di Avvocati bloccati all’aeroporto di Dusseldorf chiuso per neve, di Banche già imbarcate su aerei provenienti da Londra, di advisor non meglio identificati che, raggruppati nelle salette business dei treni a ciò dedicate, proiettavano diapositive di quella che sarebbe stata la presentazione oggetto dell’incontro.

Alle 10:52 il panico serpeggiava nei corridoi: dopo aver risolto il problema delle stampanti inopportunamente rimaste a corto della cartuccia di colore giallo e del numero delle sedie insufficienti ad ospitare tutti, una nuova, insormontabile, prova attendeva i nostri eroi: come rifocillare i cervelloni che, di lì a poco, si sarebbero materializzati?

Una dietetica insalata che avrebbe mantenuto le menti lucide e brillanti, ma il cui condimento di olio e aceto, schizzando o rovesciandosi su ipad e blocchi di appunti, avrebbe potuto

irrimediabilmente danneggiare il frutto dell’impegno profuso o un più igienico panino il cui contenuto di insaccati avrebbe, però, potuto annebbiare le facoltà mentali degli astanti vanificando in un attimo il duro lavoro di mesi?

Capirete che la questione era di non poco momento e richiedeva lo sforzo congiunto di tutto il top manegement che, per l’occasione, si ritirò nel Pensatoio, saletta istituzionalmente deputata ad ospitare le decisioni strategiche della Società.

Cosa si dissero nei 40 minuti di camera di consiglio non è dato sapere.

Chi, vinto dalla curiosità, non aveva resistito all’impulso di origliare, riferì che qualcuno aveva auspicato che il Banco Santander si presentasse già munito di paella, mentre altri avanzavano timidamente la proposta di servire salatini che, pare, una dipendente napoletana aveva lusinghieramente definito “sereticci” ossia, aveva poi spiegato, “soffici e friabili”.

Ma, naturalmente, queste non sono e non possono che rimanere ipotesi, illazioni.

Sappiamo tutti che ovunque, nel mondo, ciò che succede nelle cosiddette “stanze dei bottoni” e condiziona il destino di ognuno di noi resta sconosciuto ai più.

Le menti eccelse del pianeta sono spesso chiamate ad assumere decisioni strategiche, critiche, il più delle volte impopolari: un panino al salame può generare dubbi etici nel consulente vegano, così come l’insalata scondita può innervosire l’advisor buona forchetta, con intuibili ripercussioni sulla perfetta riuscita dell’operazione.

Sono scelte difficili, dure, drastiche che pienamente giustificano le retribuzioni percepite e i bonus erogati in funzione del raggiungimento degli obiettivi e che rendono anche comprensibili gli inevitabili picchi di stress cui vanno incontro gli alti dirigenti.

Alle 11:55 la porta del Pensatoio si aprì e, nel silenzio immobile, l’Amministratore Delegato solennemente scandì: “Nuntio vobis gaudium magnum. Habemus prandium”.

Tutti tirarono un sospiro di sollievo.