La retorica della maternità al tempo dei social network

Chiariamo subito una cosa: questo non vuole essere un articolo né a favore né contro la maternità o, in generale, la genitorialità.

Vorrebbe solo essere un invito a restituirle quella dimensione di normalità che, a mio modestissimo avviso, dovrebbe avere.

A trattarla, insomma, come tutte le altre cose che possono capitare o meno nella vita di una persona ed essere fonte di problemi immani e/o immensa felicità alla stregua di altre.

Invece oggi, complice l’(ab)uso di internet, la maternità ha assunto delle connotazioni di eccezionalità che francamente non le si addicono.

Quello che è sempre stato un evento naturale è oggi oggetto di tonnellate di fotografie, riprese audio e video, considerazioni, commenti e felicitazioni assolutamente spropositati.

L’avvenimento è documentato con dovizia di particolari, nella migliore delle ipotesi di nessun interesse per il pubblico e, nella peggiore, raccapriccianti, in tutte le sue fasi.

I social network, in particolare, fungono da amplificatore sociale del fenomeno.

Si parte dall’annuncio urbi et orbi dell’avvenuto concepimento, già di per sé fonte di congratulazioni manco la puerpera, il cui unico merito consiste nell’aver fatto sesso nel momento giusto, avesse vinto il Nobel per la fisica.

Si prosegue con la condivisione di ecografie e amniocentesi cui vengono tributate valanghe di emoticons raffiguranti cuoricini che battono all’impazzata, coniglietti commossi fino alle lacrime ed eredi di pac man intenti a sparare baci a raffica.

L’ultimo trimestre di gravidanza si frequentano solo siti dai nomi evocativi quali “cerco un bimbo”, “future mamme”, “mammole”, “la mia gravidanza” etc, tanto per mettere subito in chiaro che si sta per entrare a far parte di una elite dalla quale non si intende uscire mai più, in quanto coronamento del sogno e dei sacrifici di una vita.

Vanno inquadrati in questo arco temporale i selfie, fatti rigorosamente in bagno con sullo sfondo il rotolo di carta igienica e lo scopettone del cesso, volti a immortalare pancioni debordanti su tanga striminziti che sfido chiunque a non definire orrorofici da un punto di vista estetico.

Ma, ancora una volta, l’estetica si immola sull’altare della tenerezza suscitata, mi chiedo poi quanto autenticamente, dal pancione nudo, come testimoniano le migliaia di like e degli altrettanto entusiastici (ma sinceri?) “sei bellissima”che campeggiano nelle bacheche.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi sul senso del pudore e, perché no, anche del mistero che un simile avvenimento dovrebbe portare con sé, di cui sembra ormai essersi persa ogni traccia in un momento storico in cui non solo apparire ad ogni costo, ma anche ricordare continuamente al mondo che ci sei, documentando tutto quello che stai facendo in qualunque momento del giorno e della notte, equivale ad esistere.

Sotto il profilo puramente estetico, poi, un costume intero negli ultimi sei mesi di gravidanza gioverebbe anche al fisico scultoreo di Belen, se solo non fosse, in maniera distorta, concepito come una mortificazione del corpo alla stregua di un cilicio.

Una volta avvenuto il lieto evento, anch’esso testimoniato dai video effettuati dagli emozionati neopapà che, piazzati strategicamente davanti alle gambe spalancate della compagna, riprendono freneticamente tutto, dallo spuntare del primo capello all’episiotomia e ai successivi punti di sutura, con sullo sfondo la colonna sonora delle urla belluine della partoriente e degli improperi di ostretica e personale medico, che vedono il proprio lavoro intralciato dalla presenza dell’improvvisata equipe cinematografica.

Sono sicura che non solo i ginecologi, ma anche gli stessi neopapà costretti, a volte loro malgrado, a trasformarsi in cineoperatori, rimpiangono i vecchi tempi in cui agli uomini era inibito l’accesso alla sala parto e si ritrovavano a percorrere il corridoio in lungo e in largo fumando nervosamente e attendendo con trepidazione l’annuncio dell’avvenuta nascita.

Ma, manco a dirlo, era l’epoca del mistero quello. Quella in cui le donne vestivano abiti premaman e non leggins e top, caso mai qualcuno non si accorgesse dello stato interessante; in cui la gravidanza non era considerata una malattia ma uno stato di grazia e non necessitava di ottanta ecografie e analisi prenatali; in cui la scoperta del sesso del nascituro era, quella si, una sorpresa, meritata ricompensa di nove mesi vissuti low profile e il racconto del parto affidato ai ricordi, confusi, della madre.

Tornando ai giorni nostri, una volta partorito e collezionato tutti i consensi virtuali possibili e immaginabili, si assiste, parallelamente al calo ponderale del bambino, al calo dell’interesse generale.

L’astinenza dalla popolarità assaporata durante tutto il periodo della gestazione rischia di generare profonde crisi di identità e una sorta di depressione post partum di carattere “social”.

Si inizia, pertanto, con cadenza settimanale, a ricordare al mondo che si è sì partorito, ma non per questo la propria missione è terminata.

Da qui l’emorragia di foto di neonati intenti a ciucciare, dormire, sorridere, poi gattonare, mangiare, giocare, accompagnati da didascalie entusiasticamente inneggianti alle meraviglie dell’essere madre, intrise del rimpianto di non aver cominciato a sfornare figli a partire dai tredici anni e della consapevolezza che, non solo nulla sarà più come prima, ma che anche il passato ha perso ogni significato.

Fiorisce l’adesione a gruppi ristretti intenti a domandarsi “come facevo prima senza di lui/lei?” oppure “me lo dovevano dire” (che esperienza supercalifragilistichespiralidosa fosse? n.d.r.).

Fioccano le dichiarazioni all’”unico vero amore puro che si può provare”, alla “sola forma di realizzazione possibile”.

Verrebbe poi da interrogarsi sull’autenticità di questo sbandierato appagamento e, soprattutto, se i compagni delle “rinate a nuova vita”, nonché artefici per metà del Capolavoro, ne condividano l’entusiasmo o non comincino a nutrire dei dubbi sulle dichiarazioni di imperituro amore sbandierati nel corso di tanti San Valentino passati.

Il tripudio della retorica non risparmia neanche i piccoli, ovunque indicati ormai come “nani”, “gnomi”, “patati”.

E tu, che lavori perché hai sempre pensato che la realizzazione personale passi anche per l’indipendenza economica e per le gratificazioni professionali, che ritieni che l’amore che provi per il tuo compagno/a, per i tuoi genitori, fratelli e sorelle e per i tuoi amici sia assolutamente “puro e assoluto” e non certo di serie b, che hai sempre considerato cani e gatti parte della tua famiglia perché nel cuore, e nella vita, di una persona c’è posto, vivaddio, per tutti, che osi ancora pubblicare le foto del tuo ultimo viaggio o il link all’articolo di attualità che ti interessa e che non sia afferente alla penuria di posti negli asili nido comunali, alle violenze perpetrate dalle maestre delle scuole materne e ai pro e contro dei vaccini, vieni guardata con benevola condiscendenza, oserei dire quasi con compatimento perché, in fondo, poverina, figli non ne hai.

Ti trasformi, involontariamente, in un Erode (di mamme, non di bambini) del ventunesimo secolo e ti assale, feroce, il desiderio di dire loro: ma che ne sapete di quanto si possa essere felici a uscire e fare ancora tardi la sera? Di addormentarsi nelle braccia di qualcuno non da proteggere ma da cui farsi proteggere? Dell’estasi data dalla possibilità di partire per il Borneo con solo uno zainetto in spalla oppure dal sentirsi ancora un po’ bambini con i propri genitori?

Ma non lo fai, e non solo per non essere tacciata di invidia ed essere additata come una rosicona frustrata, ma soprattutto perché troveresti stupido farlo.

Quella è la tua normalità, infatti. E’ la tua vita, fatta di scelte e di opportunità, di sogni realizzati e aspirazioni infrante. Troppo ordinaria per meritarsi una vetrina mediatica e troppo preziosa per essere data in pasto all’occhio pruriginoso del Grande Fratello.

Ma anche la vostra lo è, care neomamme 2.0…ecco, forse questo “ve lo dovevano dire”.