Sarajevo, mon amour

Ornella Sabia
Jul 30, 2017 · 13 min read

Tutto finisce con una cacata di piccione in testa alla stazione centrale degli autobus di Sarajevo. Sono appoggiata al muro del piccolo bar con i burek in vetrina, il bus per Dubrovnik è in ritardo di un’ora. Mi cade dal cielo il saluto di questa città schizofrenica o forse la sua benedizione. Più tardi mi sarebbe tornata in mente la foto dell’esposizione nella vecchia biblioteca ottomana, la fontana Sebilj nascosta dalle ali svolazzanti dei piccioni in fuga, dentro a un invisibile assordante rombo.

Il ragazzo svedese che mi ha aiutata con la valigia mi guarda imprecare e ride. Che ci fa uno svedese in Bosnia?

È qui a trovare un suo amico sarajevita, finito al riparo lassù durante la guerra. “Bosniacco”.
E anche un bambino fortunato, il suo nome era tra quelli che le nazioni europee venivano a portarsi via dall’inferno.
“Lucky you!” mi dice.
In effetti, cosa vuoi che sia una cagata di piccione in testa, sempre meglio di una granata.

L’autostazione è in periferia, con palazzi degli anni sessanta in stile socialista all’epoca ancora ignari che avrebbero avuto altri occhi come finestre. Appena entrata in città, il 15 luglio, rimango col naso spiaccicato sul finestrino del taxi a fissare quei buchi sul muro, crepe di una storia non troppo lontana.
Il primo impatto è forte, vorrei fare marcia indietro. Tornare a prendere il sole sulla costa croata dove il fantasma della guerra se ne sta per i cazzi suoi, tra un hotel lussuoso e una casetta di pescatori. Mi chiedo che ci sono venuta a fare in questa città assediata dalle montagne, dove nessuno capita per caso.

O vai a Sarajevo oppure te ne vai da Sarajevo, non ci sono altre vie.

Sebilj, Sarajevo, cfr. https://stephthewaywardpilgrim.com/about/

Il taxi si ferma di fronte a un portone di vetro con sopra una lanternina pendente, la scritta HOTEL Saraj e caratteri arabi. Qui passerò i primi due giorni, nel cuore della Baščaršja. L’autista mi dice “five marks”, gli mostro una moneta piuttosto grande che sembra un sesterzio.
“Da, eto”, “sì, questa”.
La camera è a livello strada, spartana ma pulita e con tre cuscinoni tutti per me. Finalmente posso riposare, sono esausta, il viaggio da Dubrovnik è durato sei ore e mezzo per soli 170 chilometri.
I due signori davanti a me non hanno sputato a terra per tutto il tempo, mi ronzano in testa i suoni del Bosniaco, rozzo, forte, una lingua di legno.
La strada è tutto uno slalom tra montagne verdissime, corsi d’acqua, piccole moschee e cimiteri. I morti non sono separati dai vivi, le lapidi se ne stanno in santa pace in mezzo alle case. Quanto a queste ultime, alcune nuove, col tetto spiovente come le baite di montagna, altre di mattoni variopinti come costruzioni lego, si può vedere la colla che li tiene uniti. Una signora ritira il bucato affacciandosi da una finestra senza vetri.

Che ci sono venuta a fare in questa terra sofferente, come un uomo dalle palpebre a mezz’asta reduce da un passato di sventure, che pian piano, prova a ricostruirsi una vita?

Mostar, cimitero, ph. Ornella Sabia

La Baščaršja è il centro cittadino anche detto “old town”. Sembra un paesino da Le Mille e una Notte, le bancarelle vendono tappeti, bicchieri per il caffè turco, lampade magiche, spezie, borselli luccicanti, sciarpe e penne ricavate dai proiettili con su scritto “souvenir di Sarajevo”.
Riciclo bellico, lo chiamano.
Eccoli i piccioni di Sarajevo, beccano le briciole di pane offertegli dai turisti. Una ragazza con il velo verde si scatta un selfy di fronte Sebilj. Un uomo va verso un chiostro di cevapčiči con al seguito cinque fantasmi neri, donne col burka integrale. Effetti della radicalizzazione, mi dicono.
Gli Emirati Arabi e il Qatar hanno stanziato molti fondi per la ricostruzione della parte musulmana della città, che in effetti è quella in migliori condizioni.

Un cartello con su scritto Qatar investment sovrasta la piazza di Sebilj, ph. Ornella Sabia

Mi godo la mia giornata da turista. Visito la vecchia biblioteca ottomana bruciata dai Serbi durante la guerra, ora di nuovo sontuosa.
Un cartello con il simbolo sbarrato di una pistola vieta ai corpi armati di entrare. Mi chiedo se, nel malaugurato caso di un’altra guerra, questo cartello e la targa che ricorda lo scempio degli oltre due milioni di volumi dati alle fiamme possano servire a qualcosa.

Targa all’ingresso della biblioteca ottomana, ph. Ornella Sabia

All’ interno trovo un coro di almeno cinquanta giovani di diverse nazionalità che intonano un canto cattolico a cappella, tra i mosaici, i tappeti e le vetrate in stile mediorientale.
L’oriente e l’occidente sotto allo stesso tetto. Ma il rapimento mistico dura poco, sono impaziente di vedere le foto dell’assedio.

Leggo che la mostra è allestita nel seminterrato, dove trovo una bellissima ricostruzione della storia di Sarajevo dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando fino agli accordi di Dayton.
Ci sono le foto delle Olimpiadi ’84, quando per la prima volta la città mostrò “il culo al mondo”. I giochi olimpici furono una grande festa, la quiete prima della tempesta.
Le prime nubi appaiono nell’immagine di un’anziana signora con in braccio una valigia che corre tra le macerie della Titova ulica. Un’altra donna si pavoneggia davanti a un militare col mitra.

“Un uomo di spalle corre stringendo un bambino. Non ha la cinta ai pantaloni, forse stava dormendo e si è vestito in fretta. Guardo quel dettaglio, i pantaloni che scivolano e la mano che cerca di tenerli su alla meglio. Mi sembra che la tragedia della guerra sia tutta lì, in quest’uomo che cerca di salvare suo figlio e contemporaneamente di non restare con il culo nudo.”

Finisco il mio tour nel girone infernale e decido di risalire. Esco dalla biblioteca che è mezzogiorno, sento per la prima volta il canto del muezzin mescolato allo scrosciare sereno della Miljačka. Durante l’assedio ci si faceva il bucato, persino si beveva. È il fiume della Storia che, qualunque cosa accada, continua a scorrere.

Donna nel sobborgo di Dobrinja, durante l’assedio di Sarajevo, ph. Tom Stoddart

Quando ti trovi in un posto come Sarajevo è difficile sentirti estraneo o lontano dal suo passato.
È come dopo una festa o un concerto in cui c’è stato un gran casino, qualcuno ha bevuto troppo e ha sbroccato, alcuni se la sono data di brutto, altri hanno vissuto una notte di sesso sfrenato. E il giorno dopo ci sono ancora bottiglie rotte a terra, vino e sangue un po’ ovunque, cicche di sigaretta e cartacce.

Del resto, venticinque anni sono sia un quarto di secolo che l’età di una persona senza rughe.

Assaggio i famosi čevapčiči il cui odore riempie l’aria di buono. E poi via, tappa alla Moschea di Sarači, è la prima volta che entro in un luogo sacro dell’Islam, sono emozionata.
Mi danno una giacca per coprire le spalle e mi dicono di mettere il velo che, previdente, ho portato con me.
Nel giardino c’è una fontana sullo stile di Sebilj, i turisti riempiono le bottiglie di plastica, i fedeli intingono le dita e si bagnano il capo. Ai lati del portone con le scritte in oro, due grossi tappeti accolgono a sinistra le donne, a destra gli uomini.

davanti alla moschea di Sarači, ph. Ornella Sabia

Mi chiedo come tutto sia potuto succedere. È difficile scovare odio o vendetta nei volti assorti di questi “bosniacchi” che pregano, gli eredi di Srebrenica, i parenti del bambino fortunato. Le “victims” dei “perpetrators” serbi, come sentirò parlare durante il corso all’ università, il motivo ufficiale della mia visita qui. Un corso dal titolo Transitional Justice as Response of emerging challenges in South East- Europe. Giustizia di transizione, tu guarda cosa si sono inventati. Paroloni che nascondono una realtà politica, di fatto, ancora frammentata e divisa.

“Sogno una Bosnia in cui le classi a scuola non siano divise per gruppi etnici. Una scuola dove studino i figli dei cittadini della Bosnia”, mi dirà una sera la professoressa Omerdič, una dei nostri docenti, davanti a un boccale di Laško pivo. E poi, confessa, sogna anche un uomo italiano.

Il Parlamento della Bosnia Erzegovina è un enorme grattacielo specchiato di fronte al giallissimo Holiday Inn, sede della stampa straniera durante la guerra. Un’oasi in cui poter trovare cibo caldo e, in certi orari, acqua corrente. Oggi i membri dei tre parlamenti divisi su base etnica, croata, serba e bosniacca (termine usato per definire i musulmani di Bosnia), entrano ed escono in giacca e cravatta sgranocchiando i tramezzini dell’Unitic, il centro congressi dall’ altro lato della strada.

piazza del Parlamento, ph. Ornella Sabia

Intanto la vacanza da turista è finita, ora il mio indirizzo è Zagrebačka 18, sede dello studentato. L’edificio è un convitto e il portiere non capisce un’acca d’inglese. Mi dà le chiavi e io dico “hvala”, “grazie”, la parola più bella per i bosniaci.
La stanza affaccia sul giardino, di fronte a un palazzone coi buchi dei bossoli, sembra formaggio svizzero. È piena di “mosquitos”, come li chiama Laura, studentessa di legge venuta fin qui dalla Colombia.
Si crepa di caldo. Poso la mia roba ed esco a cercare qualcosa da mangiare. Nelle vicinanze vedo tre o quattro locali dove potermi fermare, eppure i piedi continuano ad andare avanti, seguendo la linea della Miljačka.
Attraverso il primo ponte e noto una targa scritta nella mia lingua. E’ dedicata a un certo Moreno, un italiano che deve aver perso la vita proprio in quel punto.
Una trentina di passi dopo, eccomi nella piazza col Parlamento, l’ Unitic e un enorme centro commerciale, Sarajevo City Center.
Entro per scroccare il wi fi. Digito su google “Moreno Sarajevo” e recupero la storia dell’italiano di Sarajevo: “Gabriele Moreno Locatelli è stato un pacifista religioso italiano, ucciso da un cecchino durante l’assedio di Sarajevo”. Posso vederlo camminare scalzo lungo il ponte Vrbanja con in braccio un cestino di pane per i Serbi arroccati agli ultimi piani dei palazzoni. Leggo che le milizie erano state informate su quella piccola manifestazione di pace. Oltre al pane per i cecchini, il gruppetto voleva deporre una corona di fiori sul luogo dov’era stata uccisa la prima vittima. Lo raggiunse il proiettile di uno sniper, mentre arretrava dopo una prima raffica di avvertimento. “La sua uccisione è interpretabile come dettata dalla cinica volontà di riaffermare l’esistenza della linea della morte che divideva in due la città”.
Sulla sua storia è stato girato un film, “morte di un pacifista”, che mi propongo di vedere al ritorno.

Targa per Moreno Locatelli, ponte Vrbanja, ph. Ornella Sabia

Nel centro commerciale mi sento meglio. Ci sono i negozi di Zara, Oviesse, Bershka, Stradivarius, rientro nel mondo che conosco e questo mi rassicura. Solo che nella mia realtà non ci sono le donne col burka. Le guardo provando un misto di pena e timore. Pena perché, da buona occidentale del cazzo, mi sento invidiata per la mia libertà d’indossare quello che mi pare, pettinarmi come mi pare, truccarmi come mi pare. Timore, perché non posso guardarle in volto, vedere i loro pensieri arricciarsi sulle rughe della fronte. Figure anonime che incutono diffidenza. Fantasmi neri che sbucano dagli angoli con attorno l’aura degli spauracchi occidentali, terrorismo in primis. Poi ne vedo una dentro Zara. Guarda un paio di shorts per sua figlia e mi pare che non presti la minima attenzione a noi donne senza veli. La donna di Zara ha il burka così come io ho i capelli castani. Fa parte di lei, come un braccio. Sono la paura e la diffidenza i veri fantasmi.

Intanto la radio sta passando Eros Ramazzotti, “Fammi respirare solo un attimo di pace” e mi viene da ridere.

Il giorno seguente trascorre a letto. Io e altri quattro ragazzi restiamo intossicati da un batterio non invitato alla cena di benvenuto. Un po’ sono contenta, posso saltare le lezioni e uscire a fare qualche foto non appena lo stomaco ritorni a posto. Quel pomeriggio finisco dentro a un sogno in cui sono in un tunnel e arrivano carichi di pacchi delle United Nations con cibo in scatola. Il tunnel di Sarajevo, unica via di transito degli aiuti umanitari durante l’assedio. L’incubo di ogni claustrofobico. Da lì in avanti inizierà la mia lotta col cibo: qualunque cosa cucinata in un locale mi darà fastidio, così sarò costretta a comprare prodotti in scatola al supermercato. Nello studentato manca la cucina, perciò vai di Tuna, Šunka e Chleb per dieci giorni. E naturalmente Sarajevsko pivo, a cui proprio non ho potuto rinunciare.

Palazzo in Zagrebacka, ph. Ornella Sabia

Il locale ha il soffitto alto e un po’ crepato, con i lampadari che si tengono al muro per scommessa. L’ambiente è grande e pieno di fumo, tovaglie a quadratini rossi e bianchi sui tavoli. Un gruppo di quattro musicisti suona canzoni tipiche, c’è un gran chiasso, ragazzi e ragazze di Sarajevo e stranieri. I sarajeviti si riconoscono, sono la copia originale della gioventù di Berlino est: le ragazze coi capelli a caschetto e la frangetta, nei loro abiti dark e rossetti neri, tipico ambiente underground. Un’atmosfera viva e a tratti surreale. Un Charlie Chaplin di cartapesta dal braccio ingessato ci accoglie nel cuore della noč bosniaca.

Kino Bosna, ph. Ornella Sabia

Una volta Kino Bosna era un cinema. Mi chiedo cos’era durante la guerra. È un chiodo fisso, non posso fare a meno di pensare alla guerra ogni volta che entro in un posto o conosco qualcuno. Il nostro tavolo è una Babele, ho il cervello in black out. I giorni di dissenteria, la birra e la Rakja si mescolano allo spagnolo, al russo, all’inglese, alle lingue balcaniche, al fumo. Esco a prendere una boccata d’aria. Mi siedo sulle scale e un tipo, ubriaco come una pesca, mi rivolge la parola in bosniaco. Gli dico in inglese che sono italiana e quello non ci crede. Mi blatera qualcos’altro nella sua lingua, forse “puttana bugiarda” o una cosa del genere. Meglio rientrare. C’è Jova, il ragazzo albanese che è alla sesta Rakja, le russe ballano con non so chi, Lazar, il ragazzo serbo, se ne sta a fumare in disparte. Passo con lui il resto del tempo ad ascoltare gli “Azra” e gli “Ekv”, mai sentiti in vita mia, gruppi della scena punk di Belgrado. So che dovrei proporgli i CCCP oppure i Diaframma, ma preferisco ripiegare su Albano e Romina. Ed è sulle note di “Felicità” che il bosniaco di prima mi vede e dice “ciao bella”, come lo dicono gli slavi, con quelle “L” languide. È l’alba quando usciamo, il muezzin canta come un gallo l’inizio di un altro giorno nella Gerusalemme dell’est.

Minareto a Sarajevo, ph. Ornella Sabia

“Nessuno toccherà Sarajevo”, “ Non ci sono croati, musulmani o serbi, ci sono solo cittadini di Sarajevo”, “ Rata nece biti — la guerra non ci sarà”, dicevano. Oggi le linee tracciate sul pavimento s’incontrano in punti dove una rosa dei venti reca la scritta “Sarajevo, incontro di culture”. Seguendo tutto il percorso si arriva alle cosiddette Rose di Sarajevo, i luoghi dove sono cadute le granate. Le loro impronte sono state verniciate di rosso e sembrano davvero petali di fiore. E’ davanti a una di queste che provo a rispondere alla domanda iniziale: “che ci sono venuta a fare qui?” Questa città è l’anima umana, fatta di contrasti. Convive con le sue luci e le ombre, nonostante tutto. Ha delle ferite che si porta dentro, come nella vita di ognuno di noi. Ricordo le parole di Kemal, sopravvissuto di Kevljani, villaggio completamente distrutto dai serbi:

“each one of us could be a victim or a perpetrator. It’s not an issue to be a victim or a perpetrator. They both suffer. It’s the fact to accept what happened and go over it”.

“L’amicizia risanata è come una minestra riscaldata”, dice il proverbio. Ma c’è chi prova a combattere odio e desiderio di vendetta con le armi della cultura. Come Jovan Divjak, serbo di Sarajevo che si arruolò nella resistenza bosniaca. Oggi è molto attivo in ambito culturale e sociale in varie associazioni che si prendono cura degli orfani di guerra. Ed è un signore sorridente, con il volto non scavato. Autore per altro di un libro di successo, Sarajevo mon amour. Alla fine del soggiorno non mi sembra più assurdo come tutto sia potuto accadere. Il nazionalismo è una miccia che la propaganda accende facilmente. Penso al quartiere dove sono cresciuta, vedo il volto bonario del mio dirimpettaio Michele che un bel giorno bussa alla porta della nostra famiglia e dice: “mi spiace ragazzi dovete sloggiare. Questa casa è nostra, questa terra è nostra e voi non siete più i benvenuti”. Poco importa se soltanto la sera prima eravamo in giardino ad arrostire salsicce e cantare al karaoke. Poco importa se la persona che ora ti indica il posto nella fila dei prigionieri, è la stessa che t’insegnava Storia e Geografia. L’incendio si è diffuso. E l’inferno è migrato dall’ altro mondo in questo.

Veduta da Piruša, ph. Ornella Sabia

Dunque mi trovo all’autostazione con una cagata di piccione sulla testa. L’autobus per Dubrovnik è finalmente nello stallo numero 9. I pensieri e i dubbi legati alla mia vita dall’ altro lato dell’Adriatico cominciano a rientrare ad uno ad uno. Quindici giorni intensi, che stringo ancora tra le mani come il gabbiano un pesce. L’autista fa cenno di salire. La redazione del leggendario Oslobođenje, il quotidiano che continuò a uscire ogni giorno negli anni dell’assedio, divenuto poi il simbolo della resistenza, è oggi un edificio moderno con ai piedi tante vetrine che espongono i saldi di stagione. Mentre guardo scorrere dal finestrino gli ultimi palazzoni perforati, appunto dei versi:

Ho lasciato il letto sfatto

e una sigaretta accesa.

Tornerò a ballare dentro di te,

utero infuocato,

come la pecora di Andrič

balla con il lupo.

Per approfondire

Documentario “La guerra non ci sarà” — https://www.youtube.com/watch?v=2NshlmUknWo

Documentario vita Jovan Divjak https://www.youtube.com/watch?v=nmuqWmALnjo

Link trailer film “Pretty Village” Kemal Pervanic https://www.youtube.com/watch?v=XGoejEZidzk

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