Trump sul podio dell’Assemblea Generale dell’ONU

19 settembre 2017. Qualcuno ha avuto la brillante idea di far salire Trump sul podio dell’Assemblea Generale dell’ONU. Ma frecciatine a parte, il fatto è che il presidente degli Stati Uniti d’America su tal podio ci è salito, e ci ha fatto un alquanto controverso discorso di 45 minuti.

Riassumendo, ha cominciato con l’elencare qualche dato (in parte erroneo, ma dopo vediamo) al dir poco ammirevole sui risultati della sua giovane amministrazione. Ha poi cominciato a fare tutto un discorso di 7–8 minuti, pieno di belle parole, su cui sono anche d’accordo (non con lui, con il messaggio generale), che in pratica è riassumibile in poche parole, che vi esporrò più avanti, su quello che lui pensa sia lo scopo e l’essere esistenziale dell’ONU stessa e il ruolo che avranno i suoi Stati Uniti nell’organizzazzione. Più o meno. Ma andiamo con ordine: per prima cosa, i dati sul suo paese. Ovviamente Trump non poteva non cominciare con qualche dato grandioso sulla disoccupazione negli USA e sull’andatura di mercato, in modo da dire ai delegati presenti e al mondo “guardate quanto sono bravo”. Ma vediamo cosa ha detto esattamente. Sulla questione della disoccupazione ha detto che questo mese si è registrata la più bassa percentuale di quest’ultima da 16 anni, cioè da settembre 2001. Lui non cita nessun dato, quindi me lo sono dovuto andare a cercare, e i grafici e dati del Bureau of Labor

ci mostrano che infatti ciò che dice Trump è vero, con un impressionante basso 4,3% di persone in età lavorativa disoccupate. Ciò che Trump non dice però è che il record è segnato dopo una lunga e lenta discesa della disoccupazione iniziata durante il primo anno dell’amministrazione Obama, nel 2009. Però, per essere giusti, la graduale discesa è cominciata proprio dopo un vertiginoso innalzamento del 5% nei primi mesi del 2009, sempre sotto Obama. C’è inoltre un altro dettaglio, cioè che nel 2017 la non piccolissima somma di 429.000 persone hanno superato l’età lavorativa, e quindi hanno abbandonato le statistiche sul lavoro. Trump ha inoltre affermato che il valore del mercato azionario è a livelli mai visti. Anche questo è vero, ma il problema è che negli ultimi 50 mesi il mercato ha raggiunto e superato il proprio record precedente una trentina di volte, e 50 mesi fa c’era ancora Obama. L’unico dato che è uscito dalla bocca del presidente che sembrerebbe veritiero è che le imprese private americane che si erano trasferite all’estero, soprattutto in Cina, stanno lentamente tornando negli USA. Ed è anche una cosa che a me personalmente compiace, perché anche io sono contro la delocalizzazione, quindi su questo gli posso dare la mia personale luce verde. Ma passiamo ad affari esteri. Di cosa parlava quella parte del discorso di 7–8 minuti di Trump che prima ho detto riassumibile in poche parole? Basicamente ha detto che l’ONU si basa su tre pilastri principali: la Sovereignity (la sovranità), la Security (la sicurezza), e la Prosperity (la prosperità). In pratica, sulla base di queste tre parole chiave si basa, e Big Donald enfatizza molto su questo, (come credete che li ha spesi quei minuti in più?) il metodo di ricerca della pace dell’ONU, e a detta del presidente, degli Stati Uniti. Tutto questo con una grande lode alquanto demagogica alla pace mondiale, e aggiungendo la dichiarazione: “Gli Stati Uniti saranno, come sono sempre stati, il migliore amico di tutti i paesi del mondo( vedasi il Vietnam dell’escalation, la Corea degli anni 50, il Cile del 1973, e molti altri paesi che hanno ricevuto l’”amicizia” degli USA). Soprattutto i suoi alleati.(beh, mi sembra giusto).Il cambio di tono dell’uomo sul podio è però repentino, eppure non così evidente come potrebbe suonare. Con una corta transizione locutoria che parla del fatto che secondo lui il mondo si trova davanti a una bilancia, con su un piatto una grande opportunità di progresso, e sull’altro un grande pericolo, ben quattro paesi vengono presi nel mirino di Trump, e cadono inesorabilmente l’uno dopo l’altro: ovviamente non poteva mancare il piccolo paese guidato da un presidente altrettanto pazzo, la Corea del Nord, conosciuta anche dagli amanti degli scioglilingua e delle contraddizioni come la Repubblica Democratica Popolare di Corea; una bella strigliata viene data anche all’Iran, casualmente nemico politico e geografico attuale dell’amico di Trump Erdogan; e infine abbiamo i due “diavoli” socialisti delle Americhe, Cuba e il Venezuela.

Il pezzo sulla CN è particolarmente memorabile, in quanto Trump non si è potuto controllare dal dare un nomignolo al caro Kim, chiamandolo letteralmente “Rocket Man”, l’”Uomo Razzo”. Ora, pure io do i nomignoli, anche a Trump, e devo dire che ci ha anche azzeccato, ma si sa, quando si è sul podio di una delle massime organizzazioni mondiali un po’ di serietà e contegno non sono mai da meno. Ma a parte questo, cosa ha detto Trump sul suo acerrimo paese nemico? Bene, forse è questo il punto più, come si potrebbe dire, ironico, di tutto il discorso sui prima menzionati paesi.

Le frasi sono quelle solite, che ci dovrebbbero far preoccupare, ma che ormai sentiamo praticamente ogni giorno dall’8 novembre 2016: che tutti i paesi che hanno relazioni economiche con la CN dovrebbero vergognarsi, di come sia un pericolo che il paese possegga le armi atomiche, che “l’Uomo Razzo si è imbarcato in una missione suicida per se e per il suo regime, che l’unica via che hanno per sopravvivere è quella della de-nuclearizzazione, che nessuno vuole vedere armata questa banda di criminali , e, infine, che se sarà costretto, Orange Donald non esiterà a “distruggere in modo totale la Corea del Nord” (a proposito, ricordatevi di questa minaccia di distruzione. Ci servirà più tardi nell’articolo) . Al diavolo i discorsi di pace allora. Ma allora dove sta l’ironia a cui ho accennato prima? Beh, penso che il presidente, nella sua descrizione della CN abbia anche descritto piuttosto bene la situazione attuale di un altro paese, più precisamente quello che rappresenta. Ma non finisce qui. Trump passa da un paese all’altro, e fa il giro del mondo, più precisamente dei paesi che non gli piacciono, in soli 20 minuti circa. Perché infatti ora sulla lista c’è l’Iran. Vi risparmio le ciarle di arrotondamento: Trump accusa il governo Iraniano di essere uno stato dittatoriale e di opprimere i suoi cittadini. E fin qui, è vero, sono d’accordo. Lo accusa anche di usare i profitti ricavati dal petrolio (risorsa di cui è ricco il paese) per finanziare gruppi terroristici come Hezbollah e compagnia, invece di statalizzare il petrolio e investirne i prima citati profitti su popolo iraniano. Benissimo. Sono d’accordissimo. Ma se vogliamo essere precisi, vorrei ricordarvi che nel 1951, un primo ministro iraniano, Mohammad Mosaddeq, ci aveva provato, ma nel 1952, era stato casualmente deposto da un golpe militare finanziato dal Regno Unito, e indovina indovina, dagli USA. E qui il presidente fa un’osservazione che mi ha alquanto confuso: egli sostiene, giustamente, che la gente dell’Iran non voglia il suo governo, che non è da tenere responsabile per la situazione del loro paese, e cose simili. Sono d’accordo, ma secondo la logica comune, questo principio del povero popolo si dovrebbe applicare anche alla Corea. E allora perché minacciare di distruzione totale milioni di persone innocenti, quando il gruppo con il quale te la stai davvero prendendo è ristretto a una piccola cerchia di militari e quadri del partito al potere?

Oh beh, insomma, dopo l’Iran facciamo un salto che ci porta ad attraversare l’Asia meridionale, l’Oceano Pacifico e il Sud America in larghezza per arrivare finalmente alla zona dei Caraibi. Dove si trova Cuba, e sulla quale si affaccia il Venezuela. Trump, per il suo magnifico discorso, ha deciso di usare la carta del “socialismo cattivo” per trovare il colpevole alla deplorevole situazione nella quale secondo lui i due paesi si trovano. Fin qui ok, perché di problemi in questi due paesi ce ne sono, soprattutto in Venezuela, e lui li elenca anche: la mancanza della totale libertà di parola, il fatto che in Venezuela Maduro ha annullato i poteri del parlamento, la quasi tragica situazione economica del Venezuela. È tutto esatto, ma bisogna capire che ormai nel XXIo secolo non si può più dare la colpa al socialismo come ideologia per ogni problema dei paesi del secondo e terzo mondo, ma piuttosto all’incompetenza dei governi dei paesi, e non all’ideologia che dicono di rappresentare. Inoltre Trump parla di aiuti umanitari mandati dagli USA ai venezolani, ma io non ne ho trovato la minima prova o traccia da nessuna parte. Chiunque mi possa correggere su questo punto sarà benvenuto, perché ci tengo all’onestà ed esattezza dei miei articoli. Quello di cui ho però sì trovato riscontro in vari articoli giornalistici statunitensi, è che durante il governo di Chavez lo stato venezolano, attraverso Citgas, la compagnia nazionale per la gestione del petrolio venezolano, ha offerto ripetutamente durante gli anni, fin da quando c’era Bush figlio alla Casa Bianca, aiuti umanitari contati in vari milioni di dollari per i vari uragani che hanno colpito gli USA, e più recentemente Maduro ha offerto 5 milioni per aiuto a coloro che sono stati colpiti dall’Uragano Harvey e Irma. Va detto che la maggior parte di tutte queste donazioni è stata rifiutata dalle amministrazioni americane dei tempi passati e di adesso senza esclusione: Bush, Obama e Trump.

Il discorso è poi finito con chiacchere di protocollo che a noi non interessano. A dire il vero ha anche parlato di immigrazione, ma per quanto riguarda quest’articolo non ci importa più di tanto, e a essere sinceri erano le solite frasi fatte che sono solite uscire uscire dalla bocca dell’Oompa Loompa arancione. Vale la pena finire l’articolo citando la fallita battuta (perché sì, in origine doveva esserlo!) di Trump sul Venezuela, che non ha fatto altro che ricevere un silenzio di tomba incredibile con poi risatine sommesse e un po’ di applausi poco convinti, che del resto è il clima generale dei che ha accompagnato tutto il suo discorso. Meglio se la cito direttamente, per evitare di renderla veramente divertente: “Il problema in Venezuela, non è che il socialismo è stato completamente implementato, ma che è stato sinceramente implementato”.

Traete voi le vostre conclusioni.

Gideon Gatsby

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