Sufjan Stevens a nudo

La recensione di Carrie & Lowell di Sufjan Stevens. Dentro una storia di malattia, cristianità, famiglia e speranza.

Nella copertina di Carrie & Lowell c’è un particolare contrasto tra i toni scuri del contesto ambientale ed il candore di cui sono vestiti i due protagonisti della diapositiva. In alcune culture orientali il bianco è il colore che indica non soltanto la purezza, la verginità, ma anche il lutto, la morte e la presenza di spettri.
Proprio sulle ombre dei fantasmi di un passato difficile nasce il nuovo album di Sufjan Stevens.

Carrie

Carrie è la madre di Sufjan: una donna complicata, bipolare e schizofrenica, con una dipendenza da droghe, litio e anti-psicotici.
«A volte era a casa dei nostri nonni, e la vedevamo durante le vacanze per qualche giorno. Ogni tanto arrivava una lettera. Per un po’ svanì completamente, ha passato dei periodi da senzatetto, o in case popolari. Ci chiedevamo sempre, “Dov’è? Che cosa sta facendo?”», confessa Sufjan in una lunga intervista a Pitchfork.

Nel 2012 Carrie muore a causa di un cancro allo stomaco, anche se le circostanze non sono state ancora del tutto chiarite. Carrie & Lowell è servito a Sufjan per suturare il senso di questa perdita.

Nella stessa intervista intervista per Pitchfork l’artista ha dichiarato: «Con questo album avevo bisogno di uscire da questo ambiente ingannevole. È qualcosa che era necessario fare per me quando ho dovuto affrontare la morte di mia madre — per raggiungere un senso di pace e serenità piuttosto che di sofferenza. Non è un tentativo di dire qualcosa di nuovo o di dimostrare qualcosa, o di innovare. Può sembrare ingenuo, il che è positivo. Non è il mio progetto artistico; è la mia vita».

Una vita che Stevens ha sempre provato a sublimare attraverso la profondità narrativa. In questo caso esplicitare i propri sentimenti sembra l’unica possibilità di alleviare un dolore altrimenti troppo grande.

“I should’ve wrote a letter
Explaining what I feel, that empty feeling”.

Carrie abbandona Sufjan una prima volta quando ha appena un anno, ma è troppo piccolo per ricordare e raccontare.
Una seconda volta la madre se ne va quando lui e il fratello sono ancora molto piccoli: “When I was three, three maybe four She left us at that video store”, canta in Should Have Known Better.

Sufjan è spaventato dall’averla vicino, ma allo stesso tempo sembra sentire la necessità di trovare una strada per un dialogo, un atto d’amore.

“Spirito del mio silenzio, ti sento
Ma starti vicino mi spaventa
E non so da dove iniziare,
E non so da dove iniziare”.

La figura di Carrie è filtrata attraverso l’immaginazione di Sufjan, fino a sfocarne i contorni e a lasciare qualcosa di lei che sfiora i caratteri dell’irrealtà: «Ho sempre avuto uno strano rapporto con la mitologia di Carrie, perché ho così pochi ricordi vissuti della mia esperienza con lei».

L’opening dell’album, Death With Dignity — una delicata ballad per chitarra, banjo e piano -, coincide probabilmente con la fine della storia di dolore Stevens. È una canzone che parla di perdono, di accettazione della morte e del complicato percorso che la precede.

” I forgive you, mother, I can hear you,
And I long to be near you
But every road leads to an end
Yes, every road leads to an end”

canta Sufjan nei versi finali del brano. Probabilmente non è un caso che proprio in Oregon, lo Stato le cui immagini delicate fanno da collante a tutto il disco, sia nato il Death with Dignity Act, atto che legalizza la morte assistita (sulla morte di Carrie ci sono ancora alcuni aspetti non del tutto chiari).

Lost Lake, Oregon.

Carrie si è sposata giovane, con 4 figli avuti in rapida successione. Suo marito, il padre di Sufjan, era un membro di un gruppo religioso chiamato Subud. Carrie e Rasjid restano sposati per sette anni, poi, nel 1976, quando il ragazzo aveva un anno e i suoi fratelli erano tutti sotto i 10, vCarrie lascia la famiglia, senza la promessa di tornare o rimanere in contatto. Il padre si risposa, e la famiglia si trasferisce in Michigan, entrando ed uscendo dal culto di Subud e decine di altre fedi e appartenenze.

Non c’erano mai abbastanza soldi per andare in giro, e suo padre diventò con il tempo il severo patriarca di una nidiata di figli persi. «Eravamo trattati come semplici inquilini», dice Sufjan. «Si trattava di un conglomerato famigliare disastroso».

Lowell

Quando Carrie arriva in Oregon, a miglia e miglia di distanza da Detroit, trova in Lowell Brams, l’altro protagonista di questo racconto famigliare, una persona a cui legarsi nuovamente. È proprio Lowell a spingere la madre di Sufjan a riallacciare i rapporti con i propri figli. Organizza incontri saltuari e telefonate, spingendo Carrie a incontrare le parti di sé che ha lasciato qualche miglia più ad est. Se in casa del padre Rasjid non c’è musica ma soltanto preghiera, in casa di Lowell — un avido collezionista di dischi e musicista dilettante a sua volta — Sufjan si avvicina ai lavori di Leonard Cohen, Frank Zappa, Judee Sill, Nick Drake, The Wipers e Mike Oldfield. È lui che si affeziona in maniera incrollabile a Sufjan, mandandogli mixtape, supportandolo dal primo momento e avvicinandolo a sua madre. Una sorta di ponte a sbalzo che non porta a nulla (forse), come si dice nei versi di Should Have Known Better.

“Don’t back down, there is nothing left
The breakers in the bar, no reason to live
I’m a fool in the fetter
Rose of Aaron’s beard, where you can reach me”.

Lowell sarà un tassello fondamentale per la crescita umana e musicale di Sufjan, al punto che a Brams stesso ha lasciato la gestione della propria label, la Asthmatic Kitty, ricordando quei momenti di serenità familiare come una “season of hope”.

Crater Lake, Oregon.

Nei confronti della madre, invece, non mostra alcun tipo di risentimento o odio, piuttosto una continua ricerca di un contatto, di un legame umano che fatica a mostrarsi in maniera naturale:

“La luce si rifletteva sull’albero di limoni.
E se non avessi mai visto l’isterica luce di Eugene?
Yoghurt al limone — ricordo di averti tirato per la camicia.
Ho fatto cadere il posacenere a terra.
Volevo solo esserti vicino”.
“Sin da quando sono stato abbastanza vecchio da poter parlare l’ho detto con allarme: Una qualche parte di me si è persa nella tua manica,
Lì dove nascondevi le tue sigarette.
No, non me lo dimenticherò mai.
Voglio solo esserti vicino”.

canta Sufjan in Eugene, brano che prende il titolo dalla città degli States. Capoluogo della Contea di Lane, in Oregon. Nella stessa canzone sono forti i richiami alla città che si staglia sulla costa dell’Oceano Pacifico: Emerald Park viene rappresentato come “una bellezza dopo l’altra”.

Come sempre la dimensione naturalistica ha un ruolo visivo e simbolico importante. A fare da sfondo alla storia di una famiglia che prova ad essere tale c’è la silhoutte dei cedri dell’Oregon, il paesaggio dei parchi visti da Spencer Butte, il verde nei dintorni di Portland.

Emerald Park, Oregon.

Gli elementi naturali interagiscono nel tentativo di costruire un rapporto madre/figlio che sia unico e personale. Vero e profondo, o almeno così lo vorrebbe Sufjan. La natura non è solo luci brillanti ma anche cupi momenti di disperazione, come nell’alluvione citata in Carrie & Lowell o il fuoco di Tillamook citato nella struggente e priva di speranza Fourth of July.

“Somewhere in the desert there’s a forest
and an acre before us
but I don’t know where to begin”.
“Da qualche parte nel deserto c’è una foresta
e un acro di fronte a noi
ma non so da dove iniziare”.
“Chimney swift that finds me, be my keeper
silhouette of the cedar
what is that song you sing for the dead?”.
“Spazzacamino che mi troverai, sii il mio guardiano.
La silhouette del cedro.
Qual è quella canzone che canti per i morti?”.

Ridotto all’osso

Per compiere il percorso umano iscritto nel disco Sufjan è stato costretto a svestire la sua patina arty, a scrollarsi di dosso le montagne di hype e ad essere totalmente onesto.
Vengono smontate le sovrastrutture, fino a lasciare solo i sentimenti più intimi ed universali. Carrie&Lowell è un biopic famigliare fatto di foto sbiadite e canzoni che esplorano l’infanzia e la famiglia, il dolore, la depressione, il sesso e la solitudine, la caduta e la rinascita dell’uomo Sufjan Stevens. Ma questo percorso non può prescindere dalla ricerca di un’onestà musicale. Vengono abbandonati allora gli sperimentalismi di The Age of Adz e il sound viene ripulito fino a raggiungere un folk puro, iridescente. Al punto che Stevens lo ha definito, forse ironicamente, Easy Listening.

Tillamook Rock, Oregon Coast.

In realtà riuscire a esprimere sentimenti universali è un risultato complesso e per raggiungerlo Sufjan si serve anche di grandi apparati simbolici, come quello biblico.

Musica cristiana

Sufjan Stevens è sia un cristiano che un ottimo musicista. Rappresenta un’anomalia nel panorama musicale contemporaneo che difficilmente considera ed accetta che l’arte possa contaminarsi così profondamente di elementi religiosi. Sufjan in ogni caso non scade mai nel kitsch, come fanno la maggior parte degli artisti “di fede”. Usa i riferimenti biblici per analizzare la “totalità della vita”, non è semplice Christian-music ma una possibilità di lettura dei grandi temi attraverso uno dei paradigmi più articolati della nostra cultura. La mitologia e i riferimenti biblici stratificano il disco, forniscono uno sfondo simbolico e valoriale attraverso cui esprimere i propri sentimenti. La Bibbia è l’ influenza paterna degli anni di solitudine.

“Non arrenderti, non è rimasto nulla:
Le conversazioni iniziate nei bar, l’assenza di una ragione di vita.
Sono uno stolto in catene.
Sarà alla barba di Aronne che mi troverai”.

In questo lucidissimo articolo David Roark su The Atlantic illustra come molti artisti religiosi non abbiano visto la musica in modo strumentale non già come mezzo per arrivare ad un fine, un modo per evangelizzare i giovani. In molti si sono concentrati nel raccontare storie profonde, con una musica esteticamente gradevole, pur esprimendosi personalmente e spiritualmente. Così anche in Sufjan i temi e le idee cristiane si intrecciano nei testi. Scrive canzoni intense e spesso disperate, su temi universali, e non importa se lo fa citando la Bibbia.

Sufjan non nasconde le proprie convinzioni quando si tratta di testi: dalle evidenti storie citate dalla Bibbia che pervadono Seven Swans alla teodicea di “Casimir Pulaski Day“, che racconta la storia di una giovane ragazza che muore di cancro. «Eppure il senso del lavoro di Stevens ‘trascende soggetti religiosi e spirituali per affrontare temi più ampi», continua Roark. Nei testi di Stevens si alternano da sempre amore, sesso, morte, malattia, l’ansia e il suicidio. Canta di argomenti che sono importanti per gli esseri umani, tutti ed indifferentemente, indipendentemente dalla loro visione del mondo.

Azalee e rododendri sull’Oregon Coast Highway, Oregon.

Negli anni è riuscito a rifuggire l’etichetta di “artista cristiano”: «La Christian music (come genere) esiste esclusivamente nell’ambito di pochi ambienti isolati (cubicula e computer inclusi) di alcune costruzioni corporative a Nashville, in Tennessee. Comunque, non c’è nulla che possa assomigliare alla Christian music» ha detto Stevens in un’intervista di qualche tempo fa.

Il Vangelo allora non è altro che lo specchio dell’ intera esperienza umana, o “la totalità della vita”, come descritto dal teologo Francis Schaeffer.

Tra invocazioni dello spirito materno, meditazioni che si trasformano in confessioni profonde di sentimenti nascosti e sopiti, vita e morte, odio e perdono. Sufjan mostra come ci sia qualcosa di immenso sopra di sé e sopra noi. Non so se chiamarlo Dio e se questo dio possa essere rappresentato dalla musica che allevia le sofferenze; oppure dalla bellezza dei fertili ed ubertosi paesaggi dell’Oregon o dalla solitudine che, facendosi sempre più presente, accompagna la scrittura e la stesura di questo disco attraverso gli inverni candidi di una New York innevata.

Liberazione

Alla fine di John My Beloved, uno dei brani più intensi e sinceri di tutto l’album, Sufjan inspira profondamente. In quel momento ha completamente estromesso da sé tutta una serie di cose che dovevano pesare come macigni. Ora può tornare a respirare, riprendere a masturbarsi ed amare nel tentativo di liberarsi da questo costante refrain rappresentato dalla consapevolezza che la morte è lì ad aspettare We’re all gonna die (Fourth of July).

In Carrie & Lowell non esistono risposte facili, già scritte. Non c’è nulla di semplice quando ci si confronta con la morte o l’abbandono. C’è solo il dolore, e forse, un minimo di fede — declinabile nel termine speranza se si è totalmente lontani dalla cristianità.

Dopo l’ascolto

Una serie di ascolti dopo ho alzato il telefono; ho chiamato mia madre per dirle quanto le voglio bene. A lei che mi ha sempre dato tutto; quanto ami i miei fratelli pur nei loro silenzi e quanto sia legato indissolubilmente a mio padre, di cui sono l’emanazione più profonda. Quanto lo ami anche se alle volte se n’è andato per tornare, facendomi sentire inutile e solo.

Ho incontrato mia zia dopo l’ultimo ricovero in ospedale. Le avrei voluto chiedere come si affronta la vita quando si resta soli e privati dell’altra metà. Avrei voluto sapere se mio nonno, da cui ho preso questo nome così ingombrante e che rappresenta nella mitologia cristiana la “spada di Dio” — o almeno così mi ha detto una volta un prete che mi era anche simpatico. Mi premeva conoscere la verità, se in guerra c’era stato, e se c’era stato dalla parte giusta della barricata.

Alla fine non ho detto né chiesto nulla di tutto questo. H avuto paura come sempre. Con mia madre abbiamo parlato ancora una volta del pranzo e di come mi sento adesso. Sarei voluto essere Sufjan in quel momento, poterle dire delle cose che non ci siamo detti mai. Un giorno parleremo di noi per come siamo davvero.

Mio secchio azzurro d’oro,
amico, perché non mi vuoi bene?
Il mito, una volta raccontato,
passa attraverso una lente che lo deforma come un fulmine.

Articolo pubblicato originariamente su Dude Mag.