Lavoratori introvabili o Imprenditori che non sanno cercarli?

Da qualche giorno sui social network e in particolare su Linkedin, molti utenti stanno condividendo questa pagina del Sole24Ore di qualche giorno fa in cui una ricerca sostiene che gli imprenditori intervistati lamentano difficoltà nel reperimento di figure più o meno qualificate.

In particolar modo, la ricerca sembrerebbe evidenziare due richieste molto precise da parte degli imprenditori: la prima riguarda il livello di scolarizzazione e l’inadeguatezza di neodiplomati e neolaureati ad affrontare il posto di lavoro, la seconda riguarda la preparazione di profili adeguati alle richieste dell’emergente Industria 4.0.

Tuttavia, senza voler apparire dissacrante a tutti i costi, credo sia doveroso verificare questi dati innanzitutto tenendo in considerazione gli interlocutori con cui ci si è confrontati in questa ricerca, ovvero gli imprenditori.

Stiamo dunque parlando della grande parte dell’azienda tipica italiana, caratteristicamente circoscritta alle Piccole e Medie Aziende dove il titolare, l’imprenditore, è coinvolto anche personalmente nel reperimento dei propri dipendenti (e anzi, spesso, ha l’ultima parola sulle assunzioni).

L’articolo conferma, senza darne troppa importanza, che questo è il target intervistato.

Ma già questo fa una grande differenza.

Perché è innegabile che gli imprenditori non siano le Persone più indicate per operare la selezione del personale; sono troppo coinvolti emotivamente nel business aziendale per riuscire a dare il giusto equilibrio fra retribuzione e reali competenze di un candidato.

E così il web si riempie di profili di “manager” e “responsabili” con retribuzioni assolutamente inadeguate a questi job title. O peggio, come l’articolo conferma, la richiesta di profili junior ma con esperienza.

L’imprenditore cerca la luce negli occhi, vuole il talento con il massimo dei voti, ma poi non ha in azienda le risorse adeguate per formare e per far crescere quei talenti a cui viene chiesto unicamente di performare, ma senza la struttura giusta per farlo. Ed ecco, che il talento diventa in breve inadeguato alle esigenze delle aziende.

La formazione nelle Piccole e Medie Aziende è vista come una perdita di tempo. Si investe solo sulla formazione obbligatoria (sicurezza, utilizzo di apparecchiature) preferibilmente se finanziata. Non si investe sulle competenze da acquisire, sulle caratteristiche personali, sullo sviluppo delle attitudini e delle soft skills. La paura di formare persone che potrebbero un giorno vendersi ai competitor è più forte degli investimenti per fidelizzare e creare affezione intorno alla propria azienda.

E il ruolo della Scuola?

Scaricare il barile sull’inadeguatezza delle scuole nel preparare i ragazzi al mondo del lavoro non è completamente corretto. Le scuole devono certamente organizzare un’alternanza scuola — lavoro che nel nostro Paese è praticamente inesistente (in Francia già dal primo anno delle Superiori gli studenti possono trascorrere l’estate in un’azienda e iniziare a fare esperienza, farsi conoscere dagli imprenditori e sperare di essere assunti al termine del percorso scolastico), ma è anche vero che non c’è la minima ricettività da parte delle aziende di partecipare a questa formazione nel corso degli anni scolastici. Da una parte la burocrazia (sicurezza sul lavoro, assicurazioni e altri alibi), dall’altra l’impreparazione all’interno delle aziende, soprattutto Piccole e Medie nei piani di formazione lavoro (e conseguente assenza di figure di “tutor” aziendali a supporto di scolaresche o di stagisti), esclude completamente la possibilità di offrire concretamente agli studenti gli strumenti e le conoscenze adeguate per poter decidere una volta terminato il percorso scolastico, che direzione prendere.

Il Piano Calenda, e i profili per l’Industria 4.0

Altro tema rilevato dalla ricerca è la richiesta di profili adeguati alle trasformazioni dell’Industria 4.0. Quali sono e dove sono questi profili? Si parla di Data Scientist, di ingegneri meccatronici e di project manager da dedicare alla robotica. Ma siamo certi che le aziende oggi siano in grado di gestire, coordinare o anche solo semplicemente affidare qualche progetto a questi professionisti?

L’indice di automazione dell’industria italiana è al di sotto di ogni immaginazione; Toyota, Bosch e Comau che sono fra le aziende più all’avanguardia nel nostro Paese in tema di robotica e automazione hanno iniziato a studiare e a realizzare più di 20 anni fa i primi sistemi che li portano oggi ad essere punti di riferimento sulle dinamiche dell’industria 4.0 e nonostante questo ci dicono che il processo potrà considerarsi terminato “non prima del 2026” (SATOSHI KUROIWA, uno dei massimi esperti giapponesi di Toyota sul tema Smart Manufacturing, oggi consulente Bosch in un recente intervento a novembre all’Università di Padova).

Dove i nostri imprenditori di Piccole e Medie Aziende hanno affinato la loro cultura sull’industria 4.0 tanto da poter dichiarare di non riuscire a trovare le giuste competenze?

Non stiamo rischiando di generare sotto l’etichetta di “Industria 4.0” lo stesso flop culturale (e di conseguenza imprenditoriale) che abbiamo visto con le startup all’italiana?

E infine, non dimentichiamo gli aspetti retributivi.

Approfittare di situazioni di difficoltà per assumere professionisti a costi dimezzati rispetto al loro valore significa puntare su una bomba ad orologeria. Non c’è peggior investimento che puntare su un collaboratore disaffezionato che ci ha scelti solo per necessità. Quella Persona alla prima occasione utile lascerà l’azienda senza aver restituito alcun valore sostanziale.

La selezione del personale è un investimento alla pari in cui entrambe le parti devono dare e ricevere con equilibrio.

Aggiornamento del 13/9/2017

Evidentemente, dichiarare che si stanno cercando figure professionali senza riuscire a trovarle e che i giovani vanno ai colloqui di lavoro rilasciando dichiarazioni da dementi schizofrenici (tipo: “la sera faccio tardi in discoteca”) sta diventando una moda.

Qualche esperto della comunicazione deve aver fatto girare voce fra gli imprenditori che, se si rilascia una dichiarazione di questo genere, ci si riesce a fare pubblicità a costo zero.

E così, l’ultimo imprenditore illuminato di una lunga sfilza di strateghi del marketing e della comunicazione sembra essere il Gran Capo dei Giovani Industriali di Confapi veneto, il quale dichiara a “Leggo”, nota rivista specializzata in economia strategica e modelli di finanza evoluta, che ben 1200 aziende del suo territorio non trovano giovani specializzati disposti a lavorare.

In pratica, se queste aziende trovassero domattina tutti i giovani richiesti, basterebbe il Veneto per risolvere la metà del problema occupazionale del Paese.

AGGIORNAMENTO DEL 27/10/2017

A quanto pare la pratica di lamentarsi con i giornali che “i giovani non vogliono lavorare”, sembra una strategia di marketing perfettamente funzionante. Negli ultimi due mesi aumenta questo genere di lamentela e i conseguenti articoletti sui quotidiani.

Questa settimana è la volta del Panificio Pattini di Milano, che in vista del Natale, ha ben pensato di adottare il “sistema mi lamento” per risparmiare qualche soldo in pubblicità ed evitare di investire in selezione del personale.

Complimenti a Repubblica che ha abboccato al volo e l’Inkiesta con la “k” per aver ribattuto la golosissima notizia.

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