Capitolo uno. “ Le aspettative dell’odio”

Perché scrivo mi chiedono?
Di certo vi aspettate una risposta del cazzo, banale, un epitaffio memorabile e canoro del tipo <<Scrivo per me stesso. Perché mi fa star bene, mi rende libero!>>
Stronzate, frasi fatte, parole di ristoro per esseri scaduti impantanati in sogni statici, poco epici.
Io scrivo per voi, lettori attenti e complici, perché vi odio, e reciprocamente voi odiate me. Così butto giù un paio di parole, e se questo incrementerà la vostra refrattarietà nei miei confronti continuerò all’infinito. E’ solo una questione di sentimenti, di carattere, di incompatibilità, di possibilità.
Sono un ammasso di carne e odio, io. E’ giusto che lo sappiate, com’è giusto che abbiate un quadro sostanziale e introduttivo della mia persona, prima di incatenarvi morbosamente a queste pagine rischiando di restare felicemente delusi o tristemente collusi.
Alcuni lineamenti patetici, tutta via splendidi, del mio contraddittorio bruciare l’esistenza? Buona sorte curiosoni.
Amo la solitudine perché odio febbrilmente restare solo. Il silenzio mi inquieta, per questo non posso farne a meno. Restare chiuso per ore in un cesso a raccontarmi è talmente doloroso da rendersi fondamentale e funzionale alla buona scrittura.
Di certo non mi fregio di copiose e leggendarie doti poetiche, detesto essere poetico perché amo irreversibilmente la poesia. Quella lineare, schietta, bastarda.
Ucciderei i più grandi scrittori del nostro secolo, e anche di quello prima, perché mi hanno fottuto idee geniali che adesso sono solo concetti ripetitivi. Usandoli venderei, di certo, ma poi? Vomiterei falsità ogni notte, rimpiangendo l’originalità.
Odio le pagine ancora bianche, perché mi costringono a pensare, ad esprimermi. La loro pochezza, la loro nudità mi eccita, stimolando eiaculazioni precoci, spesso fallimentari.
Odio la comunicazione, vista la sua collaudata dote nel non comunicare un cazzo.
Odio i nati negli anni sessanta perché hanno ucciso il rock ’n’ roll!
Odio le candele, perché sminuiscono il buio. Mi chiedo spesso perché l’uomo abbia la costante necessità di vedere.
Il peggiore dei mali? La sobrietà! Ci permette di compiere azioni ponderate, di non illuderci. Annienta inoltre la socializzazione con i suoi inutili preconcetti.
Odio la coerenza a causa della sua proverbiale ambiguità. In fondo, un uomo che cambia continuamente idea, cos’è se non un essere estremamente coerente? Quindi fate attenzione miei prodi, perché domani potrei anche amarvi spropositatamente…sarebbe un bel guaio, lo so.
Odio l’intelligenza perché mi permette di comprendere e quantificare i problemi, ma raramente fa il passo successivo, ovvero, trovare le soluzioni. Poi mi ricordo che solitamente non ne esistono. Tranquilli!
Odio la notte perché nella sua autenticità e schematizzazione dovrei dormire, ma io odio dormire. Ok, non è che odio dormire, ma non ho mai sonno e se sbadiglio e solo per fame. Ricordatelo.
Odio la vergogna, è non solo per la sua stupida tendenza ad alterare la pigmentazione della pelle, ma principalmente perché può uccidere i poveri cristo, e lusingare i vermi.
Odio il confronto. Se un coglione tenta di prendermi per il culo me ne rendo subito conto, ma paziente lo lascio fare. Tanto le sue parole non scalfiranno minimamente le mie opinioni, ma viceversa le mie opinioni frantumerebbero le sue parole. E allora perché farvi astuti, o competitivi? Meglio continuare a sapervi stupidi e giocare.
Odio i buoni perché vincono anche quando perdono. Non comprendono che la vita necessita improrogabilmente dei perdenti per creare dei precedenti incontestabili.
Odio gli uomini liberi perché schiavi della libertà, quindi bugiardi.
Odio i preservativi perché limitano i rischi, e odio i rischi perché impongono le precauzioni. Ah, la vita è un topo che si morde la coda.
Odio gli orologi da polso, la loro saccenza mi indigna, silenziosi e imprecisi, non perdono occasione per ricordarti quanto sei in ritardo.
Odio le discoteche, i loro incessanti ritmi in quattro quarti, le facce dei sedicenni che sculettano per la sala colma di luci irregolari, bombardate da sorrisi insensati, magari con in mano una schifezza colorata e dolce che li rende pressoché ebbri, e nel caso dei maschi, virili quanto la gonna al vento di Marlyn Monroe.
Odio le certezze perché non c’è nulla più autentico di un dubbio. E’ nell’indecisione che l’uomo ripone la sua coscienza d’essere superiore.
Odio i film porno perché creano falsi miti, false aspettative, falsi criteri di godibilità e capacità sessuale.
Odio la pazienza, la più nobile delle falsità. La continua corsa alla calma che ogni situazione ci impone mi stressa, mi agita.
Odio la splendida creatura che mi fissa seduta a pochi metri da me. Alta, riccia, con un seno da museo, e gambe da mordere. Io la fisso, lei lo sa, lo nota, se ne compiace. Poi mi alzo, vado in bagno, attendo cinque minuti, fumo una sigaretta, ma nulla accade. Torno al mio tavolo e lei ricomincia.
Lo sguardo è importante, ma che senso ha se non mi segui nel cesso? Dov’è l’audacia? Dov’è la grazia dell’eccesso?
Odio il dolce far nulla, perché riempie le mie giornate di irruenti attacchi di panico misti a sarcastiche analisi interiori. Preferirei scatenare una guerra piuttosto che grattarmi le palle steso su un divano di pelle marrone scuro.
Odio l’ordine perché mette a dura prova la memoria.
Odio imparare, essere culturalmente superiore, dato che le occasioni di confronto eclettico tendono ad estinguersi sempre più.
Odio i romantici. Sono prevedibili e scontati, le loro idee si consumano mentre sfilano dolcemente le mutande delle proprie amanti distogliendo lo sguardo per non essere invasivi.
Odio le vagine depilate perché danno alla mia lingua l’impressione di un abuso minorile.
Odio febbrilmente sinonimi come “glutei”, o “fondoschiena”. Culo è una parola importate, elegante, storica, sensuale e per certi aspetti divina.
Odio i tragitti brevi perché poveri di soste.
Odio la speranza perché ambire sempre a qualcosa di migliore, di diverso, aliena in noi la semplicità del vivere.
Odio la grammatica perché sminuisce i contenuti, e tra l’altro scrivo di merda.
Questa è una sinopia strettamente precisa di chi vi scrive, e da tempo, solca la strada impervia e infinita del capolavoro.
Quindi, se vi aspettate inconcludenti e patetiche sviolinate su quanto sia necessario l’amore, sulla caducità della vita o su quanto sia poetico il color oro di un campo di grano agli inizi di Giugno chiudete questa mia fatica e tornate sereni a raccattare emozioni provvisorie.
Qui si contempla la realtà in quanto unico punto fermo e certo dei nostri progetti, dei nostri successi e dei nostri insuccessi. Scrivo con la sola intenzione d’essere frainteso, sperando che il vostro pensiero diventi una punizione autoinflitta che annoveri la mia persona come unico artefice.
Per questa volta mettiamoci sullo stesso piano, io non mi aspetto nulla da voi, tentate di fare altrettanto.
Che poi non pretendere nulla implica di per se una pretesa, quindi…fate un po’come cazzo vi pare!

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