Alcune considerazioni sulle 50 personalità LGBT che ho scelto su Wired

Su Wired Italia è uscita oggi una gallery in cui ho elencato 50 personalità LGBT fra le più influenti al mondo. Influenti nel senso che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato negli ultimi anni il modo in cui la comunità LGBT è percepita o rappresentata nei livelli più svariati.

Ovviamente non è stato semplice, anche perché le gallery sono questo: una semplificazione giornalistica che coniuga forzatamente contenuto e funzionalità del formato. Ci son voluti molti equilibri e molte valutazioni, cose che son venute d’istinto e altre inserite per political correctness, una political correctness diciamo “positiva”. In una comunità spesso e volentieri gay-centrica (nel senso che gli omosessuali maschi si portano via la maggior parte della visibilità), era doveroso inserire più donne possibile. Inoltre bisognava rappresentare nel modo più ampio possibile tutti i colori della bandiera arcobaleno: trans, bisessuali, genderqueer ecc.

Non è stato facile perché 50 slot sono fondamentale pochi e qualche escluso “eccellente” in ogni caso c’è stato. Anche perché bisognava rappresentare tutti gli universi (dalla politica alla letteratura, dal cinema allo showbiz più generico ecc.) e soprattutto bisognava rappresentare “tutto” il mondo. Fra gli altri rischi della rappresentazione LGBT c’è quello di essere troppo legato agli Stati Uniti, o comunque al mondo anglosassone: perché lì in questi anni si sono fatti i passi in avanti più evidenti, perché la veicolazione mediatica di queste tematiche è più matura e diffusa, perché gran parte dei role model di cui si parla vengono da là.

Quando si parla di tematiche come la diversità, il criterio fondamentale è quello dell’inclusione.

Ma c’era da dare comunque un riconoscimento anche al mondo LGBT italiano, cosa necessaria in un momento politico come quello che stiamo affrontando in questo momento. E qui la scelta si è fatta estremamente dura. Anche confrontandomi con amici che mi hanno supportato con le loro proposte nella redazione della lista, è emerso un fatto piuttosto inequivocabile: la visibilità e la rappresentazione della comunità LGBT italiana è latitante, lacunosa, sommaria. Ci sono poche personalità riconoscibili e significative, altri personaggi contestati dalla stessa comunità (Scalfarotto, ad esempio, pur essendo in prima linea da anni è molto criticato per la sua “morbidezza” all’interno del PD), un mondo arcaico e frammentato e spesso autolesionista delle varie associazioni, un sottobosco di personaggi “impresentabili” (nel senso che spesso negano la propria identità pur convertendola in macchietta televisiva plateale o, all’opposto, che si trincerano in un riserbo stolido ammantato di privacy).

Il confronto con l’establishment e i media americani è tutto sommato desolante, e forse questo spiega anche la fatica di ottenere anche noi certi avanzamenti legislativi che altrove sono ormai consolidati. Dalla lista emerge però anche un dato significativo: l’emergere, cioè, di personalità nuove che stanno dando colpi significativi al piattume della società civile italiana. Penso in particolare a Francesca Vecchioni, fondatrice di Diversity Lab e organizzatrice dei prossimi Diversity Media Awards, e Carlo Gabardini, portavoce istrionico ed efficacissimo delle istanze gay.

Una mancanza colpevole è l’assenza di coloro che si battono per l’uguaglianza e per i diritti LGBT in Africa, Asia e Sudamerica.

Una limitazione che è un vero rammarico è quello che i rappresentanti LGBT elencati appartengono praticamente tutti al mondo occidentale. A parte italiani, americani, inglesi, francesi, belgi, islandesi, australiani, i casi più “esotici” sono l’attivista russo Nicolai Alexeyev (forse la figura più importante di tutta la lista) e la parlamentare polacca Anna Grodska. Manca tutto il resto del pianeta, ovvero tutti coloro che si battono per l’uguaglianza e per i diritti LGBT in Africa, Asia e Sudamerica. La loro mancanza è dovuta a una loro minore esposizione mediatica, nondimeno colpevole: è una mancanza di tutti noi (e mia in particolare, in questo contesto) a cui in qualche modo spero porremo rimedio.

https://twitter.com/p_arm/status/695526528847912960

Tutte queste considerazioni, che possono venire come una excusatio non petita, mi sembravano necessarie perché in questi casi è facilissimo scatenare la polemica: “perché questo e non quello?” “Lui o lei hanno fatto più di questo o quest’altra”, “Facile mettere solo attori americani” ecc. Le critiche in questi casi sono ovviamente legittime (e ben vengano), ma volevo chiarire il fatto che il criterio fondamentale è stato quello dell’inclusione. Chiunque parli di temi come la “diversità” è messo di fronte a una sfida particolarmente insidiosa: quella di abbandonare il proprio punto di vista (quel punto di vista cioè che ti fa selezionare le notizie e modellare il mondo in base a come sei fatto tu), per inglobare punti di vista altri. Non è sempre facile, ma lo si deve fare. Io ci ho provato e in qualche modo so di non essere stato totalmente inclusivo. È un lungo percorso, per tutti noi.