Pieter Bruegel il Vecchio — Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559 ca)

UNO

Quando si resero conto delle loro miserie, della trappola in cui si erano cacciati; quando aprirono gli occhi sul male che li circondava e capirono che non c’è bene che non si conquisti con la guerra e non c’è guerra che si procuri soltanto con le armi; quando videro morire i propri figli senza darsene ragione o quando uno a uno caddero come mosche, avvelenati dai loro stessi miasmi; quando la sera, giunti a casa delusi, dovettero asciugare le lacrime dei loro figli sopraffatti dalla fame; quando la natura e l’intero firmamento gli parvero improvvisamente superflui e insignificanti; quando insopportabile divenne quell’oscuro tormento che senza motivo si aggrappa allo stomaco e fa desiderare il fondo del crepaccio, la corda al collo o il veleno nel bicchiere; quando catastrofi e calamità piovvero sulle loro modeste case costruite con la stanca forza delle reni; quando anche l’ultima Sodoma fu distrutta e Gomorra diventò cenere fumante mentre il figlio dell’adàm già mille volte aveva supplicato in ginocchio di lasciarlo in vita; quando mendicarono il pane, e ammazzarono il prossimo, e fregarono il fratello, stuprarono la sorella, vendettero i propri figli, prostituirono le loro mogli, e si vendicarono perché nessuno li aveva vendicati, e offesero e umiliarono per non essere offesi e umiliati; quando non ebbero che un respiro da esalare prima della morte e della morte ebbero terrore perché in vita non seppero avere coraggio; quando accadde tutto questo e altro ancora che non ho la sfrontatezza di riferire, io li ho visti gemere sofferenti e ho udito i loro rantoli, i lamenti e le strazianti grida di dolore.

Fu allora che essi presero a urlare e a ingiuriare contro di me. Mi hanno insultato, maledetto, vituperato, imprecato e, vinti dal dolore, hanno commesso azioni vili e scellerate. Mi hanno dato un nome. Hanno osato paragonarmi a se stessi mettendomi sul medesimo piano delle loro miserabili esistenze. Mi hanno dato un nome per essere certi di poterlo bestemmiare, un nome che ho minacciato di punire, sul quale ho posto il sigillo dell’irripetibilità e che ho vietato di pronunciare. Ma del mio nome sacrilego si sono riempiti la gola facendolo sgorgare come fonte da labbra contratte e nervose, da narici allargate dal furore, dal petto gonfio e rabbioso. Lo hanno scolpito nella pietra come il comandamento che è diventata la loro Legge. La loro lingua corrotta lo ha sbattuto migliaia di volte contro il palato finché la disperazione non ha avuto un solo fiato e un solo suono: UNO.

Mi hanno chiamato UNO come se appartenessi alla loro specie, come se fossi uno di loro. Questa razza disgraziata venuta su da uno sputo ha avuto la presunzione di misurarsi con me. Portatemi rispetto, invece, straccioni! Riprendete a offrirmi i vostri sacrifici, fate che anche a me giunga costante l’intenso profumo dei vostri olocausti. Io non sono il paragone né la risposta, io sono la misura, la domanda, i tre lati del triangolo, l’assoluto, il concetto primo, il principio di ragione sufficiente. Io ho natura divina e alle divinità non si addicono nomi. Tutti gli altri dèi ne ebbero uno e questo non gli portò bene. Prima ancora che si accorgessero di averlo, perirono sotto il suo peso insostenibile, una vergogna che esseri indecenti come voi infelicemente gli attaccarono addosso. Morendo essi lasciarono il posto a me che sono venuto ad assistere alla condanna del vostro abominio.

Io ho fottuto le vostre mogli, ingravidato le vostre madri, sodomizzato con piacere i vostri padri per rendere cieco quell’unico occhio che guardava dal loro buco del culo. Ho spruzzato abbondanti fiotti del mio seme nelle piccole vagine delle vostre vergini perché capissero da subito qual è il rischio che si corre a essere venute al mondo. Vi ho sputato in faccia perché tutti vi assomigliaste e ognuno di voi desse la colpa all’altro per la saliva ricevuta sul volto.

A voi ho concesso la sicura illusione di darvi dei nomi e di darli alle cose, mentre per me ho tenuto la parte più consistente di verità, quella conoscenza del mistero che si nasconde nello spazio infinito che corre tra il nome di una cosa e la cosa stessa; tra il nome di un colore e la luce che lo genera. Io soltanto so leggere il rovescio di quell’articolato insieme di suoni che voi chiamate nome e dell’esistenza divina che esso tragicamente ricopre. Io sono in possesso del segreto della nuda esistenza del creato, di quello che siete e della reale distanza che ci separa.

Voi mi cercate ovunque, accattoni, e mai dove potreste trovarmi. Io schivo i vostri occhi miopi e mi riparo dietro la cortina dei nomi che voi per stupidità date alle cose senza nemmeno accorgervi o sapere che non c’è alcuna distinzione tra i nomi e le cose. I nomi stessi sono le cose, sebbene irraggiungibili. Un mio intraprendente antenato cominciò l’opera prima di voi, è vero, e con solennità chiamò nomi per ogni creatura del nefasto mondo che stava costruendo. Altre più dignitose azioni avrebbe potuto fare quell’essere miserabile, ma preferì trascorrere il tempo a nominare e a soffiare nèfesh, spirito divino, in amalgami ripugnanti e inconsistenti per farvi uomini. E voi, pezzenti, come lo ripagaste? Cosa gli deste in cambio, quale dono gli offriste? Un nome! Non sapete fare altro, non avete idea di nulla e al meglio delle vostre facoltà, coniate nomi per ogni genere di cose. Per voi non provo più nemmeno pena, io che non ho avuto una madre in piedi ai bordi della culla, e non ho ricordi di un padre sudato, stanco, ubriaco o violento, e neppure di giochi infantili nell’estivo, chiassoso cortile di casa. Provo orrore a vedervi come siete, con le vostre pance flaccide e pesanti, con quei solchi di carne lungo il volto che voi avete chiamato rughe o con l’argentata canizie tra i capelli cui avete dato il nome di vecchiaia.

Ammaliati dal fascino dei vostri corpi sfatti, vi siete resi schiavi del desiderio. Rapiti dalla seduzione e dal ferino richiamo del sesso, vi accoppiate come animali generando figli che nascono già morti. Copulate nelle vostre fetide alcove come topi nelle tane chiamando amore qualcosa di cui non sapete un cazzo di niente. La vostra presunta smania di conoscenza non vi ha ancora reso capaci di distinguere il bene dal male eppure avete edificato tribunali in cui partorite la vanità del giudizio richiamandovi a qualcosa di astratto cui avete dato il nome di giustizia. Ma soltanto quelli che avete chiamato artisti — i migliori di voi –, quelli che con coraggio si sono allontanati dal mondo e che in silenzio e solitudine hanno creato meraviglie, oggetti nuovi che non assomigliano a niente, possono capirmi. Il mistero dei loro gesti è rimasto incomprensibile a tutti, e a quella celeste incoscienza che hanno chiamato arte, si è finalmente dato l’unico nome possibile, l’unico nome appropriato.

Adesso so che avete trovato conforto nei numeri e con il calcolo provate a conquistare fiducia in voi stessi. Ma a vostre spese avete appreso che la matematica non ha braccia larghe e non dona strette affettuose. E vi siete resi ridicoli quasi quanto quell’acuto greco che aveva in orrore il proprio corpo e provò a moltiplicarmi in trascendenze che chiamò ipostasi; oppure come quell’altro, il reietto di Amsterdam che volle calcolarmi e misurarmi come lo scolaro con un problema di geometria semplicemente per giustificare la sua smisurata e presuntuosa Ethica. Sì, l’etica. Ma cosa ve ne fate di un’etica se io me ne frego di assistervi e se nemmeno vi considero? Quale conforto potete trarre da essa se per capriccio o per noia vi faccio mancare il sostegno su cui per secoli vi siete illusi di reggervi e di costruirne una? Mettetevela nel culo, la vostra etica del cazzo. Io non permetto che mi si riduca in cifre, non mi lascio afferrare in nessun modo e ho imparato a evitare con destrezza qualsiasi vostra lusinga.

Mi avete attribuito la creazione del mondo, della terra su cui posate il vostro piede malfermo, della natura che adesso disprezzate con tutte le vostre forze, dell’uomo che con sdegno rinnegate. Eppure io non ne so nulla, non ne sono io l’artefice. Non ho mosso un solo dito per voi e non so come farvelo capire, quali segni lasciarvi interpretare. Non ho le prove, certo, ma sono innocente e vi impongo di credermi. Ecco, se proprio volete credere in qualcosa, credete almeno alla mia cazzuta e strafottente innocenza. Io sono un falso demiurgo, un indolente, un apatico, un imbroglione, un ruffiano crapulone. Non ho il potere né la forza di affrontare complicate situazioni come queste storie del mondo, della natura, dell’uomo e via dicendo. Se ho abusato di ciò che avete di più caro, l’ho fatto soltanto per allontanare da me l’asfissiante sensazione della noia e per il perverso piacere della contraddizione. Ma con il nome che mi avete dato, voi avete fatto molto di più: mi avete condannato a esistere consegnandomi a una clandestina e immeritata eternità. Mi avete reso esistente per sottrarvi alle vostre sciagurate responsabilità. Quando siete in difficoltà o quando tutto va a puttane, aprite bocca a caso e mi tirate in ballo. «È di UNO, la colpa», dite per pulirvi la coscienza. Ma io non ho colpe e spero che un giorno lo capirete, altrimenti posso soltanto augurarvi di incontrare qualcuno che ve la faccia pagare, luride canaglie. Se dovete prendervela con qualcuno, indirizzate altrove i vostri sguardi e le bestemmie. Poi fatela finita.

Tuttavia c’è qualcosa di sensato nell’imponderabile crimine che avete commesso e al quale spero presto venga resa giustizia. Di quest’unica cosa vi sono grato: UNO è solo, identico a se stesso e non ha moltiplicazioni.

Ma adesso crepate tutti e lasciatemi in pace. Figli di puttana.

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[Il brano fa parte della raccolta intitolata “UNDICI”]

© 2016 Vincenzo LIGUORI