Basilica di San Giovanni, Roma (foto di Paola Rocco)

Chicchi di riso, erbe magiche e fiori di corniolo: le tradizioni della notte di San Giovanni

La festa di San Giovanni, molto vicina al solstizio d’estate, è stata per secoli al centro di pratiche magiche e superstiziose. In origine, nella tradizione germanica, il 24 giugno coincideva appunto col solstizio d’estate: era un giorno importante perché dedicato alla raccolta delle erbe medicinali, come il cumino e l’arnica, e perché si riteneva che i desideri espressi in questo giorno venissero esauditi. In particolare, avrebbe visto realizzarsi ogni sua aspirazione chi nella notte di San Giovanni avesse portato addosso un granato. Stesso risultato si otteneva appendendo alla finestra i fiori d’un cespuglio di corniolo vecchio di sette anni.

Scope di saggina e chicchi di riso per tener lontane le streghe

Secondo la leggenda, per recarsi al sabba infernale le fattucchiere si danno convegno in volo a Roma, sui tetti del quartiere di san Giovanni e sopra la basilica (nella notte di Valpurga, tra il 30 aprile e il primo maggio, e appunto in quella del 24 giugno).

La credenza era così radicata tra i romani che fino al secolo scorso non pochi di quelli che abitavano nelle vicinanze erano soliti incastrar setacci nella cappa del camino, per evitare che qualche strega scesa a riposare tra le tegole cedesse alla tentazione di dare un’occhiata in casa scendendo attraverso la canna fumaria (o, almeno, nella speranza che restasse bloccata una volta scesa).

Sempre con l’obiettivo di stornare dalla propria abitazione l’attenzione delle streghe, molto diffusa era anche l’abitudine di appoggiare una scopa di saggina col manico all’ingiù all’esterno della porta. Si diceva, infatti, che nessuna creatura maligna potesse varcare la soglia senza prima aver contato tutti i fili che componevano la scopa, e siccome si trattava di un’operazione abbastanza lunga e all’alba le fattucchiere erano costrette ad andarsene, lasciando una ramazza fuori dalla porta nella notte a rischio si avevano buone probabilità di salvarsi dall’incursione.

Per lo stesso motivo molti lasciavano una ciotola di riso o di sale sui gradini, in modo che nessun essere stregato potesse entrare in casa prima di aver contato tutti i chicchi. Si era al sicuro anche tenendo in tasca una manciata di sale o un po’ di camomilla o, ancora, degli amuleti fatti di legno di tiglio: i tigli, infatti, erano ritenuti molto efficaci contro le streghe, ragion per cui spesso se ne piantava una siepe a protezione della casa o se ne appendevano all’interno alcuni rami.

Utile era anche infilarsi calze e camicia a rovescio (ancora oggi si dice che porta fortuna, se capita di farlo distrattamente) o indossare calze e scarpe spaiate.

Le erbe magiche

L’artemisia, la margherita, l’iperico, l’arnica: erano queste le cosiddette erbe di San Giovanni. Raccolte il 24 giugno e messe a seccare, proteggevano dai malefici di streghe e demoni nonché da incantesimi d’amore ed esaurimenti nervosi. C’era poi l’erba di San Giovanni propriamente detta, che preservava dalla stanchezza i viaggiatori che ne avessero infilato un rametto dentro le scarpe (stessa funzione svolgeva un ciuffo di ginepro messo sul cappello). I mirtilli raccolti il 24 giugno guarivano la febbre, il cumino proteggeva dalle stregonerie. Sempre il cumino era ritenuto anche un rivelatore di streghe: si diceva infatti che le fattucchiere non riuscissero a inghiottire il pane insaporito col suo aroma o con quello del coriandolo.

I falò della buona salute e la rugiada della bellezza

Caratteristici della festa di San Giovanni erano i falò che si accendevano la sera del 24 oppure la vigilia: chi fosse riuscito a saltare oltre il fuoco con un sol balzo avrebbe avuto buona salute per tutto l’anno. Fissare i falò di San Giovanni era anche considerato un efficace rimedio per la debolezza d’occhi, specialmente se li si osservava attraverso una pianta di speronella o delle ghirlande di fiori, mentre un’altra tradizione voleva che facendo il bagno nella rugiada la notte del 24 si diventasse più belli.

Mascherone, lungotevere Prati, Roma (foto di Paola Rocco)
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