Quella seconda casa chiamata «posto di lavoro»

C’è un aspetto del lavoro, dell’essere dipendente, i legato con il cartellino in mano che mi ha sempre incuriosito. Quando incominciai a lavorare ero inesperto su tutto quanto riguarda l’approccio al mondo del lavoro, alla vita quotidiana in azienda, alla relazione con superiori e colleghi. Sono cose che non si imparano a scuola e solo la pratica può insegnare.

Ogni giorno, il lavoro lo vivevo come un compito da svolgere (non è, sostanzialmente, così?), proprio come si faceva a scuola o con le esercitazioni e gli esami all’Università. Con il passare del tempo, accumulando esperienza, il comportamento è cambiato, senza rendersi conto, come un vestito che ti cala addosso sempre più comodo. Non era più solo la mia scrivania, la mia postazione in laboratorio. Si incomincia portando un porta matite, una foto, una qualunque cosa da casa che pensiamo possa servire al lavoro… che rimane lì a far parte dell’arredamento. Cominci a capire perché, soprattutto donne, incominciano a viaggiare con borse sempre più ampie, sempre piene di chissà cosa.

Inevitabilmente, dopo 9–10 ore chiuso in quell’ambiente, tutto diventa la tua seconda casa. Riempi i cassetti della scrivania di snack, cracker e frutta per gli spuntini e le merende del mattino e del pomeriggio, di tisane o bustine per il the. Oppure metti le bollette da pagare in Posta in pausa o quando esci. Compaiono vasetti di mini piante grasse, si accumulano biglietti d’auguri, cartoline ai vetri delle finestre o sulle pareti. Pile di libri che ti hanno prestato o finalmente reso. È così via, gadgets e cianfrusaglie popolano il tuo spazio, in funzione del sesso e degli stili di vita. Quell'ordine (o disordine) riflette la tua personalità.

Arrivi poi ad un punto che vorresti fare quasi un trasloco, pensi che sia giunto il momento di dare una nuova mano di colore alle pareti… ti senti davvero come a casa, la tua seconda casa, per la gioia e lo sconforto dei tuoi colleghi vicini.

Paolo M. Micheli Paolo M. Micheli