La rivoluzione dei Cinghiali (parte prima)

Difficile dire con precisione se e quando i cinghiali fossero comparsi a Pulate: ci sono diverse versioni, tutte accadute o millantate al parco3, il parco agricolo condiviso tra Pulate e altri 2 comuni confinanti con all’interno campi di pannocchie, aziendine agricole o di allevamento a gestione familiare e un paio di impianti sportivi. Fu sorprendente che gli avvenimenti che andiamo a raccontare cascarono tutti nella prima settimana di ottobre, quella di apertura della caccia.

La prima versione è della signora Nicol, un’amabile mamma poco più che quarantenne: ogni mattina Nicol pratica nordic walking al parco3; il sentiero sterrato parte dall’estremo sud del parco e taglia in due i campi di pannocchie per arrivare a un castagneto e proseguire, sempre tra le pannocchie e in direzione nord, fino alla strada provinciale che delimita il parco, all’altezza di una cappella del ‘700. Quel lunedì Nicol, appena iniziato a camminare, sentì uno strano fruscio a margine dello sterrato: movimenti nel granturco la fecero temere di essere seguita. “Chi è?!” — chiese senza risposta. Ripetè la domanda altre 2 volte e quando si capì che non si sarebbe mossa di lì senza aver chiaro cosa succedeva, una voce strozzata sibilò “Un cinghialeee” e un rotolino di carta igienica ruzzolò dalle pannocchie fino allo sterrato; e la camminata della mammina divenne corsa. Divertita, ma corsa.

La seconda versione è invece di Giacomo Bulli, nevrotico allevatore di cani senza guinzaglio (“i miei cani non fanno niente”) in una delle piccole aziende all’interno del parco3: esasperati dal carattere del padrone, due bracchi di media taglia (Tom e Jerry, sempre loro) un giorno lo aggredirono mentre questi, completamente sbronzo, stava tirando loro delle pietre perchè giravano privi di guinzaglio (…); ospedalizzato a seguito dei morsi e delle unghiate, il Bulli aveva dichiarato al carabiniere di turno in pronto soccorso che erano stati due cinghiali. Quando l’agente gli fece notare che mai se n’erano visti al parco3, il Bulli ebbe uno scatto d’ira e bestemmie che lo portò di nuovo allo svenimento, e l’episodio fu archiviato come aggressione da parte di ignoti. Era martedì di quella interessante settimana.

L’ultima versione, però, è senza dubbio quella che ebbe maggior seguito nei giorni successivi, protagonista suo malgrado la locale comunità musulmana. Quell’anno, l’apertura della caccia coincideva con quella di chiusura del Ramadan, e i musulmani residenti nei comuni del parco3 si davano appuntamento la sera per pregare in un campo a maggese al limite sud del parco, a una cinquantina di metri dallo stadio del calcio (uno dei due impianti sportivi dentro al parco); avevano anche montato una piccola tettoia con tubi e teloni, vista la stagione piovosa: restavano lì un’oretta a pregare, parcheggiavano negli appositi spazi asfaltati, finita la preghiera mangiavano dei dolcetti al miele o alle mandorle preparati a casa, ripulivano il prato e sgommavano. Il giovedì sera, il segretario locale della Lega Nord Pietro Boldi decise di irrompere nel prato durante la preghiera per protestare contro l’evento a suo dire illegale: si vociferava infatti che un legaccio della tettoia non fosse a norma, in quanto di materiale sintetico e non metallico, e tanto bastò per scatenare l’ira popolare di chi non tollerava l’islam a Pulate. Boldi fece irruzione indossando un’enorme testa di cinghiale, già utilizzata per un festino in una villa del settecento qualche settimana prima. Ne seguì un colossale parapiglia: alcune donne iniziarono a urlare oscillando la lingua (sembrava di essere nel film “Lawrence d’Arabia”, quando Peter O’Toole e Omar Sharif partono per attraversare il deserto); altre gli tirarono caraffe di tè alla menta; qualcuno scambiò Boldi per un cinghiale vero e provò ad ammansirlo offrendogli dei dolcetti al miele e cannella. Il rumore che ne seguì attirò altra gente: un cacciatore aveva deciso di passare la notte nel roccolo 100m a nord per impallinare le folaghe alle prime luci dell’alba; svegliato dalle urla, vide da lontano la testa del cinghiale, non resistette alla tentazione di sparare una fucilata e centrò Boldi alle chiappe. Portato al pronto soccorso da un paio di musulmani —dispensati all’uopo dalla preghiera di quella sera con apposito rito — l’uomo-cinghiale se la cavò con un paio di punti per chiappa e mezzo chilo di garze a rattoppargli il sedere. Lo medicarono prono sul lettino e con ancora addosso la maschera da cinghiale: fu così fesso da raccontare l’accaduto ai medici e questi risero talmente che ne dovettero cambiare tre, dopo che i primi due avevano rischiato la crisi respiratoria e continuavano a rotolarsi sul pavimento della sala medicazioni. Il carabiniere di turno era lo stesso che aveva raccolto la denuncia di Bulli due sere prima, e vedendo la testa di cinghiale accusò subito Boldi di avere aggredito Bulli, lo caricò disteso bocconi sul sedile posteriore della campagnola d’ordinanza e lo mostrò al maresciallo Parodi come un trofeo di caccia. Il maresciallo rilasciò Boldi, requisì la testa di cinghiale e rifilò una settimana di consegna al sottoposto.

Ora, i tre episodi raccontati si potevano tutti ricondurre a spiacevoli e dolorosi malintesi. Ma qui siamo a Pulate, mica scherzi. E così, voce dopo voce, post dopo post su Facebook, balla dopo balla la marea montò. E quando la settimana dopo il maresciallo arrivò in paese convocato dal sindaco, quello che vide non gli piacque per niente.