Ma perché le russe si fotografano così?

Abbiamo seguito dieci siberiane nei loro shooting amatoriali tra amiche

di Paolo Stefanini
con Artëm Miscenin

Katia Burlutskaia, 20 anni, studentessa

È passato ormai un anno e mezzo da quando ho deciso di lasciare Milano e di andare a vivere nel mezzo della Siberia. Ci si abitua a tutto. Ai 35 gradi sotto zero, a bere il cappuccino con la cannuccia, a mangiare la pizza con l’ananas… Eppure ci sono cose che continuano a stupirmi. Una più di tutte: come si fotografano le russe. Le loro pose.

Basta una passeggiata in un giorno festivo per imbattersi in infiniti backstage amatoriali: ragazze in genere bellissime sdraiate su una panchina con sguardi morbidi e allusivi; seminascoste dietro un fusto di betulla; scosciate al parco; con un’aureola di fiori freschi in testa mentre si dimenano su un’altalena; con un kalashnikov in mano; o mentre imitano il saluto alla folla della statua di Lenin…

Insomma, un po’ vamp e un po’ naïf. E anche se quegli scatti tra amiche nascono solo per essere pubblicati sulla pagina Facebook (più spesso, in realtà, sul suo omologo russo, Vkontakte), tutto è curato al dettaglio: scelta degli abiti, trucco e parrucco, e infine le pose, svariate, studiate, mai naturali: nel migliore dei casi come se ambissero a una patinata rivista di moda; nel peggiore, al calendario del gommista.

Tomsk è chiamata “l’Atene di Siberia”. Ma niente mare né Partenone in questa antica città di mezzo milione di abitanti (antica per gli standard locali, coi suoi oltre 410 anni di storia). Il soprannome le viene dall’alto numero di università (ben sei, più filiali e istituti) che attraggono studenti da tutta la Russia e da mezzo mondo. Per arrivare qui in treno da Mosca servono 55 ore e 9 minuti (i treni, però, da quando c’è Lui, arrivano in orario). Per orientarvi, cercate Novosibirsk sulla carta e andate con lo sguardo altri 300 chilometri a Nord.

Qui l’anno è così suddiviso: 7 mesi di neve, tre di fango, due di zanzare. Molto aggressive. Merito dei 53mila chilometri quadrati delle vicine paludi del Vasjugan, una distesa d’acqua marcia più grande della Svizzera. Ovviamente quando sboccia la breve parte calda dell’anno (curiosità: in Russia le stagioni iniziano il primo del mese e non il 21) le sessioni fotografiche si fanno più numerose.

Per i compleanni, un regalo molto gradito è una seduta d’un paio d’ore con un fotografo professionista, che fa fare il salto di qualità al book sui social network. Io ho deciso di rivolgermi a uno di questi professionisti: il fotografo di matrimoni Artëm Miscenin (sì, da queste parti ci si sposa ancora parecchio, e da giovani, e il giorno più fausto, con superstizione opposta a quella italica, è il venerdì) per il mio “Progetto”.

Aleksandra Attikova fotografa l’amica Aleksandra Novokhrestova in piazza Lenin. Entrambe sono studentesse e hanno 19 anni

Quello che di lì in poi si sarebbe chiamato pomposamente “il Progetto” è così riassumibile: io avrei scelto cinque ragazze in base ai loro profili Facebook o Vkontakte, e le avrei invitate a presentarsi con un’amica fotografante. Le avremmo seguite e Miscenin avrebbe raccontato per immagini il backstage, dando loro anche delle macchine fotografiche professionali e offrendo il successivo lavoro di postproduzione sugli scatti. Tutto pur di vedere come sceglievano le location, come si truccavano, quali pose preferivano…

Potreste obiettare che, comunque, questa osservazione partecipante inquina la veridicità della scena. E che, metodologicamente, meglio sarebbe stato raccogliere direttamente il materiale fotografico dai social network. Giusto, amici antropologi. Ma questo non mi avrebbe consentito di passare svariate ore in giro per la città in compagnia di dieci belle siberiane. E di provare a strapparne almeno una al mondo virtuale dei pixel di Vkontakte per portarla in quello reale della mia fredda vita nella taiga.

Al parco giochi

Per iniziare cercavo un tipo di ragazza con un approccio leggero alla vita; di quelle felici per il fatto stesso di essere state messe al mondo. Sì, lo so, era un po’ incasellarla, ma quando non riusciamo a capire l’esistente, cerchiamo almeno di catalogarlo. Dopo un lungo studio sui social network, nel ruolo di “amica protagonista” ho scelto Kristina Biriukova, 20 anni, studentessa di lingue (inglese e spagnolo) alla Tgu, l’Università Statale di Tomsk. “Amica fotografante” doveva essere la sua coetanea Diana. Ma era così adatta alla parte che, dopo aver spostato un paio di volte l’appuntamento a suo tornaconto, a un minuto esatto dall’inizio della sessione ha mandato un sms («mi sento maluccio») e ha staccato il telefono. Così abbiamo nominato sul campo “amica fotografante” Ira Markelova, 18 anni da poco compiuti, fresca di esame di Maturità e futura matricola di Economia sempre alla Tgu, con il sogno a idrocarburi di «diventare direttore di Gazprom».

Ira Markelova, 18 anni, fotografa Kristina Biriukova, 20, davanti alla ruota panoramica nel Parco cittadino di Tomsk

Se guardando queste prime foto avete provato un effetto déjà vu è perché le ruote panoramiche erano prodotte in serie ai tempi dell’Urss, e sicuramente ne avete vista una identica nelle foto post atomiche di Prypjat’, la città contaminata ed evacuata dopo l’incidente nucleare di Černobyl’. Altra sensazione di già visto ve lo darà probabilmente il Bruco Mela, orgoglio dell’esportazione dei giostrai italiani nel mondo, che fa bella mostra di sé sullo sfondo dell’Hotel Sputnik.

Il discorso che avrete sentito mille volte a proposito degli Usa (che nessuno lavora, mette su famiglia e muore dove è nato) vale anche per la Russia. Ira è piombata in Siberia al seguito dei genitori cinque anni fa, da Saransk, capitale della Repubblica dei Mordvini, dalle parti del Volga. Kristina si è trasferita a Tomsk da Šarypovo, nel territorio di Krasnojarsk. Una cittadina che fu ribattezzata Černenko nel 1985, per onorare in eterno il Segretario generale del Partito Comunista Konstantin Ustinovič Černenko. Ma l’eternità durò appena tre anni. Già nel 1988 tornarono al vecchio nome.

A Ira piace fotografare le amiche, ma per se stessa preferisce i selfie. Ha una cura maniacale per il suo profilo Instagram, dove posta scatti con abiti vintage. Segue le fashion blogger Sonya Esman e Kristina Bazan, vorrebbe provare un salto col paracadute e visitare Milano «capitale della Moda» (sospira), ma anche la Repubblica Ceca e la Germania. Per ora il suo contatto con l’Occidente si limita a una vacanza in Bulgaria.

Kristina voleva fare qualcosa di artistico; «o danza o teatro», ma la mamma l’ha riportata coi piedi per terra. «Amo la Russia e il nostro Presidente, ma voglio vivere in Europa, ma non in quei Paesi del Sud come l’Italia o la Spagna». Forse andrà in Norvegia. Impacchettata come una caramella nel suo vestito giallo confessa che le piace molto essere fotografata e sentirsi protagonista, al centro dell’attenzione. Vorrebbe degli scatti col fucile, al tirassegno, ma il fotografo di matrimoni è politically correct e teme di spaventare la pacifista audience europea. Così la scelta cade su degli strani animali di plastica che adornano il percorso di un trenino per bambini.

Le bestie sono assicurate da robuste catene, come se davvero qualcuno potesse volerle rubare. Più probabile che loro stesse provino a scappare… La più bizzarra tra le creature presenti è un ippopotamo sdraiato a pancia in su, con le mani dietro la testa e uno sguardo sornione, come in un tentativo di seduzione.

In russo ippopotamo si dice begemot. Nome che nella Bibbia porta la bestia forte e pasciuta, che non teme nessuno a parte il Creatore. E che nel Maestro e Margherita di Bulgakov porta l’enorme spaventoso gatto di Satana, che assieme al diavolo viaggia nella Mosca dei tempi di Stalin per studiare quanto sia cambiata l’anima degli uomini.

Tomsk non ha uno zoo, bisogna accontentarsi di questo parchetto artificiale (e di due orsi in gabbia, Misha e Masha, quelli sì in carne e ossa, nel giardino di una trattoria di šašlyk; gli spiedini russi di carne marinata). Lo zoo più famoso della Siberia è a Novosibirsk. Il più vicino è a Seversk, ad appena 15 chilometri da qui. Ma è impossibile da visitare. Seversk è una città chiusa per motivi strategici (arricchimento di uranio e plutonio) e i suoi 110 mila abitanti e i suoi stabilimenti nucleari sono circondati da un’impenetrabile recinzione. Ma per Kristina è sufficiente questo. Le piace farsi fotografare, girata di spalle, con lo strano ippopotamo in vista. E se non fosse per la nuova censura del fotografo di matrimoni vorrebbe chiedere al bigliettaio della giostra di potersi andare a sdraiare vicino al bestione di plastica. «È bello! Mi rende allegra», dice. «E poi andiamo alla fontana, là è figo!»

La natura, la patria

Per la seconda sessione fotografica l’incontro era previsto a Lagernyj sad, il giardino del Lager. Lager in russo ha un significato molto più neutrale che in italiano. È sì “colonia penale” o “campo di concentramento”, ma anche, più in generale, è il campeggio, l’accampamento, la colonia estiva dei bambini…

Qui la città a Sud finisce e inizia, al di là del fiume Tom’, una sconfinata natura. E questo è uno dei punti preferiti per fotografarsi (non c’è sposa che non lo abbia nell’album). Lo è sia per il panorama dalla riva, che per il bosco di betulle (albero simbolo della Russia), che per il gigante monumento della Seconda guerra mondiale. Il memoriale si chiama “La Madrepatria affida le armi al figlio”, ma a causa della non riuscitissima dinamica delle braccia ha anche il nomignolo poco patriottico di “Mamma, reggimi il fucile!”.

Valeria Lambina, 20 anni, fotografa Lina Koroleva, 19. Entrambe sono studentesse

Avevo scelto come “amica protagonista” Lina Koroleva (all’anagrafe, Seregina), 20 anni ancora da compiere, nata a Krasnojarsk, studentessa alla Tgpu, l’Università statale pedagogica di Tomsk. Su Vkontakte si presentava con bei ritratti e con queste caratteristiche: «Priorità personale: Bellezza ed arte. Importante negli altri: Coraggio e persistenza». Facendoci due chiacchiere in chat mi aveva detto di amare Bukowski, di soffrire soprattutto la noia, di non capire perché in Russia nel XXI secolo ancora non abbiano trovato il modo di tappare le buche, di voler fare l’attrice o la regista e di star scrivendo con un’amica la sceneggiatura per un corto dal titolo “La città delle teste di cazzo”.

A ritrarla si è presentata, puntualissima, Valeria Lambina, ventenne studentessa di Lingue (inglese e cinese) alla Tpu, il Politecnico di Tomsk, originaria di Anžero-Sudžensk, nel bacino carbonifero del Kuzbass. Senonché Lina ha pensato bene di ritardare non mezz’ora, non un’ora, ma un’ora e cinquanta minuti (ovviamente rassicurando più volte che era ormai questione di attimi). Il fotografo di matrimoni era fuori di sé, e non intendeva perdonare l’affronto. Ma quando lei è arrivata (con la serenità di chi, sotto le quattro ore, in tutta onestà, non riesce neanche a parlare di “ritardo”) ho capito che la puntualità è una qualità importante se valutiamo un orologio, ma non una donna. E che una ragazza così si può aspettarе per sempre. Cosa sono un’ora e cinquanta minuti?

«Mi piace cantare», ha sbadigliato dopo la sessione di foto. «Ascolto hard rock, soprattutto i Cinderella. Oltre alla noia soffro il conflitto tra la realtà obiettiva, esteriore, e la mia interiore; personale. Per questo vorrei fare l’attrice o qualcosa di creativo. Solo l’arte mi aiuta ad avvicinare questi due mondi».

Delle sue studiatissime foto su Vkontakte ha detto che ha l’ambizione di cancellarsi, un giorno, da internet, ma che l’obiettivo è ancora lontano. Che le piace mettersi in posa e che fotografarsi da sola l’aiuta «nella ricerca di equilibrio tra le due realtà, oggettiva e soggettiva». In fondo ha ragione: i selfie sono il marmo di Carrara della nostra generazione. Un tentativo di armonia tra quello che siamo e quello che ci tocca essere.

Nonno Lenin

A occhio e croce le falci e martello in città sono ancora molto più numerose delle pubblicità della Coca-Cola. Toponomastica e monumentalistica non sono cambiate dai tempi sovietici. La via centrale della città è Corso Lenin, che porta dal Lagernyj sad fino al quartiere periferico di Čeremošniki. E circa a metà del trafficato vialone c’è Piazza Lenin. Lì i vecchi edifici (ancora oggi Tomsk va orgogliosa della sua, seppur sempre più a rischio estinzione, architettura di legno) furono abbattuti per far spazio all’edilizia comunista: il Teatro, il Parlamento, la Filarmonica e così via…

Aleksandra Attikova, 19 anni, aiuta col trucco la coetanea Aleksandra Novokhrestova, che poi fotograferà

Per questa terza scena cercavo una ragazza dalla faccia non scontata. E, su consiglio di un amico (altro grande amante delle donne di pixel dei social network), «bella ma non perfetta, come l’idea che abbiamo in Occidente della Russia». Per protagonista ho dunque scelto Aleksandra Novokhrestova, studentessa diciannovenne originaria di Jurgà, cittadina sulla Transiberiana, a meno di due ore di macchina da Tomsk.

Con sé, come fotografa, ha portato la compagna di corso all’Università Pedagogica Aleksandra Attikova, formando così la coppia Sascia&Sascia. Insieme studiano inglese («good») e tedesco («schlecht»). La Sascia fotografa è nata a Tomsk e da qui praticamente non si è mossa («mai stata nemmeno a Mosca, o a San Pietroburgo, o sul Baikal»). La Sascia fotografata, invece, è stata in Grecia, in viaggio premio della scuola, quando era in ottava classe.

Ad Aleksandra piace un sacco essere al centro degli scatti e provare pose, lavorando di mani e di capelli. Farsi tante foto e abbellire la pagina Vkontakte dev’essere un modo per cercare di fermare la giovinezza, che nella sua visione del mondo dura ben poco. Non condivide la moda occidentale di ritardare nel crearsi una famiglia. «È la cosa più importante, e va fatta il prima possibile. Non capisco la cosa che dite di “realizzare” innanzitutto se stessi. La propria vita per una ragazza è già col suo uomo, non da sola. Ormai c’è gente che anche in Russia la tira per le lunghe, ma non mi piace. Dopo i 25 anni essere senza marito non è assolutamente normale. Sei una zitella, ecco cosa sei». Anche l’amica è d’accordo e rincara: «E poi i bambini… se fai i figli dopo i 25 anni avranno buon diritto a chiamarti nonna, altro che mamma…».

(Solo più tardi, riguardando le foto, mi sono accorto che un ennesimo Lenin ci spiava dalla finestra della Grande sala dei concerti).

Post sovietico

Un altro vecchio papavero del Partito ancora protagonista della vita cittadina è Kirov, amico di Stalin, assassinato nel 1934. La sua statua, all’angolo tra la via che porta il suo nome e Corso Lenin è oggetto, durante le sessioni di esami, di attacchi continui. La tradizione studentesca vuole infatti che si festeggi la fine delle fatiche universitarie verniciandogli gli stivali: di nero, di verde, di rosso, di giallo, di rosa… E a volte neanche solo gli stivali. Le autorità intervengono subito e lo ridipingono di bianco. Poche ore ed è di nuovo colorato, e così via per giorni e giorni.

Katiuscia Safronova, 22 anni, fotografata da Olga Borisova, 21, sotto la statua di Kirov. Entrambe sono fresche di laurea

Con i loro 22 e 21 anni Katiuscia Safronova, la protagonista, e Olga Borisova, l’amica fotografante, sono in assoluto le più “anziane” dell’intero “Progetto”. Anziane anche perché hanno appena finito gli studi (la scuola in Russia dura 11 anni e l’università si può iniziare già a 16, 17 anni). Le becchiamo col fotografo di matrimoni Miscenin tra il giorno della discussione di laurea (che qui si chiama “difesa del diploma”) e quello della consegna delle medaglie alla presenza del rettore e delle autorità.

Hanno studiato assieme Management del settore petrolifero. In particolare Ottimizzazione dei processi logistici. Una delle materie più gettonate, perché la regione di Tomsk, come un po’ tutta la Siberia, oltre che di zanzare è ricchissima di greggio e di gas naturale.

Per loro la vita studentesca è finita. Bisogna iniziare a lavorare e metter su famiglia. A meno che non decidano di proseguire con una laurea specialistica. Ma intanto c’è tempo per scattare qualche foto, tra le scala antincendio di una scuola e i tubi di una vecchia fabbrica, ancora in funzione.

Street fashion alla siberiana

Nella quinta e ultima scena l’amica fotografante è Kristina Sciarafieva, 20 anni, capelli rossi, un volto stellato di lentiggini. Il suo sogno è fare l’attrice di teatro o di cinema, e a Mosca, all’Accademia, l’avevano presa, ma «per motivi familiari» è dovuta restare a Tomsk, «per ora». Così è al terzo anno di Geologia alla Statale.

Viene a scattare con me e il fotografo di matrimoni Miscenin il giorno prima della partenza per l’estremo Nord della repubblica di Sacha-Jacuzia. Per la pratica universitaria passa le estati a raccogliere rocce e analizzare di quali minerali sono composte. La vita è spartana negli accampamenti, la temperatura non lontana da zero anche in luglio e in agosto. Quando è a casa, invece, ama correre i rally e ha un piccolo fuoristrada con il nome stampato sulla carrozzeria.

Kristina Sciarafieva fotografa Katia Burlutskaia (qui sopra davanti alla sede di Gazprom). Entrambe studentesse, hanno 20 anni

Katia Burlutskaia, 20 anni, studia Lingue al Politecnico. Ha iniziato con l’inglese e il tedesco e voleva andare a studiare un semestre nella Repubblica Ceca, per un’incomprensibile passione per questo piccolo Paese noto ai più solo per la produzione di ex mogli di portieri della Nazionale. Poi però ha deciso di riorientare la sua geopolitica interiore, di lasciare lo studio del tedesco e di passare a quello del cinese. Così, per la pratica, andrà probabilmente un anno a Pechino o dintorni. Intanto, su fitti quaderni ripassa ideogrammi. È di Barabinsk, una stazione sulla Transiberiana a “sole” dieci ore di treno da qui. Se vi capita di passarci, comprate del pesce affumicato.

I suoi occhi hanno un colore che solo il mare nei dépliant delle isole tropicali. L’avevo scelta per un motivo opposto a tutte le altre: la quasi totale assenza di foto sui social network. Ne aveva molte, «decine, oltre il centinaio». Poi l’iconoclastia. «Ho deciso», spiega recisa, «di lasciare solo una foto profilo su Facebook e una su Vkontakte. Ho chiuso Instagram agli estranei, lasciandoci solo gli amici più stretti e non più di otto nove foto». Perché? «Voglio che chi mi vuole conoscere venga a farmi le domande di persona, non che si faccia idee spiandomi su internet. Dal web ho cercato di cancellare il più possibile, quasi tutto».

Il suo stile di posa vuole essere più ricercato. «Non frequento le russe-russe con le frangetta sulla fronte», dice. Segue molte fashion blogger e si aggiorna su tumblr. Ha uno sguardo a Occidente, e non solo per i vestiti: «Sono un po’ una via di mezzo. Non la penso come molte mie amiche che fin dai 18 anni volevano, e spesso hanno avuto, marito e figli. Credo che sia bene prima finire l’università, iniziare a lavorare. L’età ideale per sposarsi direi sia intorno ai 25 anni, non prima e non dopo. Insomma, né presto come in Siberia, né tardi come da voi in Europa». È stata in vacanza a Malta, una volta, e ha un ricordo molto nostalgico del mare e del caldo. Per guadagnare due soldi passa l’estate nelle squadre edili studentesche, lavorando come manovale o imbianchino.

Dopo aver chiesto in prestito uno skateboard a Ethan, uno studente inglese in scambio accademico, è pronta per posare, nella piazzola vicina al fiume, dove i giovani di Tomsk si sentono alla periferia di Los Angeles.

Finale

E così il “Progetto” è giunto alla fine, per la soddisfazione delle nostre dieci ragazze e del fotografo di matrimoni Artëm Miscenin. Quanto a me, non so… In questo periodo siberiano volevo mettermi a scrivere un pamphlet contro l’happy end: sui danni psicologici che anni di somministrazione di film americani dal finale felice ci hanno provocato. Per quell’idea falsa che sia sufficiente impegnarsi per ottenere quello che si desidera. Non è vero: il bene e il bello non sono sempre a nostra disposizione.

Puškin era ancora al liceo quando lo capì (e lo descrisse nel poema poi pubblicato a 22 anni, Ruslan e Ljudmila). Finn ferma il suo gregge e implora la bellissima Naina, che lo rifiuta, seccata: «Pastore, io non ti amo!». Lui scavalca mari e monti, diventa comandante, combatte molte guerre. E le vince, e torna pieno di tesori e di gloria, acclamato dal popolo. E va dalla sua Naina. E lei: «Eroe, io non ti amo!».

Anche in questo “Progetto” non c’è il lieto fine. Perché le russe “si fotografano così” lo avrete capito. Ma quanto allo “strappare una ragazza dal mondo dei social network per portarla in quello reale della mia vita nella taiga”, beh… Sono due destini piuttosto distanti quello di chi ne fotografa dieci e quello di chi ne sposa una. Mi sono sentito presente ma estraneo in quelle fresche esistenze piene di passioni per un qualche Ciclope dall’occhio azzurro. Passioni aizzate dalla primavera e rinfocolate dalle notti bianche dell’estate siberiana (solo un paio d’ore di buio vero, tra mezzanotte e le due; e, comunque, guardando a nord, la luce c’è sempre). Con loro mi sentivo come una mosca in un campo di fiori.

E altro che fuga verso la vita… Cosa ho prodotto? Ancora e soltanto donne di pixel, sensazioni di pixel, inappagabili desideri di pixel…

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