Io sto con Gardini e con il liceo classico.

Io sto con Gardini, anzi, ancor più io sto con il liceo classico.

Che vespaio ha scatenato l’articolo del professore sul Sole 24 ore!

Niente di cui stupirsi in realtà: ogniqualvolta qualche opinionista di rilievo provi semplicemente a toccare il delicato tema della natura dell’istruzione nel nostro paese, sembra quasi che il vaso di Pandora venga scoperchiato.

E invece no, cari STEM, lasciate che a dirvelo sia un cretino che nel liceo classico ci ha studiato e ci ha insegnato a lungo. Il liceo classico è palestra di vita.
Non per tutti, ma è innanzitutto la forma d’istruzione più peculiare del Bel Paese. In effetti, a ben vedere, similitudini con i vari istituti tecnici, linguistici e persino con il liceo scientifico sono riscontrabili nei modelli d’insegnamento di più o meno tutti i paesi occidentali.

Eppure tale operazione non è applicabile nella medesima misura al liceo classico. Tale istituzione, la cui genesi è da alcuni ingenuamente collocata nell’alveo della riforma Gentile, nasce invece ben prima, grazie alla legge Casati, con il nome liceo-ginnasio.

Il nucleo fondante del liceo classico era già ben individuabile in quel prototipo: forte prevalenza delle maniere umanistiche nel percorso di studio, un orientamento spiccato nei confronti delle discipline e delle tradizioni alto-culturali proprie della penisola e una decisa vocazione a un contributo forte nella formazione della classe dirigente.

Ecco la il liceo classico.

Con la riforma Gentile nasce il liceo scientifico, e il classico assume grossomodo la forma attuale.

La genesi del liceo classico avviene in un’ambiente che vede l’istruzione umanistica come paritetica a quella scientifica. Non solo: il classico non ha vergogna di essere peculiare. Il liceo classico è di certo l’espressione educativa più forte in termini di appartenenza culturale al luogo d’insegnamento e di insediamento, la penisola italiana (lasciamo i discorsi sulla natura geografica o meno di questo sgangherato paese ad altri lidi).

Adesso voglio fare un gran salto, un balzo di sessanta anni. Sessanta anni in cui l’evento più significativo dal punto di vista culturale e pedagogico per lo stato-Italia è di certo la caduta del regime fascista. Il rifiuto dell’ideologia fascista e delle istituzioni ad esso legate porta anche a uno stravolgimento della concezione della pedagogia e dell’istruzione in Italia.

Mentre paesi dell’America Latina, Stati Uniti, Giappone non fanno mistero e anzi, portano avanti con orgoglio iniziative smaccatamente peculiari in termini di istruzione, in Italia si deve parlare di storia e delle materie (termine nobilissimo) a essa affini con una sorta di malcelata vergogna e in tono flebile, quasi a non dover disturbare l’armonia dell’intellighenzia attuale, che in taluni circoli individuano nel relativismo storico la panacea di tutti i (nostri) mali.

E mi viene dunque da chiedermi se si debba accettare senza un sussulto l’odiosa idea che lo scopo ultimo dell’istruzione media sia esclusivamente da intendersi in un’ottica economica e utilitaristica. E in tal caso, non vedono forse i miopi seguaci dello scientismo e dei quattro cherubini, Science, technology, engineering, and mathematics, quanto sia necessario, oggi più di prima, un contrappeso peculiare che permetta di rispondere a quelle, tante, domande cui la scienza non può dare risposta?

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