antropologo a domicilio — 3

Sette ragazze che venivano dall’Africa

Sette ragazze che venivano dall’Africa, una incinta. Comincio da qui. Sette ragazze che venivano dall’Africa erano sedute davanti a me. Una incinta. Mi guardavano sospese, non capivano ciò che dicevo, erano immobili, silenziose. S’erano sistemate su un lato della sala, in file diverse, tre davanti, le altre sparse dietro, mescolate agli altri. Erano in Italia da poche settimane, i mesi precedenti per loro erano stati: drammatici? Basta questa parola? Certo i peggiori mesi della loro vita. Inimmaginabili per chi vive la nostra vita. Mi trovavo, a Salerno, alla “Tenda”, una volta si sarebbe definita Comunità terapeutica per tossicodipendenti, oggi “Comunità di passaggio… al servizio della persona in difficoltà”, perché fa più cose, fa anche da prima accoglienza di migranti e profughi. Le ragazze, giovanissime, erano nella Comunità da qualche giorno. Belle della loro gioventù nonostante tutto, persino allegre, capelli di fogge sgargianti, unghie di smalti multicolori. Insieme alle persone — prevalentemente giovani, ma non solo — che cercano di superare nella Comunità le loro attuali difficoltà, e a un pubblico generico , quelle ragazze erano presenti allo spettacolo “Ritmi di festa”. Non ero da solo, con me c’era Carla Paglioli, a fare il clown: nell’occasione atipica, l’alter ego della mia presenza in scena in forma caricaturale.

Man mano che Carla entrava nella sua parte e mimava scimmiottando le situazioni ritmiche di cui parlavo — il neonato, l’innamorata, il chiacchierone, il tifoso allo stadio — il pubblico andava sciogliendosi, zigzagando tra riflessione per le mie parole e divertimento per la comicità clownesca di Carla. Qualcuno ascoltava più che ridere, qualche altro rideva più che ascoltare. Così le sette ragazze. Le avevo osservate dall’inizio, cosa mai potranno capire? mi ero chiesto; poi nella seconda parte dello spettacolo una di loro aveva cominciato a ridere, trascinandosi ben presto le altre in risate e applausi. Al termine erano scese tutte dalle gradinate venendo da noi. Da “noi”? In verità da Carla, per abbracciarla e baciarla. E chiederle anche una foto insieme (le foto qui sono opacizzate per ragioni di sicurezza: le ragazze sono state salvate dalla tratta). Carla, le conoscevi già? le ho chiesto, “ma che, Paolo, le ho viste questa sera per la prima volta”. Stupefacente. Materiale per la mia riflessione sui ritmi, sugli intrecci mimici, sui tempi musicali della comunicazione positiva, della buona socialità. Straniere in tutto ora abbracciate come vecchie amiche.

I ritmi, si sa, uniscono. Ma uniscono solo le persone che li condividono. Cioè che conoscono “quei” ritmi, “quella” musica. Anzi, che fanno quei ritmi, poichè il loro corpo si muove con quei ritmi. Non sono universali i ritmi, sono culturali, si apprendono da bambini e con essi si partecipa alla socialità (di famiglia, gruppo, associazione, clan), alla familiarità del proprio mondo, si sta insieme nel “Noi”. Una volta appresi dalla mamma, dalla famiglia, li si rafforza continuamente, praticandoli per il resto della vita. E funzionano solo con quelli del proprio gruppo (dei propri gruppi), quelli che sono “Noi”. Non con gli “Altri”. I quali hanno altri ritmi, altri tempi musicali. Sono “estranei”, stranieri. Lo straniero è colui che ha altri ritmi, alieni, incomprensibili. Non si muove come te, non mangia come te, non ride quando dovrebbe e ride quando non dovrebbe. Guarda in modo “strano”, abbassa o alza gli occhi quando non te l’aspetti, la sua voce emette suoni e volumi disturbanti (oppure che fanno ridere: quanti comici fanno ridere con certe parlate?). Se poi sta insieme ai suoi, nel suo gruppo, l’effetto di estraneità — fino al ­disturbo — è ancora più forte. Estraneità che induce al sospetto (mentre ti guarda, ti chiedi, “che intenzioni ha? nasconde qualcosa?”). Poi c’è la lingua, che non capisci. E lui non capisce la tua. Lui-Loro non capiscono te-Noi. La lingua incomprensibile alza barriere. Ma ci aveva già pensato il corpo. Il corpo dello straniero aveva detto tutto. Aveva denunciato la sua estraneità. Ai tuoi suoni, ai tuoi ritmi, ai tuoi tempi (musicali). Impossibile capirsi a volo con lui. Ma impossibile capirsi del tutto.

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(Però se lo straniero che ti sta davanti è una straniera, una bella ragazza bionda (o un bel ragazzo con occhi rapaci), allora tu ti sforzi di valicare la sua estraneità e cerchi di farti capire, gli sorridi, parli a gesti, magari cerchi di recuperare il tuo incerto inglese.

Strano, no? Ma allora, se sei così sollecito nei confronti di questi stranieri speciali, è segno che che tu (io, chiunque) puoi superare la barriera dell’estraneità con l’estraneo. Se solo lo vuoi. Aspetta, questa cosa va ripetuta: se solo lo vuoi. La diversità culturale non è un muro. O se lo è, è un muro poroso, transitabile, attraversabile a meraviglia. Se si è ben disposti. Reciprocamente).

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Torno a Carla e alle ragazze africane.

Tra Carla e le ragazze africane c’era un’estraneità totale. Eppure alla fine si abbracciarono. Perché? Solo perché Carla faceva ridere? Ma anche ridere insieme è un ritmo condiviso, e dunque è un fatto culturale. Non si ride delle stesse cose in tutto il mondo. Ogni cultura ha la sua comicità. E allora?

Verso la fine dello spettacolo Carla si era quasi dimenticata del mio monologo, entrando in una trance clownesca irresistibile per molti dei presenti. Ridevano in tanti. E ridere trascina. Fa ridere. Non tutti ridevano per gli stessi motivi. Alcuni ridevano per l’intreccio tra le cose che dicevo io e i gesti di Carla. Altri solo per i gesti di Carla. Altri infine — e questi sono interessanti — solo perché ridevano gli altri. Ci capita qualche volta, no? ridiamo perché ridono gli altri, senza sapere bene perché. Trascinati a ridere dal ridere altrui. Anche le ragazze africane? Non lo so. Davvero non lo so, non ho chiesto loro perché ridessero. So però che per esempio gli artisti del Circo InZir, che portano le arti di strada in giro per il mondo, e che sono stati negli anni scorsi in Guatemala, poi in Algeria, poi in Etiopia, mi hanno raccontato che in quest’ultimo paese è stata davvero dura, poiché “loro” hanno tempi di battute e di risate davvero diversi dai nostri. Più di quelli guatemaltechi e algerini. Ecco: i ritmi di festa sono diversi cultura per cultura. A volte molto diversi.

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Però le ragazze africane ridevano ai gesti clowneschi di Carla. Estranee in tutto però ridevano, perché?

Beh, perché — è ciò che penso - le ragazze africane volevano ridere, volevano far festa, sotto sotto loro volevano contraccambiare l’accoglienza accogliendo esse stesse. Cioè non solo accettando, ma entrando nella situazione, nella serata offerta, sposando l’ambiente allegro. Loro si erano aperte a Noi.

Insomma — voglio dire — le ragazze africane avevano utilizzato un’altra importante risorsa degli esseri umani (oltre alla capacità di tenere un ritmo condiviso con gli altri). Quella di cui è maestro il neonato, uno qualunque.

Quando un neonato viene al mondo non sa nulla, non ha i ritmi del suo futuro mondo culturale. Non possiede neppure quelli della mamma, li riceve, ma non li ha in comune. La mamma è un corpo vivo che lo accoglie, gli parla e gli ride, lo allatta e lo cura. Tutto a ritmo, tutto in una musicalità della voce e dei gesti che lui ignora, non conosce e non possiede. Come farà quel piccolo essere a mettersi in armonia con la mamma — per lui è vitale, assolutamente vitale, come il latte stesso — ad entrare nei suoi ritmi, a rispondere alla sua musicalità? Semplice (si fa per dire): perché lui alla nascita ha una straordinaria capacità: sa imitare alla perfezione. Senza saperlo e senza volerlo lui imita — mima — tutto ciò che vede e sente fare alla mamma. In capo a qualche settimana lui sarà bravo, bravissimo ad andare d’accordo con la mamma, a fare duetto ritmico e musicale come un esperto musicista insieme alla mamma, anche lei esperta musicista (delle loro musiche, uniche al mondo). Imitando, ha imparato e ora “sa”. Questa capacità, messa in atto la prima volta appena nati, accompagna tutta la vita umana. Ma solo delle persone aperte e soprattutto nelle occasioni positive. Quando ci si innamora si passa il tempo a mimare ed essere mimati. Gli allievi imitano il buon maestro. Gli amici intimi si specchiano. Gli adolescenti ingruppati sono copie conformi. La mimesi — l’imitazione — è un potentissimo strumento di avvicinamento e accoglienza di cui siamo naturalmente dotati. E che possiamo scegliere di usare o meno. O meglio: poiché esso è sia volontario che involontario, funziona — ci funziona — se decidiamo di metterci in uno stato di apertura verso gli altri, non di chiusura. Altrimenti non funziona.

Lo hanno fatto le sette ragazze che venivano dall’Africa. Può farlo chiunque, sempre. Oppure nelle occasioni in cui serve, in cui vale la pena. È una risorsa umana importante, che si può, forse si deve, coltivare. Certo va in equilibrio con l’attenzione critica, l’orientamento politico, la personale struttura psichica. Ma va coltivata. Perché io penso che se vogliamo affrontare il mondo complicato nel quale viviamo e sempre più vivremo, fatto di flussi di popolazioni di tutto il mondo, dobbiamo imparare a farlo spesso. Tutti, da una parte e dall’altra, beninteso, perché se poi è solo da una parte non funziona, e può creare dislivello, dipendenza, subalternità.

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