antropologo a domicilio — 6

Due bambini dondolano sulla gambe

Due bambini dondolano sulle gambe, uno ha le dita in bocca, è il più piccolo, la sorellina accanto dà il tempo, forse canticchia. Sul piccolo palco io sto raccontando una delle storie di “Ritmi di festa” e loro due si sono avvicinati, mi ascoltano quasi danzando, presi. Da dietro, la voce del papà li richiama, “andiamo!”, il più piccolo si gira, poi guarda la sorella e rimane incerto, mentre lei continua a danzare ascoltandomi. Il papà si avvicina un po’ seccato e li prende entrambi per mano. Vanno via, la bambina tiene la testa girata verso di me.

Ci sono bambini. Quando porto “Ritmi di festa” in piazza, ci sono sempre bambini. Non lo immaginavo. Con i loro genitori o in piccoli gruppetti autonomi, ci sono sempre bambini. Sono stati a lungo fuori dalla mia attenzione orientata verso gli adulti, che possono capire il senso del monologo. Mi ci è voluto tempo nel corso dei miei appuntamenti per guardare finalmente ai bambini e pormi le domande giuste. Loro sono là e spesso mi ascoltano. Con una intensità particolare. Diversa dagli adulti. Più di una volta ho sentito i richiami dei genitori, “andiamo!”, richiami ripetuti, prima che i bambini obbedisssero e li seguissero. Certe volte — sì — gli adulti vanno via i bambini riamangono. “Ritmi di festa” spettacolo per bambini? Ma no, c’è altro, è altra la ragione, penso. Per me una piccola scoperta. Importante, nel quadro dei miei quasi cento monologhi in giro per l’Italia.

L’ultimo (no, terzultimo) a Montella, in provincia di Avellino.

A Montella sono stato il 5 novembre per una sagra della castagna. Proprio così, “Ritmi di festa” a una sagra della castagna. Un professore dell’università di Roma presenta in piazza il suo lavoro, tra caldarroste a due euro il cartoccio, zuccheri filati e musicisti vaganti. Insidiato continuamente da altoparlanti pubblicitari, campane della chiesa e richiami di amici che si rincorrono. Che corto circuito folle! Ma fertile di immaginazioni e idee.

Mi ha invitato il direttore artistico, Roberto D’Agnese: “Ti leggo nella pagina <antropologo a domicilio>, so che ti prendi i tuoi rischi, ti va di rischiare in piazza, durante una sagra?”. Sì, mi va. Il palchetto è proprio alla confluenza di un trivio, sotto il campanile della chiesa. Lo “struscio” delle persone accorse alla sagra. Mangiano, comprano panini, castagne, dolci. Un muro di stand gastronomici attaccati l’uno all’altro. Da un capo all’altro delle strade che entrano in confluenza, musiche, campanacci, tarantelle. Roberto dopo riconoscerà che il volume del mio impianto doveva essere più alto e quello degli altri diffusori sonori più basso. Tant’è. Davanti a me sono sedute persone anziane, su due panchine tipiche delle piazze. Forse riposano dalle fatiche della passeggiata tra gli stand. Io comincio mostrando il libro e spiegando che l’ho tradotto in monologo. Il flusso di persone un po’ lontano mi guarda indifferente per i pochi secondi in cui attraversa il mio specchio di visione. Dopo capirò che semplicemente non sentiva la mia voce: c’era una barriera sonora oltre la quale la mia voce non arrivava perchè era soverchiata dagli altri diffusori sonori. Ciò nonostante, alcuni scavalcano la barriera, si fanno avanti per la curiosità che fa uno che parla sul palco, “chissà che dice”, poi vanno via (o si fermano, piccoli e isolati gruppi che si formano nella piazza davanti a me). Non è un “pubblico”, non corre tra loro una comune onda ritmica. Qualcuno viene a piazzarsi proprio sotto il palco per sentire meglio, si appoggia ai ponteggi dell’impianto. Ma sta solo.

E poi, dicevo, i bambini. Guardandoli qualcosa mi si è aperto in mente. Una piccola illuminazione. Questa: i bambini oggi hanno fame di racconti.

Chi racconta più ai bambini? Dov’è finito il tempo e lo spazio del racconto? Tra TV, computer e smartphone chi racconta più ai bambini? Si racconta forse a scuola o nelle case o nel chiuso delle loro camerette?

Qualcuno sì lo fa, qua e là, ma esiste oggi un raccontare ai bambini centrale, come in passato, nel rapporto tra generazioni? Ci pensa Disney, ci pensa la televisione, ci pensa Internet persino. D’accordo, funzionano. Ma è scomparsa la concretezza dei corpi vicini, è scomparsa la voce che muta quando passa al registro del racconto, e si fa strumento magico di musiche dell’immaginazione che sboccia.

Si riesce a immaginare cosa significhi una generazione privata di quel nutrimento necessario degli esseri umani che è il racconto? di quella forma di parola che dà forza al legame sociale? E si riesce a farsi un’idea delle conseguenze dell’interruzione del millenario filo intergenerazionale costruito dal racconto? Cioè dal dare forma e senso all’esperienza personale e collettiva? (Ai colleghi che mi leggono: vi sono le considerazioni di Walter Benjamin sul “narratore”. I “distinguo”. D’accordo. Ma è un altro livello del discorso. Qui siamo alle “forme elementari” del raccontare).

Cos’ha il raccontare che lo ha reso indispensabile all’umanità immersa nel tempo che scorre? Immaginate una religione — una qualsiasi religione — senza racconto. Ce la fate? Credo di no. Semplicemente non sarebbe possibile. È perchè? Perchè la religione — una qualsiasi religione — mira a dare un senso alla vita e al mondo. E senza raccontare le sue storie — i suoi miti — non potrebbe farlo. E accanto e dopo la religione tutto il resto. È il racconto della realtà che dà un senso alla realtà (gli eventi, il mondo, le cose). Senza racconto niente senso, o quasi (c’è anche la spiegazione scientifica, d’accordo: ma essa è parziale, è legata al pezzo di realtà che studia, non è capace di senso globale). Il racconto è un prodigio: collega insieme i fatti del mondo, li mette in una struttura di parole che tiene insieme spazio, tempo e causalità: il “prima”, il “dopo”, il “mentre”, e poi il “perché”, l’“affinché”, l’”a causa di”. Dentro questa struttura poi emergono un “lui”, una “lei”, dei “noi” dei “loro”, cioè degli “agenti” o “attori” sociali. In tal modo “ciò che è successo” prende il suo significato, perchè entra dentro la cornice dei significati condivisi da una comunità, la quale si racconta e comprende lo svolgersi degli eventi dentro lo scorrere del tempo. Là dentro, le esperienze personali e di gruppo, che sono frammentate, spesso inspiegabili a chi le vive, trovano coerenza e unità. Trovano appunto senso. Poichè l’insensatezza proviene dal non capire, non sapere perchè le cose accadono come accadono (“perchè mi è successo questo?, “perchè mi ha fatto questo?”). E anche quando è il racconto che dice: “non c’è senso”, paradossalmente questo è un senso condiviso. E la paura, l’angoscia persino, nella narrazione trovano un orizzonte di condivisione e si fanno poesia, sensibilità estetica, comunità.

E poi le fiabe. Per i bambini c’era una volta il mondo delle fiabe raccontate. Un enorme denso mondo che ora quasi non esiste più. Chi racconta fiabe ai bambini? Un grande psicanalista, Bruno Bettelheim, tanti anni fa scrisse un libro bellissimo, “Il mondo incantato”, nel quale spiegava che grazie al racconto delle fiabe i bambini riuscivano a risolvere inconsciamente le loro angosce e i loro mondi interiori conflittuali. Il lupo cattivo, quello che mangia la nonna, era una figura fiabesca della faccia cattiva della mamma, quella arrabbiata, quella che rimprovera, grida, picchia. Alla fine della fiaba il lupo veniva ucciso, con lui scompariva la faccia cattiva della mamma, dalla sua pancia aperta dal cacciatore tornava in vita la nonna — la faccia buona della mamma — quella che accudisce, ride, bacia. Per questo i bambini volevano che le storie loro raccontate seguissero sempre lo stesso itinerario, senza variazioni. Perchè dovevano confermare l’equilibrio da loro faticosamente raggiunto tra pulsioni negative e positive. In una parola vincere le loro paure.

Non sono un amante dei tempi che furono, un nostalgico del mondo scomparso. Sono pienamente immerso nel mondo nel quale vivo, viviamo. Ma questo non mi fa desiderare che prima o poi la digitalizzazione della vita sociale, cioè il suo simulacro virtuale, elimini la concretezza delle relazioni, poichè non penso che gli esseri umani possano rinunciare alla bellezza dei corpi vivi. Ecco perchè c’è il teatro, ci sono il racconto, il canto e la musica dal vivo. Io penso che siamo pienamente contemporanei, se, pur valorizzando vista e udito — i sensi della digitalizzazione del mondo — non trascuriamo di godere di quella simultaneità sensoriale “cinestetica” che si produce quando i corpi sono compresenti, si mostrano nella musicalità comunicativa dell’apertura di sè, della simpatia ritmica e mimetica, dell’accoglienza — di più, del piacere — dell’altro. Ciò che io chiamo “abbondanza di umanità”.

Io non so se i due fratellini della sagra della castagna di Montella — non so se tutti i bambini che si sono fermati ad ascoltare qualche frammento di storie di “Ritmi di festa” — abbiano conservato qualcosa. Non mi illudo. Ma non è illusorio ritenere che una scintilla di “abbondanza di umanità” si sia data tra loro e me — e gli altri — per qualche istante. E per quanto fatue e passeggere queste scintille, possono sviluppare fuochi dentro l’immaginazione, e trasformarsi in desiderio di umanità, in sogno di un mondo di abbondanza, che per l’infanzia e per tutti coloro che non l’hanno rinnegata è sempre innanzitutto abbondanza di umanità.

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