(dis)ordine

Oggi sono sensibile al rumore del mondo circostante.
Oscillo tra sensazioni contrastanti, pianti, sorrisi, bene, male, ed è tutto solo nella mia testa.
Vorrei chiamare qualcuno, ma quel qualcuno non esiste.
Di qui ritorna il concetto de La Solitudine di Guy de Maupassant, di qui i brividi e il mio tormento.
Vorrei spiegare a quel qualcuno, che non è nessuno, che sono io, come mi sento.
Mi ascolto e non mi capisco, mi capisco e mi rifiuto ed è questa forma di dolore che mi fa impazzire, che mi tiene sveglia, che mi fa credere di essere diversa dagli altri, che mi fa amare me stessa.
Confusione.
Quanti abissi contengo? Quanti precipizi? Quante stanze e quanti inverni interiori?
Pianto. Philip Glass e pianto.
Liberarsi. Da cosa poi?
Da me stessa, di nuovo.
Sono la mia migliore amica e la mia peggior nemica.
Fare ordine fra i pensieri e metterli per iscritto, dar loro una forma.
Che forma ho io? Per chi?
Mancanze che mi sgretolano.
Ricostruire le mie architetture non è mai stato così difficile.
Mi hai definito così bene in questi anni che ora mi sento persa in tua assenza.
Non trovo le mie fondamenta, non riesco a trovare il mio inizio.
Il mio inizio mi ha ignorato, mi ha messo fuori la porta, dimenticato, come ci si dimentica di un’informazione inutile.
Dovrei fortificarmi eppure vedo ancora attorno, all’interno, delle macerie.
Vomito di parole senza senso con un pianoforte in sottofondo, la perdita di equilibrio, mi cullo in questo down emotivo e so che la domanda e la risposta sono soltanto io.

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