Risvegliarmi, dopo tutte le acque in tumulto, acque sporche, fiumi infiniti in piena, a riva.
Mi osservo nel maggio scorso, mi guardo attraversare lacerata le stanze in cui una luce lontana mi dava forma, mi dava senso, mi dava gioia.
Mi guardo disperatamente rincorrerla, non trovare un senso, non trovarmi un senso.
Mi vedo autodistruggermi, spegnermi, lottare, stringere forte i denti, sanguinare.
Mi guardo fermarmi, respirare a fondo, sospirare per l’ennesima volta, giorno dopo giorno, pregare un dio affinchè le mie acque si prosciugassero, affinchè fantasmi andassero via, perdermi per le strade, chiudermi al buio, odiarmi, odiarti, odiare tutti.
Mi guardo nella calma afosa estiva, guardare il mare e fargli domande su domande, chiedere al sole di smettere di essere felice, di spegnersi con me.

Mi guardo e vorrei tornare indietro ad abbracciare tutte le mie fragilità, abbracciare me stessa.

Dirmi:
“Vedi? Sei rinata, sei sbocciata come un fiore, ancora una volta.”

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