I maiali non portano scarpe

“Il Signor Veneranda” un capolavoro della letteratura italiana finito nel ripostiglio

“Il Signor Veneranda” è il titolo di una serie di racconti pubblicata da Rizzoli nel 1949 e scritta da Carlo Manzoni. Oggi è un libro impossibile da trovare, e le riedizioni del 1966 e del 1984 sono vendute a caro prezzo su Ebay.

Il Signor Veneranda è un personaggio incredibile, acuto, ironico e brillante. Le sue passeggiate cittadine che si svolgono nello spazio di una pagina, dipingono il mondo circostante in modo ineccepibile, ma capovolgono la realtà e gli schemi di pensieri abituali.

Non è un caso infatti che Veneranda abbia come interlocutori preferiti barbieri, commesse, camerieri, postini, persino un casellante, gente che lavora, che non ha tempo da perdere con le elucubrazioni estemporanee di un tipo un po’ strano. Anche se poi alla fine quello che si spazientisce più di tutti è proprio lui, al punto che di solito prende il cappello e lascia la scena in modo scocciato (non a caso il titolo dell’edizione datata 1966 è “50 scontri con il Signor Veneranda”).

Ecco qui un esempio

BARBA E CAPELLI

“Barba e capelli?” chiese il parrucchiere facendo accomodare il signor Veneranda.
“Sì” disse il signor Veneranda. “Ma secondo lei, posso tenere il cappello?”
“Eh no,“ disse il parrucchiere “se tiene il cappello come faccio a tagliarle i capelli?”
“Allora lei i capelli non li può tagliare a quelli che hanno il cappello?” chiese il signor Veneranda.
“È impossibile” disse il parrucchiere. “Non le pare?”
“Se lo dice lei,” sospirò il signor Veneranda “sarà anche così. Mi dispiace perché è tanto tempo che ho questo cappello, e non mi sento di buttarlo via o di venderlo.”
“Ma non occorre” balbettò il parrucchiere. “Basta che se lo tolga. Poi se lo rimette di nuovo.”
“Allora io mi tolgo il cappello, lei mi taglia i capelli poi mi rimetto il cappello” disse il signor Veneranda.
“Già” disse il parrucchiere.
“E la barba?” chiese il signor Veneranda. “Devo togliermi il cappello anche per la barba?”
“Ma… sarebbe meglio” balbettò il parrucchiere che non sapeva cosa dire.
“Allora riepilogando:” disse il signor Veneranda “Io mi tolgo il cappello, lei mi taglia i capelli, poi mi rimetto il cappello, poi me lo tolgo di nuovo e lei mi taglia la barba e alla fine mi torno a mettere il cappello. È così?”
“Ma… veramente…”
“Mi dispiace ma è troppo un traffico” disse il signor Veneranda alzandosi. “Io credevo che la cosa fosse molto più semplice e più svelta. Così non si finisce più. Pazienza, sarà per un’altra volta.”
E il signor Veneranda se ne andò brontolando e sbattendo la porta.

Quello che Carletto Manzoni riesce a creare in poche righe è un gioco linguistico senza pari. Battute rapide e sintetiche, evidentemente nate anche per essere recitate, una scelta lessicale precisa, ma non pedante, la naturalezza dei gesti e una capacità di evocare la fisionomia dei protagonisti immediata.

Macario diede un volto al Signor Veneranda nella serie di Caroselli per il Brandy Stock (1957)

PER VIA

“Oh! - disse il conoscente “Come sta?” “Come ??” chiese il signor Veneranda “Come sta ?” ripetè il conoscente. “Ma veramente non saprei” disse il signor Veneranda che non capiva “Come, non saprebbe ?” “Dal momento che lei non mi ha detto di chi parla, io non posso mica sapere come sta! I miei parenti stanno tutti bene, grazie, i miei amici quasi tutti, eccetto Tommasino che ha il raffreddore. Lei intendeva Tommasino?” “Io no, io…” balbettò il conoscente del signor Veneranda. “Lei no, lei come faccio io a sapere di chi vuol parlare se non si spiega? Voleva intendere quel signore li che passa? Io non so mica come sta, non l’ho mai visto, ma se lo vuole sapere si fa presto!” “Ehi, signore” gridò il signor Veneranda al signore che passava “Come sta lei?” “Bene, grazie” rispose il signore levandosi il cappello gentilmente. “Ecco -disse il signor Veneranda battendo un colpo sulla spalla del conoscente - “E’ contento adesso? Sta bene. E anche tutta la famiglia? “ chiese ancora il signor Veneranda. “Benone tutti, grazie” rispose il signore voltandosi e salutando. “ Ha visto?” disse il signor Veneranda “Stanno tutti bene”. “ Ma io…” balbettò il conoscente del signor Veneranda. “ Senta, se lei non intendeva parlare di quel signore lì , poteva dirmelo chiaramente prima: io ho cercato di accontentarla. Benedetto uomo - mormorò il signor Veneranda crollando il capo e allontanandosi, - che bisogno c’era di rivolgersi a me? Non poteva arrangiarsi da solo???”

Il Signor Veneranda oggi è praticamente dimenticato, fa capolino ogni tanto in qualche testo scolastico per spiegare la figura del paradosso, ma meriterebbe sicuramente molto di più. La sottile traccia umoristica che corre tra le sue parole insegna ad andare al di là del significato, e di come si possa scrivere in modo chiaro e corretto anche per creare un’apparente confusione.

Equivoci, banali fraintendimenti, assurde perdite di tempo generano incomprensione tra quelli che non sanno leggere oltre le parole e le frasi pronunciate per convenzione.

LA CHIAVE

Il signor Veneranda si fermò davanti al portone di una casa, guardò le finestre buie e spente e fischiò più volte come volesse chiamare qualcuno.
A una finestra del terzo piano si affacciò un signore.
“ È senza chiave?”- chiese il signore gridando per farsi sentire.
“Si, sono senza chiave” gridò il signor Veneranda.
“E il portone è chiuso?“ gridò di nuovo il signore affacciato.
“Si è chiuso - rispose il signor Veneranda.
“Allora le butto la chiave”.
“Per fare cosa? - chiese il signor Veneranda.
“Per aprire il portone - rispose il signore affacciato.
“Va bene, - gridò il signor Veneranda - se vuole che apra il portone, butti pure la chiave”.
“Ma lei deve entrare?”
“Io no. Cosa dovrei entrare per fare?”
“Ma non abita qui lei? - chiese il signore affacciato, che cominciava a non capire.
“Io no - gridò il signor Veneranda.
“E allora perché vuole la chiave?”
“Se lei vuole che apra il portone non posso mica aprirlo con la pipa, le pare?”
“Io non voglio aprire il portone,- gridò il signore affacciato - io credevo che lei abitasse qui: ho sentito che fischiava”.
“Perché, tutti quelli che abitano in questa casa fischiano? - chiese il signor Veneranda, sempre gridando.
“Se sono senza chiave si!” rispose il signore affacciato.
“Io sono senza chiave” gridò il signor Veneranda.
“Insomma si può sapere cosa avete da gridare? Qui non si può dormire - urlò un signore affacciandosi a una finestra del primo piano.
“Gridiamo perché quello sta al terzo piano e io sto in strada - disse il signor Veneranda - se parliamo piano non ci si capisce”.
“Ma lei cosa vuole?” chiese il signore affacciato al primo piano.
“Lo domandi a quello del terzo piano cosa vuole, - disse il signor Veneranda - io non ho ancora capito: prima vuol buttarmi la chiave per aprire il portone, poi non vuole che io apra il portone, poi dice che se fischio debbo abitare in questa casa. Insomma io non ho ancora capito. Lei fischia?
“Io? Io no… perché dovrei fischiare?” chiese il signore affacciato al primo piano.
“Perché abita in questa casa - disse il signor Veneranda - l’ha detto quello del terzo piano che quelli che abitano in questa casa fischiano! Be’, ad ogni modo non mi interessa, se vuole può anche fischiare”.
Il signor Veneranda salutò con un cenno del capo e si avviò per la strada, brontolando che quello doveva essere una specie di manicomio.

Nei racconti del Signor Veneranda tutti hanno ragione, tutti sono a loro modo inconfutabili. Si perde la pazienza, si brontola, ma sempre con “creanza” come direbbe lui. D’altronde quel Signor davanti al nome non è casuale, ricorda un po’ un altro personaggio più o meno della stessa età, bizzarro, ma ugualmente elegante.

Il Signor Bonaventura di Sto

E se il Signor Bonaventura e il Signor Veneranda sono accomunati anche dall’avere sempre il cappello in testa, i maiali invece non portano scarpe.

I MAIALI NON PORTANO SCARPE

Il signor Veneranda entrò dal pedicure, si sedette sulla poltrona e disse:
“Sono venuto da lei per farle vedere il mio piede”.
“Sono ai suoi ordini, - rispose il pedicure inginocchiandosi - vuol levare la scarpa per favore?”
“La scarpa?” chiese il signor Veneranda stupito.
“La scarpa” rispose il pedicure.
“Non ho mai sentito dire che i maiali portano le scarpe - disse il signor Veneranda.
“I maiali?”
“I maiali.”
“Ma lei… - balbettò il pedicure stupito.
“Ma io che cosa? - chiese il signor Veneranda levando di tasca uno zampone di maiale - Io sono venuto da lei per farle vedere il mio piede. Non è pedicure lei?”
“ Sì.”
“E allora, cosa c’entrano le scarpe?”
“Se lei deve farmi vedere il suo piede, deve levarsi la scarpa - disse il pedicure.”
“Sarà come dice lei, - disse il signor Veneranda scotendo la testa - io non ho nessuna difficoltà…”
Il signor Veneranda si levò una scarpa e tese il piede di maiale che teneva in mano.
“Cosa ne dice? - disse.
“Ma, - balbettò il pedicure stupito indicando il piede di maiale - è questo il piede che voleva mostrarmi?”
“Ma certamente! - rispose il signor Veneranda. - Che piede credeva?”
“Ma… e perché…? - balbettò il pedicure.
“Perché che cosa?”
“Perché vuol farmi vedere questo piede di maiale?”
“Così - rispose il signor Veneranda - glielo faccio vedere perché non ho nessun motivo di tenerlo nascosto, del resto lo posso far vedere a chiunque, non è mica mostruoso un piede di maiale, anzi, credevo che le potesse far piacere.”
“Ma - balbettò il pedicure - se voleva mostrarmelo così… poteva fare a meno di levarsi la scarpa.”
“La scarpa? Ma se è stato lei che me l’ha fatta levare. Io non volevo levarmi la scarpa ma lei ha insistito tanto. Me la sono levata per fare un piacere a lei, capirà, non si sa mai con chi si ha a che fare”
“Io non…”
“Lei non - urlò il signor Veneranda rimettendosi in fretta la scarpa - lei non capisce niente, lei ha voglia di far perdere il tempo alla gente, ha capito?”
E il signor Veneranda se ne andò sbattendo la porta.

E questo racconto tira qui dentro a chiudere il cerchio, anche un altro grande artista dell’epoca che lavorava sulle parole in libertà e ne esasperava il significato attraverso i suoi disegni: Jacovitti. Il suo salame con le zampe gironzola in mezzo a scenari non sense con la stessa acuta naturalezza che usa il Signor Veneranda quando porta il piede di maiale dal pedicure.

illustrazione dal sito ufficiale di Jacovitti

Purtroppo in rete si trovano pochi contributi dedicati al Signor Veneranda, googlate per trovare altri racconti. Nel frattempo noi ci impegniamo a farlo conoscere un po’ di più.