Il museo dei siti web

Sì, esiste e racconta un pezzo della nostra storia

Il sito di Ikea.com così com’era il 2 dicembre 1998

Io ogni tanto ci faccio un giro, vado a vedermi miei vecchi lavori che non sono più difatto in rete e che potrei certo ritrovare nell’archivio aziendale, ma così sul web, sembrano ancora vivi e fanno tenerezza.

Poi passo in rassegna i giganti dell’ecommerce ed è lampante il cambiamento nel tempo della struttura, dei colori, dei font. Quando ancora il mobile non dettava legge e il responsive era impensabile, leggevamo dentro queste finestrelle, piene di colonne e bottoncini, con piccole icone e piccole foto.

Il sito di Apple così com’era il 14 luglio 1997

È cambiato il nostro modo di leggere, l’ultima cosa che vogliamo fare quando siamo davanti ad un computer è rallentare, occuparci di una cosa sola alla volta, scorrere un testo troppo lungo e fitto. Il nostro tempo davanti alla macchina è un tempo attivo: clicchiamo, cerchiamo, comunichiamo, condividiamo, sinteticamente e velocemente. E forse questo tempo attivo ha modificato anche i rapporti con le persone nella vita senza device.

Torniamo al nostro museo. Mano a mano che si sposta la barra di consultazione, ci si avvicina ai nostri giorni e le cose diventano più consuete. Ma si nota pure una maggiore omologazione dei contenuti, delle immagini, dei framework, anche perché nel frattempo, i siti non solo si sono aggiornati, ma sono anche aumentati (mentre scriviamo sarebbero 5.48 billioni).

È un gioco che ti prende la mano e ti possono capitare aziende che non esistono più, oppure alcune che non erano neppure nate in quel periodo.

Il sito di Google, 11 novembre 1998

Il museo esplora 330 bilioni di web page e fa parte di un progetto di archiviazione digitale più ampio che riguarda anche libri, immagini, audio e video. Tutto questo scibile umano digitale lo potete trovare qui:

“Internet è forse diventata soltanto un grande esperimento umano?” (David Gillmor)