Apri le orecchie, chiudi gli occhi

Su Keith Jarrett, il suo piano e il mare di Juan les Pins

foto by @paroledavendere

Ogni anno a luglio da 56 anni si tiene a Juan les Pins uno dei più suggestivi Festival Jazz europei. Tutti i grandi sono passati di lì. Addirittura ad alcuni artisti, come a Keith Jarrett ad esempio, è stata anche conferita la cittadinanza onoraria di Antibes-Juan les Pins.

Se mi dovessero chiedere di fare un elenco dei miei concerti preferiti, sicuramente nella top list ci sarebbe quello del Keith Jarrett Trio a Juan les Pins nel 2007.

Uno dei primi concerti di Keith Jarrett a Jun les Pins nel 1986

Il ricordo di un palcoscenico senza limiti, perché dietro c’era solo l’orizzonte del mare, l’estate, la pineta, la sera senza nuvole, si espandono nella mia memoria. Anche perché sopra quel palco c’era un ometto che suonava quasi in piedi, accompagnato da Gary Peacock e Jack Dejohnette, contrabbasso e batteria. Suonava con quei mugugnii a lui cari e, mentre fuori c’era la solita vita di Riviera, lì dentro eravamo tutti rapiti e in silenzio.

Poi accadde una cosa strana.

Spuntarono addetti alla sicurezza con le spalle voltate al palco, scaglionati, 2 o 3 per settore. No, non per questioni di ordine pubblico, non era ancora il tempo. I ragazzi in uniforme, con le mani conserte dietro alla schiena, dovevano vigilare sugli spettattori in modo che nessuno scattasse una foto a KJ.

Keith lo sanno tutti, non ama essere fotograto durante le sue performance e lo dichiara anche in ogni concerto. In sintesi il suo ragionamento non fa una piega: sei venuto qui per ascoltare la mia musica, che te frega di fotografarmi mentre suono il piano? Le foto non emettono note, la musica è immaginazione. La musica è abilità, non filtri o sfocature.

È vero. La foto che fai all’evento serve più per dire io c’ero, l’ho visto, che per altro. Di Jarrett foto ne puoi trovare quante ne vuoi in rete, scattate da professionisti, tanto più che, di solito, la maggioranza degli spettatori è lontana dal palco e il ritratto che ne uscirebbe sarebbe di un musicista in formato Lego.

Nel 2007 Instagram doveva ancora nascere e “la seconda trama nascosta” delle nostre vite era dormiente. Esistevamo anche se non avevamo foto patinate da condividere.

Quindi, alla fine, di quel concerto non ho uno straccio di foto (anche perché se Keith ti beccava e smetteva di suonare, sai che bella figura…), ma resta ugualmente indelebile nei miei ricordi, forse pure un po’ trasfigurato. Ne resta la musica, impastata con la luce del tramonto, i movimenti danzerini di uno dei pianisti più bravi del mondo, le facce raccolte e godute degli spettatori. Insomma ne resta una magia, senza prove, così, sulla parola.


Bugia. Una foto ce l’ho. A palco vuoto. Fatta con un cellulare di 9 anni fa. E fa un po’ tenerezza. Eccola qua.

Jazz a Juan 2007 (scattata da me)