Patrimonio dell’umanità

Sono i nostri dati personali che ormai rappresentano il più grande monumento al mondo da tutelare

San Francisco, California Street by paroledavendere©

Tempo fa un amico a cui avevo inviato l’invito a mettere like alla nostra pagina aziendale Facebook, mi disse “Io ti metto il like, ma tu in cambio metti il like alla mia”. La maggior parte delle persone ci tiene alle proprie preferenze, alcuni le centellinano come gocce di aceto balsamico, altri invece le dispensano a destra e manca, con generosità e calore, altri le usano per ferire o gratificare.

Perché il like in effetti è una specie di moneta di scambio, è un valore. E difatti c’è pure chi li vende.

“Questa accumulazione è il capitale dei social media, una valuta simbolica il cui valore si misura in «Io»” (Kenneth Goldsmith)

Trasvoliamo sopra tutti i meccanismi social che un like (su Facebook, Instagram o Linkedin) può scatenare e concentriamoci sul dato. Perché poi alla fine di questo si tratta. Ti sto dicendo bravo, sono d’accordo con te, hai scritto bene… mi piaci!

Tutti questi pollicini alzati o cuoricini vanno a far parte di un monte dati che definisce il nostro profilo. Il fatto è che ormai bilioni di persone al mondo si sono scoperte, hanno postato, bannato, laicato, seguito, defollowato, pinnato, tuittato… infinite volte nella loro vita. Per non parlare di quando abbiamo acquistato online, ci siamo geolocalizzati o registrati ad un servizio. Immaginate tutti questi dati insieme, materializzati: coprirebbero forse un intero continente, galleggerebbero sugli oceani e forse anche un po’ tra le nuvole.

Le linge qui sèche by Laurent Chéhère©

Praticamente giriamo per il mondo, siamo venduti, scambiati e quotati in borsa, restandocene comodamente seduti in poltrona o smanettando sul cellulare, al massimo facendo una corsa attorno all’isolato.

E queste informazioni sono diventate in realtà, alla fine, ormai di tutti: un immenso patrimonio immateriale dell’umanità, che aumenta ogni giorno, costantemente. E come tutti i patrimoni è prezioso, va tutelato e conservato. È la quantità che fa stare in piedi il web, ed è la quantità che ha regolato le enormi dispersioni di dati (leaks).

Ognuno di noi in si è trasformato in un bibliotecario, in un archivista dilettante o in un custode delle nostre ricche collezioni. Incartelliamo, buttiamo sul cloud, abbiamo banche immagini personali e persino mini server casalinghi.

Ma poi la verità alla fine è che siamo più concentrati a produrre dati che a consultarli. Ci piace postare, commentare, vedere i tweet retwittati, magari anche essere taggati. Ci troviamo costantemente riflessi nel web: la nostra faccia è la prima cosa che vediamo quando apriamo un social e la foto profilo ci accompagna in ogni cosa che facciamo. Mai sono stati prodotti così tanti contenuti. Sentiamo la necessità di dire la nostra, di metterci in palcoscenico o di produrre qualcosa.

C’è chi sta già creando archivi cartacei di opere web, ma se, evidentemente, tutte queste opere fluide non possono trovare spazio nei musei, come faremo a conservare una memoria collettiva immateriale?