Il libro

Sola, nel silenzio della mia casa. Sveglia alle 5.40. Un sogno ha agitato il mio riposo e lo ha interrotto. C’eri anche tu, lì dentro. Così il mio ipotalamo ha deciso che era meglio farmi aprire gli occhi.

So che tentare di rimettermi a dormire sarebbe inutile; allungo il braccio e prendo un libro dal comodino. Uno di quelli che hai dimenticato di aver comprato ed è finito sotto la pila traballante dei volumi da letto. Jonathan Coe. Perché ho comprato un libro di Jonathan Coe? Non lo ricordo. Immagino faccia parte della categoria acquisti compulsivi. Mi piace girare dentro le librerie senza meta. Sono convinta che siano i libri a cercare il proprio lettore: ne annusano l’odore, come segugi, e quando trovano quello giusto, si mettono in bella mostra. Sono esseri concupiscenti, i libri.

Mentre rigiro più volte il piccolo parallelepipedo tra le mani, riaffiora alla memoria un altro volumetto, ancora conservato nell’astuccio di cartone in cui il negoziante me lo ha dato. È un po’ malconcio, poverino. Come noi. La legatura è allentata. E sulla copertina vi è anche una leggera macchia: forse il piattino di un caffè o di un calice di vino.

Lo avevo comprato per te, in una libreria antiquaria. Ci passavo davanti tutti i lunedì mattina. Era un delizioso negozio, non molto grande, vecchio stile con i mobili di legno scuro, affollato di meraviglie. Ai lati dell’ingresso, due piccole vetrine angolari. Il libro era lì, posato accanto a un esemplare in 32esimo di poesie di Ovidio. Ornata del mio cappello e coperta dai miei inseparabili occhiali da sole, entrai e lo comprai, senza chiedere alcun’altra informazione.

Ero molto felice all’idea di farti questo regalo. Pensai di confezionarlo con una magnifica carta blu. Mi piace il blu: il cielo, il mare, la notte, il non ti scordar di me. Ne avevo trovata una molto bella, artigianale, elegante, color blu Cina.

Preparai il pacchetto con tutta l’allegria, che nasce dalle piccole stravaganze. Niente nastro, non ti si addice. Per chiuderlo, scelsi un bel cordone di passamaneria avorio. All’interno, avevo infilato un biglietto dello stesso colore della carta, in busta sigillata. Avresti dovuto aprirlo quando saresti stato solo, lontano da tutti i rumori.

Mi infilo la vestaglia e a piedi nudi, incerta sul da farsi, mi avvicino alla scrivania. Sbircio appena nel cassetto: il pacchetto è ancora al suo posto, dove lo lasciai allora, allacciato nel suo nodo Savoia.

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