L’avventura del piano sbagliato

Una nuova affascinante avventura di Sherlock Holmes… quale sarà mai il piano sbagliato?

— Holmes, come lei sa io sarei l’ultimo a…

— Amico mio, se c’è qualcosa che posso fare non ha che da chiedere. Anche se temo che recuperare quel bel ritratto italiano non sarà così agevole…

— Ma Holmes… lei è… — e mi trovai a balbettare, cercando una parola che andasse bene per l’occasione.

— Ci incontriamo dopo alcuni mesi: e lei è felice ma, al contempo, appare imbarazzato. Vorrà chiedermi qualcosa. Il vestito, nuovo e su misura, mi dice che non ha bisogno di un prestito. La sua età mi fa sperare che non sia imminente un altro matrimonio. Quindi o nelle ultime settimane mi sono ridotto ad un rudere e lei non ha il cuore di dirmelo, o lei sta macchinando di strappare un pacifico apicultore delle South Downs per portarlo a confrontarsi con il suo impegnativo passato. Non sbaglio vero?

— E quando mai lei sbaglia, Holmes? Ma per il ritratto? Come faceva a saperlo?

— Lei ha in tasca un giornale. “L’ordine. Corriere delle Marche”: un titolo evidentemente italiano, lingua che lei non legge. Ergo, il giornale è destinato a me. Il Times ci ha solertemente informati nove giorni fa che durante una visita del Marchese di Londra in una località chiamata Senigallia è stato rubato un dipinto, “Ritratto di donna”, di Umberto Boccioni. Cosa potrebbe esserci di più chiaro?

— Anche questa faccenda è chiara, per quanto spinosa. Fra i miei pazienti ho l’onore di avere Lord Darcy, segretario della camera di giustizia di Sua Maestà. Costui è in viaggio di piacere in Italia assieme al figlio cadetto: ragazzo di vent’anni noto alle cronache, oltre che per i suoi ottimi risultati nel nuoto universitario, anche per frequentare compagnie ben poco adatte al suo stato sociale — donne e gioco per essere precisi. Lord Darcy per sottrarlo a queste cattive influenze aveva deciso di portarlo con sé sul continente per alcuni mesi. Ed anzi…

Ma qui mi interruppe un suo gesto — Watson, avremo modo più avanti per badare ai dettagli. Per ora atteniamoci alle linee principali, se non le dispiace.

Un po’ piccato, proseguii — Molto bene allora. I due dopo Firenze, Lucca, Roma e altre città, arrivarono a Senigallia, dove avevano programmato una sosta per godere di alcuni giorni di mare. In quei giorni si teneva un incontro di alcuni pittori delle ‘avanguardie artistiche’ italiane, così le hanno definite i giornali: Lord Darcy ne approfittò per invitare il Marchese di Londra, suo intimo amico, che si trovava già a Roma per acquistare alcuni pezzi ed arricchire così la sua già vasta collezione. Sua Grazia accettò e tre giorni dopo si ricongiunse a loro, prendendo alloggio all’ultimo piano dell’albergo dove già alloggiava Lord Darcy. Struttura di altissimo livello, con personale degno della massima fiducia, a suo dire. I due rimasero quasi sempre insieme, fino all’ultima sera quando Lord Darcy ricevette un invito per cena da un vecchio commilitone che risiedeva nella zona. Il figlio declinò l’invito, dicendo che sarebbe andato ad assistere ad uno spettacolo teatrale mentre il Marchese si recò ad una mostra all’Hotel Bagni, con l’obiettivo dichiarato di fare acquisti.

Dopo una breve pausa, proseguii la narrazione — I vini locali, mi dicono, sono ottimi ma forti; e Lord Darcy, che di solito ha l’abitudine di rientrare incredibilmente tardi da incontri di questo tipo, accusò un fortissimo mal di testa che lo spinse a rientrare verso mezzanotte. Avendo con sé la chiave, non volle essere accompagnato da un cameriere e salì le scale. Arrivato alla porta di quello che credeva essere il suo appartamento…

A queste parole il mio amico sembrò riscuotersi — ‘Credeva’, Watson?

— Lord Darcy occupava il quarto piano mentre Sua Grazia occupava quello immediatamente superiore; due strutture identiche che coprono ognuna l’intero piano e che differiscono solo per la visuale verso l’esterno. L’ingresso era quindi identico e Lord Darcy ammette di essere stato, uso le sue parole, ‘forse troppo frastornato per rendersi bene conto’, tanto da aver problemi con la chiave che gli cadde più volte di mano e sembrava non voler girare nella serratura.

— Ora è tutto chiaro. Prosegua pure.

— Sono arrivato alla fine ormai. Lord Darcy, per riprendere fiato, si appoggiò alla porta. Così facendo sfiorò la maniglia che scese di colpo, facendo capire che la porta era sempre stata aperta. Dentro era tutto buio, ma gli parve di distinguere dei suoni smorzati, come qualcuno che respirasse e si muovesse nell’oscurità. Allarmato cercò a tentoni la luce, e fece appena in tempo ad accenderla che fu colpito alla testa e perse i sensi.

Si risvegliò mezz’ora dopo, con un dolore pulsante alla nuca: al suo fianco il figlio e una giovane a lui sconosciuta. Si trovava sul pianerottolo del quinto piano e il ragazzo lo aiutò a tornare nelle sue stanze mentre la ragazza si dileguò in un istante. La scena era eloquente: tazze e bicchieri sulla tavola e sui letti, lenzuola disfatte, un fortissimo e dozzinale profumo femminile in ogni ambiente ed una serie di piccoli schizzi molto ben fatti sul tavolo che raffiguravano la ragazza appena incontrata: era nuda e in pose che, cito sempre testualmente dalla sua lettera, ‘sarebbero parsi indecenti all’Olympia di Manet’.

Vista la situazione il ragazzo ammise di essere uscito da teatro e di avervi incontrato lì una giovane italiana con cui poi aveva passato piacevolmente la serata. In un altro momento il padre si sarebbe sicuramente infuriato per questa ricaduta nel vizio, ma il colpo e la confusione lo spinsero a raccontare al figlio ciò che era successo. E, aggiunse, quando si era accesa la luce, per un istante gli era parso di vedere sul tavolo il “Ritratto di donna”. La cosa dava a pensare, ma i due, entrambi stanchi, decisero di andare a letto. Il giorno dopo furono informati del furto, avvenuto alle undici della sera precedente: ovviamente la notizia li sconvolse e cercarono di capire cosa fosse successo.

La cronaca, scarsa, diceva solo che un ladro, piccolo e mingherlino, si era confuso fra la folla e, approfittando di un momento di distrazione generale, aveva portato via il quadro. Ora, la stazza di Sua Grazia lo rende al riparo da possibili sospetti ma…

— Ma ovviamente nulla vieta che possa aver avuto dei complici o che sia stato il mandante — mi interruppe seccato Holmes, come se la cosa fosse ovvia.

— In realtà non ne avrebbe avuto bisogno — aggiunsi — Sua Grazia viaggia sempre con Lord Bontriomphe, figlio di un suo caro amico e che gli funge da segretario particolare; alto meno di un metro e sessantacinque, mingherlino, volto quasi femmineo, gesti molto veloci. Quella sera era uscito da solo per fare due passi dopo cena e disse di essere rientrato verso poco dopo la mezzanotte e di essere andato subito a dormire. Ovviamente la posizione di Lord Darcy era talmente delicata da non poter chiedere altro senza destare sospetti.

— Ovviamente.

— Visto il padre molto agitato per tutta la mattinata, il figlio di Lord Darcy gli consigliò di ripercorrere le scale dalla hall fino alle stanze di Sua Grazia e di osservare ogni dettaglio, nella speranza di richiamare in mente un qualunque ricordo. Lo fecero assieme e, arrivati quasi in cima, a pochi metri da dove si era risvegliato Lord Darcy, videro alcune evidenti tracce di cenere di sigaro. Il dettaglio può sembrare poco importante se non che quella stessa mattina, nel risistemare la propria giacca, il mio paziente si era accorto che aveva una recentissima bruciatura sulla manica destra. Dato che in famiglia nessuno fuma e che anche l’ospite della sera precedente seguiva il loro esempio, è più che probabile che la traccia sia stata frutto della disavventura notturna. Come le ricordo, Holmes, gli ultimi due piani sono riservati esclusivamente a Sua Grazia e a Lord Bontriomphe quindi solo loro e il personale percorrono quella scala: e le possibilità che qualcuno del personale fumi in pubblico sono nulle, come può immaginare.

— Di conseguenza questa cenere deve sicuramente la sua origine ad un ospite dell’albergo.

— Esattamente. Ora però, leggo testualmente — e, inforcati gli occhiali, consultai la lunga lettera che avevo ricevuto dal mio paziente — Sua Grazia, cosa ben nota e risaputa in tutti gli ambienti, è un affezionatissimo consumatore dei sigari Partagás della migliore qualità; Lord Bontriomphe d’altro canto, a quanto ne so, fuma esclusivamente sigarette Regie, confezionate appositamente per la sua famiglia secondo sue precise istruzioni.

Aspettai qualche minuto e poi ripresi — Non ho bisogno di spiegarle, Holmes, le apprensioni di Lord Darcy. Qualcuno l’ha colpito alla testa: un bernoccolo lo dimostra più che chiaramente. Prima di essere colpito lui afferma di aver visto, anche se solo per un istante, il quadro che poi si scopre essere stato rubato. La cenere del sigaro è stata osservata sia da lui che dal figlio: e così la giacca, che tutti assicurano essere stata integra quando Lord Darcy uscì di casa la sera prima.

Holmes concordò con me — In effetti pensare ad una precognizione o qualcosa di simile mi sembrerebbe un po’ troppo outré non crede?

— D’altra parte, chi accusare? Sua Grazia è con ogni evidenza al di sopra di ogni sospetto; Lord Bontriomphe, d’altro canto, non si è mai interessato d’arte contemporanea, a quanto si dice, e viene da una famiglia molto ricca.

— Non sempre le famiglie ricche provvedono però a rispondere ad ogni richiesta di denaro, non crede Watson?

— Naturalmente ha ragione Holmes. Però è anche vero che esistono collezionisti fanatici che sarebbero disposti a tutto pur di entrare in possesso di un pezzo unico, magari on in vendita.

Il mio amico si alzò e si mise a guardare fuori dalla finestra, mentre osservai che aveva cominciato a piovigginare.

Visto che non diceva nulla, ripresi — Un’accusa errata, come lei capirà benissimo, solleverebbe uno scandalo inimmaginabile. D’altra parte tacere significa essere conniventi di un furto nonché frequentare una persona che ha commesso un’azione così.

— Da quel poco che so di Lord Darcy — affermò il mio amico — non credo sia uomo da concedere asilo al crimine, nel caso ne sia a conoscenza.

— Lo credo anche io. — dissi a bassa voce. — Lui comunque mi ha scritto chiedendomi di parlarle e di chiedere un suo suggerimento, qualora il suo pensionamento fosse definitivo e non permettesse una momentanea ripresa del servizio. Ha aggiunto che fra pochi giorni entrambi lasceranno l’Italia e che, se i suoi bagagli non vengono ispezionati da anni in virtù della sua posizione, Sua Grazia e il suo seguito sono ancora più inavvicinabili. La polizia di frontiera non interverrà mai senza avere prima una solida certezza. E neanche lui oserà parlare, credo.

— Holmes — proseguii poi in un accorato appello — non credo sia possibile lasciare un gentiluomo inglese in tali ambasce, a continuare a domandarsi chi sia stato e a perdere la fiducia nell’intero genere umano per colpa di uno. Se lei mandasse un telegramma potrebbe chiedere quanto le può essere utile: e il suo acume, che qualche minuto fa mi ha dimostrato essere ancora così vitale, e del quale io non ho mai dubitato, potrebbe garantire la felicità ad uno nostro simile.

— Ha ragione Watson — mi rispose — se lei fosse così gentile da aprire il cassetto e prendere un modulo, potrebbe compilarlo e farmi la cortesia di inviare non appena le è possibile.

— Ma certo, amico mio — esclamai con gioia — mi dica pure. Che cosa devo chiedere?

— Perché perdere tempo e denaro con delle domande, Watson. Non faremo prima ad indicare chi sia il colpevole e dove si possa trovare il quadro rubato?

© 2017 John H. Watson (?) Andrew Daventry

Sfida al lettore:

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