
Twitter, il desiderio di esistere
L’identità digitale e i nuovi bisogni
Il 70% degli utili dal mobile. E’ questo uno dei fattori chiave del fantastico debutto di Twitter a Wall Street. Il modello di business forse non è chiarissimo ma è da lì che possono arrivare milioni, anzi miliardi di dollari. Un recente report Ericsson ci dice che le utenze tlc legate a smartphone triplicheranno entro il 2019 e il traffico aumenterà di 10 volte, anche grazie alle reti LTE. Come resistere al richiamo dell’uccellino blu?
Poi ho letto Simon Kuper, un paio di giorni fa, e ho finalmente capito di più del successo di Twitter.
“Noi classe media stiamo semplicemente vivendo quello che la classe operaia vive dagli anno ‘70 — scrive Kuper- Minatori e operai avevano lavori duri e sgradevoli, ma questi lavori conferivano identità — in parte proprio perché erano duri. Oggi la maggior parte dei posti di lavoro della classe operaia comportano un servizio a persone: si versa il caffé, si guida il taxi o si seguono bambini o anziani. Ma è difficile costruire un’identità a partire da lavori servili”. Il vero divario di classe è quello che separa le persone che scelgono il loro lavoro da chi non può permettersi di scegliere: “I giovani di oggi per lo più non lo fanno. Se hanno un lavoro, spesso consiste in un impiego di servizio. Ciò significa che devono definire se stessi, senza il beneficio di un’identità professionale. Molti lo fanno attraverso il consumo: tu sei il tuo Mac o il caffé preferito. I social media offrono altre strategie”.
Don’t Tweet!
Una di queste sono le foto di noi stessi, gli scatti che ci rendono turisti del quotidiano mentre aspettiamo il bus, siamo in treno, mangiamo alla mensa dell’università. Il trionfo dei ‘selfies’ in fondo non è nuovissimo: nella Firenze rinascimentale, ci sono autoscatti degni di Instagram in affreschi che narrano la vita di santi, guerre, miracoli. Accanto all’eremita compare il mecenate che ha pagato l’opera, dipinto da un artista il quale, a sua volta, non di rado firma con il suo ritratto inserito fra la folla, i soldati, i pastori.
Quello che è davvero nuovo e mai sperimentato prima nella storia dell’umanità è che la soddisfazione di questo bisogno di ‘like’, di convalida di un’impresa, un pensiero, di un’intera esistenza è ora portata di un click per centinaia di milioni di persone armate di smartphone proprio mentre la trasformazione dei processi produttivi le rende ancora più anonime, insignificanti, precarie.
Il processo apparentemente inclusivo della condivisione in Rete di tutti i momenti della nostra giornata, lo share dei social network, non è certo solo rincorsa narcisistica di followers e apre spazi di confronto e di conoscenza comunque allargati. Per il Wall Street Journal Twitter sarebbe piaciuto molto anche a Cicerone: come tenere lontano il principe della retorica dalla piazza globale? E poi, sono innumerevoli le nascite di un ‘noi’, di una community di utenti, a partire dalla condivisione di un post, un tweet, un documento pubblicato sul web: per seguire un evento, sensibilizzare su un tema, mobilitare elettori in una campagna elettorale.
Il catastrofismo sui pericoli della Rete non ci piace. Abbiamo bisogno di postare, twittare, scrivere per comunicare. E’ divertente, stimolante, interessante. Ma siamo disposti a demolire la nostra privacy e a regalare informazioni sulle nostre preferenze, i nostri acquisti, i nostri amici, anche perché con Twitter e Facebook affermiamo la nostra identità in un’epoca nella quale gli altri fattori di identificazione — lavoro, chiesa, nazione e famiglia ad esempio — sono più deboli. Sinergie fra vecchi e nuovi media offrono ad attori non disinteressati una possibilità irrealistica solo pochi anni fa: la contabilità del consenso in tempo reale.
Sta cambiando il nostro modo di dire le cose, di comprendere quello che accade, di costruire la nostra identità: e Twitter in tutto questo ha un ruolo.
Email me when pchapeaux publishes or recommends stories