La propaganda sull’olio tunisimo

Nella crisi dei migranti che affligge l’Europa da oltre un anno, uno dei motti più sbandierati da una certa destra, italiana soprattutto, è quello all’insegna del “aiutiamoli a casa loro”. Facile a dirsi, difficile a farsi. Da quel lato della barricata le risposte concrete difatti latitano, e spesso si fermano alla sola propaganda di rito. Quando però le possibili soluzioni arrivano da quella stessa Europa a cui spesso si fa opposizione a prescindere, le reazioni sono pregne di allarmismi demagoghi.

L’ultimo in ordine di tempo è quello che riguarda la vicenda dell’olio tunisino. L’Europarlamento ha infatti dato nei giorni scorsi il definitivo okay alla distribuzione, senza dazi, di 70mila tonnellate di olio tunisino nei territori degli Stati membri fra il 2016 ed il 2017, in aggiunta alle quasi 57mila già previste; l’obiettivo è quello di dare un sensibile aiuto ad un’economia, quella magrebina, morsa fra conflitti e minacce jihadiste, ed in cui sono impiegate oltre 1 milione di persone. Ecco, si diceva: “aiutiamoli a casa loro”; questa sarebbe un’ottima opportunità, soprattutto alla luce del fatto che, ad oggi, la Tunisia è l’unico paese a sistema democratico nel Nord Africa — e nel quale la primavera araba non è stata agilmente soffocata da regimi dittatoriali o da governi fantoccio.

Apriti cielo. Ecco che Fratelli d’Italia, la Lega, gli eterogenei amici del Movimento 5 Stelle e populisti assortiti insorgono. “L’ennesimo smacco al made in Italy!”, “traditori!”, “difendiamo i nostri prodotti!”, “e i marò?!” et similia si sono affastellati con copiosità in quell’immenso oceano di parole che sono i social network, senza ovviamente grande cognizione di causa, ed a cui ha contribuito anche la Coldiretti, lanciando allarmi sulle conseguenze dell’accordo in questione per l’economia dell’olio italiano, con moniti del tipo “1 azienda su 3 è in pericolo”; affermazioni alle quali non sono seguite argomentazioni convincenti. Come mai? Perché si tratta di una fesseria.

Ad oggi infatti l’Italia ha un fabbisogno annuale, per circa 600mila tonnellate, superiore rispetto a quella che è la produzione nazionale; il ché ci obbliga ad importarlo, da Spagna e Grecia soprattutto, due fra i leader del mercato europeo. A ciò va aggiunta l’esportazione del prodotto nostrano, pari a quasi 400mila tonnellate (fonte). Insomma, ‘sta cosa dell’olio tunisino danneggia in minima parte l’industria olearia italiana (con un’incidenza sul territorio del 2% circa), perché, in soldoni, magnamo più olio di quanto ne facciamo, soprattutto considerando la crisi produttiva che attraversa il settore da qualche tempo — a tal proposito ecco un’interessante inchiesta sulla questione svolta nel 2014 da Repubblica. Quindi chi se ne frega se quello che arriva dalle nostre parti proviene da Spagna o Tunisia; l’importante è che l’olio corrisponda ai criteri di qualità imposti dalle norme europee, e che venga dichiarata chiaramente la provenienza.

Tra l’altro, l’olio tunisino è già presente nel mercato italiano, seppur in modo mascherato. Per capirlo basta andare in un qualsiasi supermercato e beccare, fra le bottiglie a marchio italiano, quelle con la minuscola ed ambigua dicitura “olio mediterraneo”. Sono infatti molti i produttori italiani con le mani in pasta in Tunisia, con vasti possedimenti di uliveti in terra magrebina; senza contare poi che l’Italia ha la leadership nell’industria della tecnologia dei frantoi, e quindi sì, anche nell’olio africano c’è tanto di italiano, in un modo o nell’altro. La battaglia da fare sarebbe quindi sulla certificazione di quello che è effettivamente un prodotto italiano; ed infatti, sempre al Parlamento europeo, insieme all’accordo in questione è stato posto l’obbligo di tracciabilità del prodotto tunisino, al fine di verificare eventuali danni alle economie olearie europee.