Il Parco Nazionale del Vesuvio

Napoli brucia e a nessuno frega niente

Ai classici problemi di gestione dell’emergenza si aggiunge l’inciviltà generale di fondo di un popolo che non ha mai amato la natura.

Quando sono tornato a Napoli ieri sera mi ha accolto una cappa di fumo immonda. Più mi allontanavo da Roma e più aumentavano i roghi: sulle montagne, fra i palazzi, nelle campagne. Ho passato gran parte del pomeriggio su Twitter seguendo, impotente, gli aggiornamenti del disastro. Ho quasi lanciato via il telefono per la collera quando ho letto che un terzo del parco degli Astroni, l’unico polmone verde e incontaminato della città, era andato distrutto.

La maggior parte dei napoletani non ha mai avuto rispetto per la natura. Anzi, la natura non sa nemmeno dove sta di casa. La maggior parte dei napoletani ai parchi non ci va, non ne sente il bisogno. Una passeggiata nel bosco al riparo dalla calura non l’ha mai fatta, ha sempre preferito altro. Quando sono stato l’ultima volta alla riserva degli Astroni, due estati fa, c’erano 10 persone. Le altre 800mila erano a litigare per 20 centimetri di spazio al Nabila.

“A Napoli nessuno si indigna per delle piante bruciate. E ciò che non indigna, viene tollerato”.

Non mi stupisco più quindi quando vedo fare spallucce davanti alla mostruosità di questi giorni, almeno fino a quando le fiamme non arrivano — come a Posillipo — sotto casa. Non mi stupisce più sentire quelli un po’ meno strafottenti dare la colpa allo Stato, o ai complotti organizzati da quelli del nord per scoraggiare i troppi turisti scappati da Milano a Napoli (sì…).

Alla classica disorganizzazione dei soccorsi si aggiunge in realtà un problema che è endemico e strutturale (di educazione, di civiltà), e che non si scalfirebbe nemmeno con un dispiegamento straordinario di forze già in inverno (lo Stato, appunto). Se sei una merda l’incendio provi ad appiccarlo, con o senza Rambo che gira di pattuglia per il Virgiliano. Se poi a nessuno frega un cazzo degli alberi, di incendi ne appicchi 3. Nell’indifferenza generale.

A Napoli nessuno si indigna per delle piante bruciate. E ciò che non indigna, viene tollerato (vedi voci da 1 a 3000 nella lista dei problemi della città). Un contingente militare o la protezione civile che pattugliano i boschi (aggiungendosi agli inefficienti Enti Parco) non arriveranno mai se i boschi continueranno a interessare soltanto 10 persone.

Se questa storia dovesse chiudersi con l’ultimo rogo, senza la pubblica gogna (mediatica, ovviamente) di tutti i colpevoli allora potremo definitivamente dichiarare morta la città di Napoli. Alla giustizia dovrà affiancarsi una fortissima operazione di “rieducazione” condotta dai media e dalle istituzioni (enti locali in primis: muovetevi a dichiarare lo stato di emergenza!), che dovranno mostrare fino al disgusto le immagini e il conto (salatissimo) dei danni, nonché la certezza della pena per gli assassini. Non servirà ad infondere in quei napoletani lo stesso rispetto per la natura che hanno gli svedesi (vi ricordo che buttiamo ancora le carte a terra), ma se questo non sarà fatto allora ogni delinquente comune saprebbe che può tranquillamente aspettare la prossima estate per disfarsi dei propri rifiuti speciali, per vendicarsi di un torto usando il fuoco o semplicemente per divertirsi un po’ devastando un ecosistema.

A pagarne le mostruose conseguenze in fondo sarebbero sempre soltanto in pochi, quei pochi stronzi che il 17 luglio preferiscono il bosco a Miliscola. Tutti gli altri continuerebbero a fregarsene fra un aperitivo e l’altro, magari non più al “park” ma a piazza Nazionale, un luogo a caso dei tanti (troppi) fatto di solo cemento e quindi ignifugo. A quel punto, per lo squallore, apriremmo tutti gli occhi. Forse.