Il moltipiedi

Oggi ho letto questa (clic) intervista (clic anche qua, faccio il verso, me ne scuso) di Chiara Spaziani a Paolo Nori in cui Paolo Nori, appunto, descrivendo il suo modo di guardare le cose, e mi son ricordato di quella volta in cui Nori, in un commento su facebook, aveva scritto “Socrate, il suo modo di stare in mezzo alla gente, come filosofo, è meglio, del modo di Cicciolina, di stare in mezzo alla gente, come filosofa”, insomma Nori, dicevo, cita la “storia del millepiedi” e scrive:

“Non so tanto, del mio modo di guardare, e quel che so preferisco fare finta di non saperlo: cerco di scrivere senza sapere come faccio. Viktor Šklovksij ha raccontato una variante della storia del millepiedi, che dice che c’era un millepiedi e aveva esattamente mille piedi o giù di lì; correva svelto, e la tartaruga l’invidiava, e gli aveva detto: «Come sei saggio! Come fai a indovinarle tutte, e come fa a avere tanta cognizione da sapere la posizione che deve occupare il tuo novecentosettantottesimo piede quando porti avanti il quinto?». Il millepiedi subito era contento ma poi aveva cominciato davvero a chiedersi dove si trovasse ogni suo piede, aveva messo su un ufficio per risolvere la questione, una cancelleria, la burocrazia, e era finita che dei piedi non poteva più muoverne neanche uno.”

La variante è divertente, molto russa, buona anche per l’Italia. La storia originale però, che io cito tutte le volte che posso quando son costretto a raccontare cos’è la scienza e non lo so, riguarda un centipede, una scolopendra. È una poesiola del 1871, attribuita a una certa Katherine Craster, e fa così:

A centipede was happy quite, until a toad in fun

Said, “Pray, which leg comes after which?”

This raised his doubts to such a pitch

He fell distracted in the ditch

Not knowing how to run.

Me l’ha fatta conoscere Feynman che la cita ne Il piacere di scoprire, lì dove riporta il discorsetto (clic) tenuto nel 1966 al meeting della National Science Teachers Association, a New York. E dice, Feynman: “Per tutta la mia vita ho fatto scienza e ho sempre saputo di cosa si trattava ma (…) son così preoccupato per l’analogia nel poema che tornerò a casa e non riuscirò più a far nulla”. E così m’è venuto da pensare che tutta la gente che apprezzo, nel suo modo di guardare le cose o di stare in mezzo alla gente, non assomiglia a una scolopendra.


Originally published at peppe-liberti.blogspot.it on February 11, 2015.