La solitudine del week end

Immaginate un grande sospiro prima di pronunciare queste parole:
“E anche questo week end sarò da solo”.

Detta così, sembra come se mi stessi piangendo addosso. Mi prefiguro in una vignetta con la testa talmente calata in avanti quasi da toccare con il mento lo sterno.

Che brutta immagine!!!

Ma scusate, chiedo, cos’è la solitudine? E per rispondere non scomodiamo né illustri sociologi, né luminari della psicologia.

Quella che intendo io, la mia personale definizione, è, semplicemente, frutto del desiderio che mi spinge a pensare che a volte stare da soli è sinonimo di relax, di quiete, di assoluta voglia di non fare nulla.

Si vive così freneticamente che alla fine, il sol pensiero di — chiamare qualche amico, per capire le sue intenzioni per la cena di domani sera (per esempio), cercare di mettersi d’accordo su dove andare e con chi, una volta deciso il luogo e l’ora, chiamare per la disponibilità e se c’è bloccarla a ogni costo, iniziare il giro di telefonate, o di whattsAppate per capire chi può unirsi a noi e chi no, se ci sono indecisi sfoggiare tutto lo charme persuasivo con l’unico obiettivo di raggiungere l’obiettivo: un raduno di amici per una cena del cazzo, nel solito ristorante del cazzo, con le solite persone, a parlare o sparlare degli altri, con l’unico scopo di smarcare sul calendario l’ennesimo sabato — mi fa pentire immediatamente di avere solo immaginato di poter uscire, pur di non restare da solo.

Dicevo…
A volte stare da soli è sinonimo di relax, di quiete, di assoluta voglia di non fare nulla.

Quando arriva il venerdì, si sa che rientrando da lavoro, si cercherà il parcheggio — possibilmente vicino casa, non fosse altro che per soddisfare l’orgoglio di aver fregato l’inquilino del 7 piano che non si sa come riesce sempre a parcheggiare sotto al portone e quando lo vedi scendere dalla auto con un ghigno stampato in viso, ti verrebbe voglia di prenderlo a calci nel culo — dove si deposita letteralmente l’auto per poi riprenderla dopo due giorni.

Si apre la porta e si varca la soglia di casa. Si richiude la porta alle spalle per riaprirla solo dopo due giorni e due notti di assoluta solitudine.

La mia solitudine non è solo frutto della stanchezza. La mia solitudine è una necessità fisica. Un bisogno impellente che deve essere liberato, un po’ come quando hai la vescica piena e cerchi a tutti i costi una toilette.

Una solitudine che ti sfianca e che ti fa pentire di non essere uscito a cena con Tizio e gli amici di prima.