Un artificio insensato

La sofferenza, il dolore, la malattia sono qualcosa di non-dicibile: da tenere nascosto.

Ieri, bastava essere introversi, lontani dalle convenzioni, o affetti da una qualsiasi malattia, per essere rinchiusi in istituti correttivi e perdere la propria dignità umana.

Oggi, più di ieri, è proibito esibire la debolezza del proprio corpo o della propria mente. Agli occhi dei più è quasi un abominio essere diversamente normali. Il mondo esterno non vuole conoscere e non vuole sapere di problemi, di paure, di malattie. Non resta che chiudersi in se stessi.

Passano gli anni, e l’uomo sembra non voler ricordare.

Visitando i padiglioni dell’Ex Ospedale Psichiatrico di Volterra, che giacciono in uno stato di completo abbandono, insorgono sentimenti di rabbia e un forte senso di impotenza, che casca in una sorte di oblio in cui non c’è un “ieri” e non c’è un “oggi”.

Si perde la cognizione del tempo.

Quasi uno scherzo, se si pensa che il tempo è una convenzione dell’uomo per misurare la propria esistenza. Un’esistenza che le persone rinchiuse nei padiglioni (Ferri: reparto giudiziario — Charcot: padiglione semiagitati — Maragliano: padiglione tubercolotici — Chiarugi: padiglione minorile — Sarteschi: reparto riabilitativo — Livi: padiglioni femminili), sicuramente hanno dimenticato di possedere. Un’esistenza i cui resti rimangono impressi nella memoria di chi oggi visita questi luoghi abbandonati.

Un artificio insensato, ecco cos’è l’Ex Ospedale Psichiatrico.

Perché tra le mura del manicomio non esiste il tempo soggettivo, ma solo il tempo oggettivo che possiamo esaminare con quello delle persone che hanno vissuto e che sono morti tra le mura dei padiglioni.

Oggi persiste un grande senso di solitudine.

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