Ripartire dall’istruzione universitaria

Un’analisi dello Stato dell’Università italiana e tutti i quesiti che un governo illuminato dovrebbe porsi.

Nell’ultimo periodo i principali quotidiani del nostro paese hanno intrapreso un dibattito sullo stato dell’università italiana. Molto apprezzabile è stata la serie di articoli pubblicata dal Sole 24 Ore relativa alla gestione dei professori e dei ricercatori, alla ricerca di competitività in ottica internazionale e alla valutazione della qualità dei servizi offerti dagli atenei. Un secondo spunto inoltre è stato fornito dall’ultimo report “Education at Glance 2017”. Come ogni anno, il report dell’Ocse ha fornito una panoramica sul mondo dell’istruzione “Made in Italy”. La visione che ne emerge è abbastanza preoccupante. In questo articolo, primo di una raccolta di pubblicazioni sullo stato dell’università italiana, ho provato a raccogliere gli spunti più interessanti, riportati brevemente nell’infografica in basso ed analizzati dettagliatamente in seguito.

I cinque punti salienti sullo stato dell’Università italiana emergenti dal report OCSE “Education at a Glance 2017”.

Investimenti in istruzione

Iniziamo dalla causa di tutti i mali, ovvero il dato principe che da solo può spiegare gran parte delle statistiche che verranno snocciolate successivamente.

L’Italia nel 2014 ha investito in istruzione soltanto il 4% del PIL (media Ocse: 5,2%), di cui soltanto l’1% in istruzione terziaria (media Ocse: 1,6%).

Di queste ultime, un quarto proviene da fonti private e la restante parte dal sistema pubblico (media Ocse per spesa privata: 31%). Lo Stato si dimentica dell’istruzione e non fornendo un esempio virtuoso ai propri cittadini, non li incentiva ad investire sul proprio progresso. In un precedente articolo avevo analizzato come nel 2015 il decile più povero della popolazione spendesse circa 37 volte in più per alcool e tabacco rispetto a quanto destinasse per istruzione. Inoltre, anche a livello complessivo, gli italiani avevano consumato 48,69 miliardi di euro in alcool e sigarette (19,35 dal primo al quinto percentile) e soltanto 11,71 miliardi di euro in istruzione (1,34 dal primo al quinto percentile).

Con questo dato in mente, possiamo analizzare le statistiche presentate dall’OCSE e riassunte nelle seguenti aree: le caratteristiche dei laureati e le loro condizioni dopo la laurea in termini di tasso di occupazione e ritorno dell’investimento.


Le caratteristiche dei laureati.

Escluso il Messico, l’Italia è la nazione tra i paesi OCSE con il più basso numero di adulti laureati: sono soltanto il 18% della popolazione tra 25 e 64 anni.

Giusto per fare un raffronto: la media dei paesi OCSE è il 37%, mentre paesi come USA e Regno Unito toccano picchi del 46%.

I dati sono di poco più confortanti se si considera soltanto la fascia di popolazione che va dai 30 ai 34 anni. In questo caso il 26,2% degli italiani ha conseguito una laurea rispetto al 43% di media dei Paesi OCSE. È stato così raggiunto con quattro anni di anticipo l’obiettivo dell’Italia (26%) fissato per il 2020 dal programma per l’istruzione di Eurostat.

Tuttavia è una vittoria di Pirro considerato che in Europa solo la Romania ha una percentuale più bassa di laureati.

Inoltre, l’obiettivo a livello europeo era quello del 40%. L’Italia è ben lontana da Irlanda (52.9%) e Svezia (51.0%) ma anche dalle economie “più simili” di Francia (43,6%), Spagna (40,1%) e Germania (33,2%) — dove un sistema di istituti professionalizzanti compensa il valore inferiore alla media europea per numero di laureati.

Ciò che più preoccupa è l’incapacità del nostro paese di crescere nel tempo.
Negli ultimi 15 anni i laureati in Italia sono cresciuti ad un tasso medio annuo del 5,1%, contro il 7,9% degli altri paesi.

Nel 2002, a parte la Romania, nei bassifondi eravamo in compagnia di Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca e Portogallo. In 15 anni tutte queste Nazioni hanno chiuso il gap con il nostro paese. Anche la Romania ci ha raggiunto e superato nel 2014, per poi riguadagnare il fondo.

L’ultimo posto tuttavia non è lontano e potrebbe tornare presto ad essere il nostro.

Guardando nel dettaglio alle facoltà scelte degli italiani, gli studi umanistici vanno per la maggiore.

Il 30% dei laureati tra i 25 ed i 64 anni proviene da un corso di belle arti, discipline umanistiche, scienze sociali o giornalismo.

È la più alta percentuale nei paesi OCSE. A seguire, con il 24%, ci sono le materie STEM (media OCSE: 25%), il 22% opta per economia e commercio o legge (media Ocse: 23%), mentre il 15% sceglie medicina o servizi sociali (media Ocse: 13%). Questi trend di preferenza non sembrano essere cambiati nel tempo. Nel 2015 il 39% dei laureati di primo livello proveniva dalle discipline umanistiche ed artistiche (media Ocse: 23%), il 25% nelle materie scientifiche (media Ocse: 22%), mentre soltanto il 14% (media Ocse 23%) da economia e giurisprudenza. Tuttavia, se per gli altri laureati la distribuzione rimaneva uguale anche per le lauree di secondo livello, per economia e giurisprudenza il dato si attestava al 25% (media Ocse: 27%).


I laureati e le loro condizioni occupazionali.

Partendo dal dettaglio delle facoltà scelte dagli italiani ci si può collegare alla seconda area di analisi: le condizioni dei laureati in termini occupazionali.

I — pochi — italiani che scelgono di completare un percorso di istruzione terziaria, prediligono facoltà con un basso tasso di occupazione.

Una facoltà umanistica permette di trovare uno sbocco lavorativo con più difficoltà (tasso di occupazione al 74% contro l’81% della media Ocse). Più facile è invece se si ottiene una laurea in una disciplina tecnico scientifica (82% contro 86% media Ocse).

Anche a livello generale, il tasso di occupazione tra coloro che nella fascia 25–64 anni hanno completato un ciclo di istruzione terziaria è molto basso: solo l’80% contro 84% della media Ocse. Il più basso dopo Grecia e Turchia. Il problema risiede soprattutto nelle — perlopiù inutili — lauree di primo livello (triennali) che fanno registrare soltanto un 69% di tasso di occupazione contro l’84% delle media OCSE.

La situazione diventa, se possibile, molto più grave se si guarda ai giovani adulti (25–34 anni): soltanto il 64% riesce a trovare un lavoro contro l’83% della media OCSE. Qui l’Italia è maglia nera assoluta.

La situazione paradossale è che, secondo l’OCSE, gli studenti italiani con la sola licenza superiore secondaria, ottengono benefici maggior in termini occupazionali — tasso di occupazione al 68% — rispetto ai laureati: una particolarità tutta italiana, se si escludono i paesi scandinavi.

Inoltre, come mostrato dal grafico in basso, nei paesi OCSE, generalmente, un basso livello di istruzione terziaria è associato ad un alto vantaggio retributivo per i laureati.

Relazione tra stipendi e percentuale della popolazione con istruzione terziaria.

Il motivo è subito spiegato: avendo meno concorrenza, i pochi laureati ottengono i benefici di una maggiore istruzione in termini salariali. In Italia, invece vi è un’anomalia. A fronte di tasso di istruzione terziaria molto basso, vi sono delle retribuzioni relativamente basse per i laureati. Infatti, queste sono maggiori solo del 41% rispetto agli stipendi degli adulti che hanno completato la scuola secondaria superiore (media OCSE: 56%).

I pochi laureati possono anche essere spiegati con un basso incentivo a perseguire un percorso di istruzione terziaria.

Infatti in Italia, il tasso interno di rendimento (internal rate of return in inglese, conosciuto come IRR) privato sull’investimento in istruzione[1] è di circa l’11% per gli uomini (Media OCSE: 13%) ed il 6% per le donne (Media Ocse: 11%). I ritorni sono contenuti e potrebbero non giustificare l’investimento necessario per perseguire un percorso di istruzione terziaria. Tuttavia, per ricollegarci al discorso iniziale, l’IRR per investimenti in alcool e sigarette è di molto inferiore a questi 11% e 6%. Anzi, vista, non solo l’assenza di potenziali benefici economici, ma dati anche i problemi di saluti generati dall’utilizzo di queste sostanze, l’IRR privato (e quasi sicuramente anche quello pubblico) è di molto inferiore allo zero.


I quesiti per il Governo che verrà.

I numeri analizzati danno luogo ad una serie di quesiti che dovrebbero essere messi ai primi posti del dibattito politico in vista delle prossime elezioni politiche.

  • Quali sono i drivers di scelta che possono permettere il futuro Governo di porre l’istruzione dei suoi cittadini al centro del proprio programma?
  • Come può il Governo, a parità di ricchezza, incentivare i cittadini a spostare i consumi privati da prodotti ricreativi e potenzialmente dannosi per la propria salute come il fumo e tabacco (48,69 miliardi di spesa annua) verso un servizio come l’istruzione (11,71 miliardi), che può garantire dei benefici pubblici e privati, in termini monetari e non monetari, nel medio-lungo termine?
  • Come si può incentivare una maggiore partecipazione universitaria per cercare di arrivare almeno alla media europea del 40% di laureati?
  • Come si può incentivare una maggiore partecipazione universitaria che non sia sterile — laureati in facoltà a basso impiego lavorativo — ma piuttosto connessa con il mercato del lavoro, in modo che possano essere sviluppate quelle abilità e conoscenze richieste dai datori di lavoro?
  • Una volta che vengono formate delle persone con delle conoscenze realmente richieste dal mercato del lavoro, come si possono incentivare le imprese ad assumere i laureati garantendo loro uno stipendio in linea con il proprio titolo di studio?
  • Come si possono promuovere al meglio corsi successivi all’istruzione secondaria ma alternativi all’università, evitando inutili sovrapposizioni — come quelle tra ITS (Istituti Tecnici Superiori) e Lauree Professionalizzanti?
  • Come si possono mettere a conoscenza i ragazzi e le famiglie delle opportunità alternative all’università — molto spesso ignorate — fornendo informazioni chiare e precise a supporto delle scelte da compiere nella fase di orientamento al termine del percorso di istruzione secondaria?

Queste ed altre domande emergeranno nel corso della serie di articoli relativi allo stato dell’università italiana.

[1] Il tasso interno di rendimento è calcolato tenendo conto dei differenti flussi di cassa di un laureato e di chi non ha frequentato un corso universitario. Tra le altre voci troviamo ad esempio le tasse universitarie, il costo opportunità di frequentare un percorso di studi rispetto a poter lavorare sin da subito nonché la differenza nei salari dopo la laurea.

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