Chelsea Manning, adesso

B.E. Strauss / Flickr CC / BY-NC-SA 2.0

L’uscita dal carcere di Chelsea Manning è stata invisibile e silenziosa, come tutta la sua prigionia. Nemmeno lo scorso 17 maggio, quando la whistleblower ha ritrovato la libertà dopo 7 anni dietro le sbarre, abbiamo visto Manning. Rilasciata nella notte, Manning si è comprensibilmente chiusa negli affetti della sua famiglia e delle persone a lei vicine, senza concedersi in nessun modo alla visibilità. Oltre che legale e identitaria, quella di Chelsea Manning è stata anche una battaglia per la visibilità, per il riconoscimento non solo della portata politica del suo atto di whistleblowing, ma della presenza tangibile di Chelsea come essere umano.

“I am Chelsea Manning, I am a female” dichiarò la whistleblower nelle ore immediatamente successive al pronunciamento della sentenza che la condannava a 35 anni di carcere, nell’estate del 2013. Un tribunale l’aveva appena costretta a una pena senza precedenti per essere stata una fonte giornalistica, ma Manning annunciava in quella sede la sua battaglia successiva, quella per l’affermazione della sua identità. Per Manning, anche quella non era solo una sfida legale per la concessione delle cure necessarie al suo benessere e all’affermazione della sua identità sessuale, ma era un’altrettanto fondamentale richiesta di riconoscimento: sono Chelsea Manning, ho cercato di cambiare il mondo, sono stata punita con durezza inaudita, ma sono qui. Chiamatemi per nome.

Al momento della sentenza Manning aveva già trascorso 3 anni in carcere aspettando che il suo processo iniziasse. Non si sono quasi mai viste immagini di Manning durante la detenzione e a stento si è potuta sentire la sua voce mentre deponeva in tribunale, prendendosi la responsabilità dei suoi atti, chiedendo persino scusa, ma senza mai ritrattare il valore e l’urgenza politica di quello che ha fatto. Manning è poi sprofondata in un buco nero, in silenzio, perdendo la sua presenza fisica nel mondo, perdendo la visibilità della sua giovinezza. Manning, classe 1987, ha passato la sua intera vita da adulta dietro le sbarre: è entrata in prigione come una quasi-23enne che credeva di poter cambiare il mondo fornendo a WikiLeaks 700mila documenti riservati che riscrivevano la percezione pubblica dei due maggiori conflitti bellici contemporanei (Iraq e Afghanistan) e gettavano luce sulla corrispondenza diplomatica degli Stati Uniti. Usciva di prigione sette anni dopo, come una donna finalmente libera di essere visibile, ma con due tentati suicidi alle spalle e una vita da costruire, senza che questa fosse mai davvero iniziata.

Secondo Evan Greer, l’attivista di Fight For The Future che ha coordinato la campagna per tirare fuori Manning dal carcere tenendo viva l’attenzione sulla sua storia, la svolta per Manning è avvenuta quando la whistleblower è riuscita a veicolare fuori dal carcere la sua umanità e le sue rivendicazioni oltre il messaggio politico della sua detenzione. Dal 2015 quel messaggio è arrivato anche dall’account Twitter @xychelsea, da cui Manning ha parlato al mondo dettando per telefono i contenuti dei tweet da pubblicare alle persone che avevano il controllo del suo account. Emoji e pezzi degli Eiffel 65 compresi. Manning è uscita di carcere in silenzio, dicevamo, ma Twitter è stato il canale scelto per, finalmente, poter parlare davvero in prima persona. Una foto di un paio di scarpe, di un pizza e di un brindisi hanno anticipato il disvelarsi finalmente senza filtri di Chelsea Manning nella realtà. “Eccomi” ha twittato Chelsea il giorno successivo alla sua liberazione accompagnando la sua prima foto in primo piano dopo 7 anni.

In quel tweet c’è tanto di Manning e del peso che il carcere ha avuto su di lei: la felicità per la fine di un incubo che, se fosse proseguito, avrebbe portato con ogni probabilità alla sua morte e l’urgenza di mostrarsi il più presto possibile con il proprio volto e in prima persona nella realtà e di farlo, per quanto ancora solo online, con il proprio tono di voce. E a voce alta. Una grossa fetta delle battaglie vinte da Manning puntava a questo obiettivo: poter finalmente affermarsi, anche oltre il proprio ruolo di whistleblower. Quello che è seguito, in questi primi tre mesi di libertà, ha fatto scoprire la donna Manning: la sua ironia, la sua incredibile voglia di ricominciare e, di nuovo, il suo coraggio, anche nel trollare gli agenti che la starebbero pedinando in queste prime settimane di libertà e nello scattarsi un selfie di fronte alla sede centrale dell’Fbi a Washington DC. E nell’usare quante più emoji abbia voglia di postare.

Ogni attività di Manning che è trasparite online in queste settimane ha avuto l’obiettivo di confermare la sua esistenza nel mondo e, di conseguenza, la fine del suo incubo. La più forte delle sue rivendicazioni. In questi sette anni, Manning ha vinto così tante battaglie da sola, tenuta letteralmente in vita dal suo stesso coraggio e dal sostegno che ha ottenuto nel mondo da cui è stata esclusa. Manning, nei suoi 7 anni di assenza dalla realtà, è sopravvissuta a un calvario vessatorio che è stato definito anche come prossimo alla tortura: in fondo a quella resistenza c’era la fine della lotta per la sua libertà e per il riconoscimento delle sue scelte. Manning ha insegnato diverse cose, in questi sette anni, e alla sua generazione in particolare. La prima di queste è il significato del coraggio. L’altra, è la necessità dell’avere una voce per poterlo dire, anche quando è fatta di 👍😍🌈😁

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