Compendio e Orizzonte sul Web (Almeno per Me)
Questo articolo è stato scritto per alcuni lettori che mi hanno chiesto, come dire, un’opinione un po’ ampia sull’evoluzione di internet dalle origini ad ora, almeno per come la vedo io.
La versione originale — identica — si trova sul mio blog personale. Per vastità di concettualizzazione tematica mi è sembrato il caso di condividerla anche su Medium.
Cominciando (circa) dall’inizio
Ho iniziato a bloggare esattamente quando sono nati i blog, o meglio quando l’allora Pyra Labs mise in rete la storica piattaforma Blogger, poi annessa alla costellazione Google. All’epoca — parliamo del 1999 — l’idea stessa di social network esisteva solo da un punto di vista fortemente settoriale, come intersezione tra i concetti di intellettualità scientifica e hacking. Detta cioè in due parole: a bloggare erano solo giornalisti col pallino dell’informatica, o bizzarri smanettatori della silicon valley, o ragazzotti vitaminizzati presi direttamente da qualche film anni ottanta tipo War Games. Da un certo punto di vista era meglio così, nel senso che l’interazione in rete passava necessariamente attraverso il filtro intrinseco della capacità di usare lo strumento per dire qualcosa. Oggi le cose sono infatti ben più dozzinali, con troppe chiacchiere, molta mediocrità e pochi commenti intelligenti.
Tuttavia, per quanto l’affermazione di Facebook e Twitter abbia generalmente abbassato il livello qualitativo dell’interazione telematica, continuo a pensare che il fenomeno blogging costituisca il veicolo più interessante per quella che potrei chiamare nuova ipertestualità multimediale, tendenza che io concepisco non tanto come sostituto dei classici media analogici (anche se questa cosa è in gran parte avvenuta), ma come ampliamento degli stessi. Interazione e ampliamento sono per me ancora adesso i cardini di un sensato discorso sociale e culturale sul web. In mancanza, il web diventa solo un luogo di intrattenimento vuoto e sterile.
Quello che uso
Oggi come oggi, dopo aver ovviamente fatto migrare le cose da una piattaforma all’altra a seconda delle mutazioni dello scenario di internet, penso di essermi abbastanza stabilizzato su una matrice di convergenza di servizi così riassumibile.
Parte prima – siti classici e blog tematici
Oltre a questo blog (Phil Geek Log, N.d.a.) dal quale scrivo — certamente quello che amo e uso di più — ho da tempo messo in rete un doveroso (e semplicissimo) sito personale, che in sostanza amplia attraverso una morfologia molto lineare le informazioni già presenti in una AboutMe page già piuttosto esaustiva. Accanto a queste due pagine, ho mantenuto un blog specifico inizialmente legato alla didattica musicale, e poi integrato con informazioni varie su spettacoli e progetti dove sono stato in qualche misura protagonista.
Parte seconda – Protagonize: la scrittura pura
Ogni mattina (perché di solito sono abbastanza libero la mattina, anche se la cosa diventa sempre più opinabile) mi capita di aggiungere o una poesia o una voce di diario (o più spesso entrambe le cose, ripetutamente) sul mio account in Protagonize, una sorta di community di creative writing che reputo perfetta per la scrittura. Di Protagonize apprezzo soprattutto l’incredibile versatilità: serve per scrivere sostanzialmente qualsiasi tipo di testo. Ovviamente gli utenti di questa piattaforma sono al novantanove percento o americani o al più britannici, e dunque è evidente che non uso questo strumento come vera e propria community, anche se debbo dire che sono stato molto piacevolmente lusingato dai giudizi di alcuni anglosassoni e statunitensi su certi miei componimenti che sembrano aver toccato la loro immaginazione.
Parte terza – social networking (dozzinale ma utile)
Su Facebook ho molti contatti vicini e lontani. Lo trovo uno strumento certamente utile, anche se un certo eccessivo fracasso di fondo lo rende intermittente e svogliato, come un gigantesco party dove bene o male si vaga spesso senza meta con un cocktail in mano. Facebook è una di quelle classiche cose che diventano necessarie più per inerzia che per effettiva e intrinseca utilità. Tutti la usano, ergo…
Twitter è uno strumento che mi piacerebbe sfruttare molto di più, ma che di fatto è poco utilizzato dai miei contatti, e dunque non esprime a tutt’oggi quella che credo possa essere definita la sua potenzialità maggiore (alla quale oggi supplisce Facebook): la rapida informazione su cosa stiamo facendo o pensando minuto per minuto. In ogni caso, da qualche tempo a questa parte sto approfondendo, anche solo come utilizzatore, questo giocattolo sociale del web, per essere aggiornato attraverso liste tematiche su argomenti che mi interessano, primo fra tutti la una certa new wave creativa statunitense rappresentata da personaggi come Austin Kleon, Mike Rohde e Keri Smith. Credo che approfondirò questo aspetto.
Quanto ai numerosi altri servizi che uso — da Instagram a Flickr, da Tumblr a non so che cosa — direi che il lettore sparuto e interessato può tranquillamente passarli in rassegna tutti dal primo all’ultimo consultando le pagine di cui sopra, quindi credo sia il caso di soprassedere per non rendere ancora più lungo questo già lungo articolo.
Quello che vorrei usare
Il problema fondamentale del web oggi, sempre che si voglia parlare di problema generale partendo da una sensazione particolare, è che determinate categorie di servizi diffusi hanno in qualche misura limitato — quantitativamente parlando — l’idea di una presenza in rete di singole personalità connesse. Oggi il web non connette singole personalità, ma veicola l’interazione di interi insiemi auto-connessi. Questo ovviamente non significa che la singola personalità sia impossibilitata ad esprimersi, amplificando e precisando il contenuto della sua voce digitale attraverso numerosi strumenti ancora a completa disposizione. Significa però che tale azione è confinata entro la capacità di recepire i messaggi attraverso una buona ritmica di fruizione del mezzo.
Il web del passato (relativamente) remoto era di natura essenzialmente ipertestuale. Il web “intermedio” era un web di natura iper-multimediale e iper-testuale nel contempo. Oggi il web è molto più invasivo da un punto di vista, appunto, ritmico, nel senso che propone contenuti sempre più veloci ed eterodiretti, cioè simili alla logica di un videogame, e molto meno, appunto, di un contenuto navigabile.
Oggi possiamo redarre testi o generici file collaborativi stando comodamente seduti davanti a uno schermo, eppure le nostre città continuano ad essere intasate da automobili per spostare di pochi chilometri singoli individui. Abbiamo a disposizione decine e decine di servizi di chat e comunicazione in tempo reale, che però si usano più durante le cene con amici o partner piuttosto che per parlare a distanza e interagire con gente lontana. E via discorrendo lungo la scia delle contraddizioni…
In tal senso vorrei che il web, o almeno il mio modo di usare il web, prendesse sempre più determinate configurazioni alternative:
- meno standardizzazione e più territorialità (reti tematiche centrate in una città, esigui gruppi coesi e collegati da fitte ramificazioni di strumenti integrati, pagine dedicate a determinati argomenti di interesse locale);
- chat intelligenti (depurate da effetti massificanti del rumoreggiare di fondo);
- stilistica digitale derivante da prassi analogiche (linguaggi letterari, giornalistici, poetici, etc…);
- uso del presente tecnologico per parlare del passato (hub dedicati a singoli argomenti, approfondimenti, link, ripping, contenuti ritrovati);
- impollinazione incrociata tra forme e strumenti mediatici;
- to be continued…