Perché Berlusconi Non Andrà (Più) Al Potere (almeno con Forza Italia)

Fenomenologia del partito emanazione personalistica. Come la scommessa dell’uomo forte si è risolta, dopo Tangentopoli, in un potenziale vuoto politico a favore della Balena Rossa…

Facevo questa considerazione. In Italia tutti i partiti politici a vario titolo basati unicamente sulla leadership di un solo personaggio si sono o dissolti nel nulla, o ridotti a satelliti senza alcuna attrattiva politica, spesso asserviti ad altri partiti entro una logica di puro appoggio.

Qualche esempio?

Pensiamo all’Italia dei Valori. Questo movimento politico capeggiato dallo storico eroe di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, nonostante i notevoli successi elettorali di svariate stagioni politiche ha dovuto necessariamente seguire il sostanziale oblìo mediatico del suo leader, trasformandosi in un quasi anonimo partito in appoggio del PD.

Se ci pensiamo, lo stesso Movimento Cinque Stelle altro non è che una riedizione — più in grande — dello stesso IDV, con l’unica differenza di avere gli stessi valori eco-giustizialisti portati avanti da un personaggio mediatico più antico e riconoscibile: Beppe Grillo, colui che osò dire in pubblico che i socialisti erano ladri e che per questa ragione fu bandito dalla RAI. Quale leader più adatto?

Ma dirò di più. Anche Forza Italia appartiene a questa nuovissima categoria partitica. Anzi, questo partito è esattamente quello che ha avviato, sulle ceneri di Tangentopoli, la moda del movimento politico diretta emanazione di un unico individuo. Con tutti i danni che questa prassi ha portato.

Qualche prova? Semplicissimo.

La prima: Qual’è il partito che alla fine è riuscito a superare indenne quest’ultimo abbondante ventennio di Seconda Repubblica se non quello, erede del PCI, del PDS e delle varie margherite di turno, che oggi ancora ci governa? Il Partito Democratico è infatti l’ultimo vero partito di massa che ancora gode del vecchio schema della successione dei segretari; quello stesso schema che ancora oggi gli permette di restare al potere. (A latere, faccio notare che la scuola politica del PD è intitolata a Pier Paolo Pasolini. Roba da matti.)

La seconda: Che cosa sta succedendo, da tempo, nel cosiddetto centrodestra? La risposta è una defezione continua dalla compagine forzista. Qualcuno di voi ricorda quanto quello stesso Alfano che oggi appoggia Renzi e Gentiloni fosse stato indicato come delfino e possibile successore di Berlusconi? Eppure… Se è infatti vero che in quest’ultimo periodo sembra essersi delineata una possibile avanzata del Cavaliere, è anche vero che tale avanzata si è definita per pure ragioni localistiche anti-PD, cioè per vie del tutto residuali (il male minore, insomma).

Un partito come Forza Italia nasceva da subito come emanazione diretta di un personaggio iper-mediatico (Berlusconi e il suo potere, la sua bravura, le sue televisioni) che per ovvie ragioni non sarebbe mai stato sostituibile con qualcun altro.

Immediato corollario: Avete notato quanto poco compare Berlusconi in televisione da qualche tempo a questa parte? La ragione è banale. Si tratta di un leader che ormai non può essere più speso nella direzione della leadership che, da sola, può giustificarne la valenza politica di appeal elettorale. Per giustificabili ragioni non ha più la capacità dialettica di un tempo. Appare appesantito, con una faccia ormai troppo strana e tirata. Ma soprattutto, appare poco appetibile per quelle nuove generazioni di votanti che probabilmente non lo conoscono neppure. (Volete mettere invece una bella bandiera arcobaleno, un bella tessera dell’ARCI, una bella foto di Che Guevara! Quelle sono cose che non tramontano mai, e che possono ancora trainare. Da questo punto di vista, il PD ha vinto la sua scommessa.)

La terza: Quando è iniziata la crisi del Movimento Cinque Stelle? Quando quest’ultimo ha iniziato a differenziarsi dal suo modello originario di leadership univoca, tentando — con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti — di diventare partito di governo. Con tutte le faide interne che ne sono seguite…

In conclusione, guardiamo ai fatti. Se scorrete mentalmente la lista di quei vostri amici o conoscenti che oggi sono magari assessori in un comune, oppure consiglieri, o comunque responsabili di questo o quel settore nell’ambito associazionistico o di categoria, qual’è il partito con il quale hanno ottenuto quella nomina? Nove su dieci, la risposta sarà: il Partito Democratico.

La continuità politica è figlia, nel nostro paese, di istituzioni stabili, siano esse positivamente persistenti, siano essere, in senso opposto e deteriore, cronicizzate, e non di operazioni politiche che nascono all’improvviso. Nel bene e nel male, la popolazione ha bisogno di bandiere stabili, che possono essere solo rappresentate da grandi partiti di massa e dai loro segretari.

Da questo punto di vista la mia tesi è semplice. Ipartiti possono fare solo tre cose per esistere: o essere dei partiti guidati da un leader fortissimo (che però deve continuare ad essere tale, cosa di per sé impossibile); o essere partiti in grado di incarnare di fronte al vasto elettorato (in buona o cattiva fede) una bandiera storicizzata e riconoscibile; o infine essere dei mini-partiti satellite che di fatto possono solo appoggiarsi a qualche partito più forte appartenente a una delle prime due categorie citate, in una logica meramente parassitaria.